|
L’assurdo del mercato e il mercato dell’assurdo
Salvatore Francia
Qualche tempo fa, nel
corso di un acceso dibattito televisivo, Garruzzo (dirigente FIAT) e
Pagliarini (esponente di spicco della Lega Nord) difesero ad oltranza la
globalizzazione dei mercati.
Pagliarini, nel ribadire la tesi della Lega Nord che ha come obiettivo
la scissione della cosiddetta “Padania” dal contesto nazionale italiano,
sosteneva che il Sud dell’Italia deve gestire in proprio il proprio
futuro, la propria economia, favorendo gli investimenti con una
riduzione del costo del lavoro, mentre lo Stato deve svilupparne le
infrastrutture.
Monsignor Luigi Bettazzi criticava apertamente il “volto sconosciuto”
della finanza che, in nome del profitto genera disoccupazione.
Garruzzo sosteneva che, grazie ai tagli occupazionali ed ai nuovi
indirizzi imposti a grandi imprese come la FIAT e l’Olivetti che queste
aziende avevano ricuperato competitività sui mercati internazionali1,
trasferendo, fra l’altro, una parte considerevole della propria
produzione in Paesi che forniscono lavoro a basso costo.
Pagliarini, dimostrando la più assoluta ignoranza della materia
trattata, sosteneva che, per esempio, é a causa dell’alto costo del
lavoro ed all’elevata pressione fiscale in Italia (dovuta, secondo lui,
al “potere centralista” del governo di Roma) che le auto italiane non
sono esportate in Giappone, mentre quelle giapponesi hanno conseguito la
penetrazione commerciale in Europa ed in Italia.
Pagliarini ignorava che in Giappone non entrano automobili italiane ma
neppure quelle prodotte in altri Paesi europei o negli Stati Uniti, in
virtù di una dura politica protezionistica del Giappone.
Garruzzo, rispondendo a Monsignor Bettazzi, affermava che l’Olivetti
aveva dovuto cercare negli Stati Uniti i capitali necessari a “risanare”
il proprio bilancio perché “i parrocchiani di Bettazzi” preferivano
investire in BOT, che assicuravano l’alto interesse del 9 per cento, e
non nel sistema produttivo.
Le tesi di Garruzzo e di Pagliarini sono state clamorosamente smentite
dalla chiusura dell’Olivetti e dalla precaria situazione finanziaria
della FIAT, a causa delle scelte finanziarie operate dai vertici di
queste società, che hanno preferito “differenziare le loro scelte
industriali, sottraendo enormi risorse finanziarie alla FIAT e
all’Olivetti, per investirle in altri settori.
A sentire Garruzzo e Pagliarini sembrava ineluttabile la globalizzazione
dei mercati ed impossibile un’inversione di tendenza: quali possono
essere le prospettive, quali gli obiettivi ultimi di questa tendenza?
Nel sistema capitalista é fatale si determini un’alternanza di sviluppo
e di recessione.
L’Europa non é più un buon mercato. Immiserire le popolazioni dei Paesi
sviluppati, favorire le economie dei PVS, specialmente del Sud-Est
asiatico, determinando in questo modo un nuovo mercato con imprese che
producono a basso costo (contraddizione del sistema capitalista). Quando
anche quel mercato sarà saturo si favorirà lo sviluppo dei Paesi del
Terzo Mondo. Finito anche questo ciclo lo sviluppo del mercato toccherà
nuovamente quelli che oggi sono i Paesi sviluppati in fase di decadenza,
Paesi che nel frattempo saranno stati ridotti a Paesi sottosviluppati
dal punto di vista del “mercato”.
Il capitalismo, inteso come sistema economico basato sulla libera
iniziativa di liberi imprenditori in aperta e progressiva competizione,
é destinato a scomparire per lasciare spazi sempre maggiori alla
globalizzazione dei mercati finanziari.
L’alta finanza ha programmato il controllo delle economie nazionali
prima (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale) per giungere al
controllo dell’economia mondiale.
Il grande problema é rappresentato dal fatto che l’alta finanza non ha
volto.
Quale dunque l’avversario da contrastare?
Innanzi tutto la mentalità che vuole che il capitale debba produrre
profitto e non lavoro, non benessere, non libertà dal bisogno.
Se il capitale non ha volto, lo hanno i cittadini che pretendono
profitti i più alti possibili dall’investimento dei loro risparmi.
Hanno un volto le istituzioni finanziarie, i Fondi d’Investimento, il
mercato dei Futures, la borsa: per attirare a sé un numero sempre
maggiore di “risparmiatori” devono assicurare rendite sempre maggiori
investendo in azioni di aziende che, per remunerare il capitale in esse
investito ed attirarne altro, a loro volta devono assicurare profitti
sempre più elevati, a detrimento della retribuzione del lavoro e delle
materie prime.
Sempre più poveri i Paesi esportatori di materie prime, sempre più
poveri i Paesi in cui il lavoro non viene liberato e non diventa
protagonista dell’economia.
É questione di tempo, ma le entità preposte al controllo finanziario
dell’economia mondiale stanno maturando conflitti sociali di una portata
mai vista.
La tendenza ad una competitività in continua progressione, in continua
tensione, é inevitabile che porti ad un vero e proprio collasso delle
società che ne sono protagoniste e vittime: non si può pensare ad un
aumento senza fine della competitività, poiché essa non si esaurirebbe
nemmeno nel momento in cui materie prime e lavoro avessero costo zero in
tutto il mondo.
Allora, se non é possibile porre dei limiti economici alla
competitività, secondo i canoni dell’economia capitalista, deve imporsi
un limite politico, che é etico e morale.
Il commercio internazionale deve favorirsi e può svilupparsi, come é
sempre stato nella storia dell’umanità, unicamente nel campo della
complementarità delle produzioni e non nella monopolizzazione di
prodotti la cui necessità non é naturale ma indotta.
Nel costo dei prodotti importati -quanto potrebbe non essere prodotto
nel contesto delle economie nazionali- non viene calcolato il costo
sociale che l’importazione di un determinato prodotto comporta, costo
che ricade su tutta la popolazione sotto forma di fabbisogno finanziario
dello Stato, quindi di nuove imposte, incentivando il processo
recessivo.
Con l’apertura indiscriminata al “mercato globale” si é innescato un
processo di impoverimento progressivo delle economie nazionali: di qui
la necessità di un “superamento” dello Stato-Nazione, favorendone la
distruzione a favore della progressiva regionalizzazione (tendenza
studiata e perseguita da decenni, a livello italiano dalla “Fondazione
Agnelli” ed in campo internazionale dalla “Trilateral Commission”).
La creazione, spesso artificiale, di Stati-Regione porta alla
parcellizzazione della forza-lavoro, in modo che non potendo coalizzarsi
non possa rappresentare un ostacolo od un elemento di disturbo nel
conseguimento del massimo profitto, così come porta alla distruzione del
concetto stesso delle imprese che costituiscono le risorse “nazionali”,
in modo che sia d’obbligo il ricorso alla finanza internazionale per
mantenere in vita il processo produttivo: gli “investitori
istituzionali”, come vengono fumosamente definiti, spostano le unità
produttive laddove il profitto promette di essere il più elevato
possibile, senza fermarsi di fronte allo sfruttamento schiavistico del
lavoro o al depauperamento delle risorse naturali, a titolo quasi
gratuito, dei Paesi fornitori di materie prime.
Si perdono di vista i bisogni primari della popolazione, tutti
risolvibili facendo ricorso alle sole risorse nazionali, favorendo il
consumo di prodotti di cui non esiste un’obiettiva necessità.
Riequilibrare la bilancia dei pagamenti deve imporsi come obiettivo
primario.
Non importare prodotti che provengano da Paesi nei quali il lavoro non
venga decentemente remunerato e tutelato.
Non importare prodotti che si possano produrre a livello nazionale: é
assurdo che l’Italia, per esempio debba importare insipidi pomodori
dalla Cina o da Israele mele dall’Argentina, vino -non per i patiti
delle “novità” ed i collezionisti, ma in quantità industriali con la
loro diffusione nei supermercati, dalla California, dall’Australia, dal
Cile.
Limitare al massimo la diffusione dei supermercati: non solo provocano
la chiusura di migliaia di piccoli esercizi commerciali ma, in mano alle
multinazionali- importano massicci quantitativi di prodotti, riducendo
in questo modo le attività produttive nazionali, specialmente nel
settore agricolo-alimentare.
Come “curiosità” va sottolineata l’ennesima contraddizione del “libero
mercato”, così come viene inteso e come viene ferocemente perseguito.
Nell’area comunitaria europea, si dice, è d’obbligo la legge del
mercato, che suppone libera iniziativa e libera concorrenza: che senso
ha, allora, l’istituzione delle “quote” nazionali di produzione? Perché
l’Italia, ad esempio, deve limitare la produzione di acciaio ed
importare acciaio, deve limitare l’allevamento del bestiame ed importare
carne, latte, burro, formaggio, deve distruggere gli uliveti e ridurre
la produzione di olio di oliva...per far posto agli olî di sempre più
misteriosi semi ed in futuro all’ignobile olio “alimentare” sintetico
statunitense?
Non importare prodotti da Paesi che non importino prodotti nazionali per
pari importo: favorire le operazioni in compensazione rispetto a quelle
che suppongano erogazione di valuta “pregiata”.
I prodotti vanno pagati con la valuta dei Paesi di origine (od
eventualmente con “unità di conto” a-nazionali), togliendo alle
cosiddette “monete forti”, ed in particolare al dollaro statunitense, il
cui valore é puramente convenzionale ed assolutamente inflazionato, il
monopolio delle transazioni internazionali, che ne comporta la non
realistica valutazione.
Riorganizzare la struttura informativa relativa alla produzione
nazionale in modo che gli importatori esteri possano avere il quadro più
completo possibile di quali sono i prodotti reperibili in ogni Paese:
per quanto riguarda l’Italia il Ministero del Commercio Estero,
l’Istituto per il Commercio Estero, le Camere di commercio italiane
all’estero non rispondono assolutamente alle esigenze dell’economia e
della produzione nazionale, non informano, non promuovono, non
coordinano la domanda e l’offerta, non aiutano ad indirizzare la
produzione in funzione di quella che potrebbe essere la richiesta
estera, non supportano le iniziative delle imprese italiane che
desiderano affrontare i mercati esteri, non sviluppano e non coordinano
la politica bancaria in appoggio alle imprese esportatrici, le linee di
credito aperte verso Paesi esteri non sono rese note tempestivamente e
rimangono appannaggio di quelle poche imprese che meglio sanno muoversi
nei meandri della burocrazia statale e bancaria, le richieste di
prodotti e le notizie dell’apertura di gare d’appalto internazionali che
pervengono all’I.C.E. ed alle Camere di Commercio italiane all’estero
giungono a conoscenza delle imprese con un ritardo tale da renderle
inutilizzabili.
Favorire il coordinamento fra imprese produttrici di piccole e medie
dimensioni, che non hanno la possibilità di affrontare in proprio i
mercati internazionali, e le imprese esportatrici: le prime dovrebbero
associarsi alle seconde demandando alle stesse la commercializzazione
dei propri prodotti all’estero, come si è operato in Giappone, in Corea,
a Taiwan.
Favorire l’associazione fra entità finanziarie, imprese produttrici
condotte in regime di cooperazione fra datori di lavoro e lavoratori, ed
imprese esportatrici, il tutto in entità operanti nel medesimo settore:
utili equamente suddivisi fra tutti i partecipanti alla realizzazione
del medesimo obiettivo.
Ricostituzione del patrimonio industriale ed agricolo “nazionale” che
deve sì essere integrato in quello europeo, ma in un regime di “libertà”
che tenga conto essenzialmente della competitività della “Qualità” e non
solo del “Prezzo”.
L’Italia, ad esempio, ha un tipo di agricoltura specializzato ed è
lapalissiano che i suoi prodotti non possano competere, in quanto a
prezzo, con la produzione di Paesi dove si guarda più alla quantità che
alla qualità (agricoltura estensiva), non potendoci essere comparazione
possibile, ad esempio, fra i bovini allevati nei pascoli alpini o
maremmani e quelli “industriali” degli allevamenti in stalla, quando non
addirittura quelli “clonati” di non tanto avveniristica produzione.
Il successo dei prodotti italiani all’estero, è fondamentale tenerlo
presente, si deve alle loro caratteristiche qualitative “artigianali”,
massificarne la produzione significa impoverirne il “gusto”,
privilegiare “l’usa e getta” alla “durata” favorendo lo sperpero di
risorse economiche in valuta ed in materie prime.
É fattore fondamentale, per incentivare il risparmio, tornare al
principio che vuole la “vita utile” di un prodotto la più lunga
possibile, migliorandone costantemente la qualità sostanziale e non solo
quella apparente.
Combattere l’invadenza ossessiva della pubblicità, che induce bisogni
artificiali, è un altro obiettivo da perseguire.
Si dice, ad esempio, che la pubblicità televisiva è di importanza
capitale per la buona salute produttiva delle aziende: viene da ridere...se
solo si esamina anche solo superficialmente il tipo di pubblicità
imposto dalle principali reti televisive italiane: sono quasi tutti
prodotti per l’igiene e per la casa, prodotti da poche Case, e si può
spaziare dai pannolini ai detersivi, dalla carta igienica alle
merendine, dai preservativi ad alcuni prodotti alimentari, con
periodiche e saltuarie presenze di automobili e scooter. É questa la
realtà produttiva nazionale?
Grazie al cielo l’economia vive di ben altri prodotti, di ben altre
articolazioni produttive, di ben più efficace fantasia, senza per questo
nutrirsi della “pubblicità”, ma puntando su ben altri strumenti di
penetrazione commerciale: oggi, in televisione, la pubblicità serve solo
ad arricchire le reti Fininvest, con la RAI che è costretta a seguire a
ruota, e gli stravaganti personaggi televisivi che vengono
immeritatamente quanto vergognosamente pagati miliardi per le loro
baggianate (...ma anche questo, dicono, è dovuto alla cosiddetta “legge
del mercato”...!).
La RAI dovrebbe contrattaccare su ben altri piani: offrire, per esempio,
proprio perché servizio pubblico, pubblicità pressoché gratuita alle
imprese medio-piccole, pubblicità non imbonitrice ma che illustri le
reali e verificate caratteristiche e qualità dei prodotti o dei servizi.
Sarebbe un mirabile servizio reso all’economia nazionale visto, oltre
tutto, che la diffusione delle trasmissioni RAI si è ormai estesa ad
altri continenti con l’impiego dei satelliti per telecomunicazioni.
Forse la mondializzazione, con la conseguente globalizzazione dei
mercati, sarà inevitabile: ma proprio per questo motivo è necessario
prepararsi alla sfida, che è essenzialmente culturale, elaborando una
strategia, -italiana ed europea, anch’essa “globale”, che investa tutti
i campi, rifuggendo dai limitati e canaglieschi “criteri di Maastricht”.
Un breve cenno, necessario, al “problema” dell’immigrazione: lo si
risolve rispondendo a due quesiti.
Il primo è: qual’è il limite quantitativo che l’Italia e l’Europa devono
affrontare?
Il secondo è: perché agli immigrati non si garantiscono le stesse
condizioni di lavoro, di retribuzione e di previdenza dei lavoratori
italiani ed europei?
Il limite sarà quello determinato dall’accettazione, da parte dei
lavoratori italiani ed europei, di condizioni di lavoro, di retribuzione
e di previdenza che siano in “concorrenza” con quelle accettate dagli
immigrati..., ritornando all’ipotesi accennata di una tendenza dei costi
del lavoro a livelli schiavistici.
Il fine?
Il maggior profitto da attribuire ad una finanza, ad un capitale sì
senza volto, ma che assume le sembianze di quanti pretendono che i
propri “risparmi”, i propri “capitali”, debbano necessariamente produrre
il maggior...profitto!
Una realtà sociale che privilegia, comunque, le rendite pa-rassitarie, a
scapito del mondo del lavoro. |