Carattere
mediterraneo e
ario-romano-germanico
Claudio da Vercelli
Nelle analisi di Evola
sono presenti riflessioni che si propongono di stimolare nei singoli
individui e nei vari popoli, un profondo e concreto rinnovamento
interiore.
In particolare nell’intesa fra Italia e Germania Evola cercò di
individuare un campo in cui la collaborazione fra i due popoli non
portasse ad uno snaturare le proprie tradizioni, bensì si risolvesse in
un rapporto fecondo e creativo.
A questo scopo, nel principio Olimpico Ario-Romano, fu riconosciuto
l’elemento superiore e comune ai due popoli, italiano e germanico,
idoneo ad essere assunto come punto di riferimento.
Ariano, dalla radice ar, da cui ârya, ario o ariano, si ritroverebbe
nell’espressione irlandese air, onorare, nello scandinavo aer,
nell’anglosassone êr, nel termine tedesco moderno Ehre, ecc. termini
tutti che riconducono all’idea di «onore», così come in sanscrito aryâta
vuol dire condotta quale si conviene ad un uomo d’onore o degno d’onore.
A parte le considerazioni etimologiche, il concetto dell’onore ha avuto
la stessa affermazione nel comune ceppo ario.
Ricordiamo, a titolo d’esempio, il poema medioevale Parsifal di Wolfram
von Eschenbach, la beatitudine o la dannazione non dipende tanto dal
«peccato» quanto dalle due idee fondamentali di «onore» e «onta».
L’idea di Onore ha avuto la sua trasposizione anche nel sistema
giuridico tedesco, in epoca nazionalsocialista, in opposizione al
pensiero positivista, rifiutando di aderire ad una concezione
considerata astratta, una norma esteriore definita da paragrafi
stereotipi, tale che, una volta trovato il modo di essere a posto con
essi, ognuno può fare quello che vuole.
Nella nuova concezione tedesca, il cardine dell’ordine sociale e
politico è invece la fedeltà. Non un rapporto astrattamente giuridico,
ma un rapporto etico, appunto di fedeltà, è quello che deve connettere
il singolo a più vaste unità, come la famiglia, la stirpe o la casata (Sippe),
eventualmente la terra come retaggio dei suoi avi, l’azienda,, e così
via, fino a giungere alla nazione -Volk- e allo Stato.
Ogni malefatta non viene considerata tanto un «reato» quanto un
«tradimento». Chi tradisce è privo d’onore, è un essere che si copre
d’onta e che come tale si mette fuori dalla comunità della sua gente.
Chi «tradisce» , chi viene meno alla fiducia e al sentimento di
responsabilità ponendo la persona e l’interesse personale al disopra del
suo compito quand’anche si tratti di cose, materialmente, di non troppo
momento e perfino appena colpibili dal punto di vista del diritto
“positivo”, dal punto di vista qualitativo si trova allo stesso livello
di chi si renda reo di «alto tradimento».
Ma, a parte i casi estremi, l’affermazione dell’etica della fedeltà e
dell’onore ha un valore politico indiscutibile, potendo godere in
Germania di condizioni sociali favorevoli, conservando nel popolo
precedenti tradizioni. In questa caratteristica è da ricercarsi la
spiegazione della compattezza, della solidità dimostrata dal popolo
tedesco nell’affrontare le durissime prove imposte loro dal Secondo
conflitto mondiale.
Quella della fedeltà non è un’etica di monopolio ario-tedesco. É un
retaggio che è stato originariamente comune ai due popoli, come popoli
parimenti “ariani”. Il concetto di fides, fedeltà o lealtà -così come il
culto ad esso dedicato e significativamente connesso al culto del
supremo dio olimpico, protettore dello Stato romano- un tale concetto
ebbe particolare importanza nella romanità antica, tanto che si pensava
essere appunto la fides ciò per cui il Romano si distingueva dal
“barbaro”.
“Ariano” minaccia di diventare, oggi, una parola a buon mercato,
designando chi non è proprio di pelle bianca.
Troppo poco. Per questo il “sangue” deve avere la sua inseparabile
controparte nell’”onore”. Onore e fedeltà devono essere le pietre
angolari della formazione del carattere di chi voglia ostinarsi a
restare “in piedi fra le rovine”.
Evola si è impegnato a chiarire cosa di debba intendere per Romanità
-non certo il mondo astratto e retorico degli accademici della politica
e della cultura, ma l’azione di una “forza evocatoria”.
Una forza che è: “un ordine”, nel quale non vigono semplici “valori”
umani, ma imperano potenze, figure divine e dominatrici, un mondo di
tensioni metafisiche, un mondo solare, elitismo, realtà olimpica ed
eroica, ordine, luce, pura virilità, pura azione: e, al di sopra di
tutto questo, l’idea di Stato, l’Imperium”.
Per quanto riguarda l’Italia, la rettifica deve coinvolgere soprattutto
alcuni aspetti del tipo umano “mediterraneo”, individualista e
utilitarista, la cui morale si riassume nell’”esser furbi”, al quale
deve essere contrapposto il tipo “Ario-Romano”, per sostenere un
retaggio primordiale offuscatosi nelle contingenze e nel caos etnico del
mondo mediterraneo arcaico.
É da chiarire che il tipo “mediterraneo” non è sinonimo di “italiano”,
perché lo si può ritrovare in Francia, Spagna, nella stessa Germania e
in Inghilterra.
Fra le caratteristiche della Romanità sono affermate soprattutto la
Pietas: la purezza di cuore, quale venerazione e devozione verso la
realtà Soprannaturale; la Fides: la lealtà e fedeltà non solo diretta ad
osservare, ma a realizzare i “Valori” quali regole di condotta.
Ed ancora la Gravitas: l’onore e la dignità commisurata ad una calma
interiore e ad un agire sicuro di sé; la Disciplina: la formazione di sé
e l’amore per la legge e un severo autocontrollo; la Fortitudo: il
coraggio; la Constantia: forza d’animo e tenacia nel successo così come
nell’insuccesso.
Ma grande importanza Evola attribuisce al principio dell’Imperium: al
principio di sovranità statale e di ideale politico che trae la sua
origine e la sua legittimazione in un Ordine Sovrannaturale, incarnando
una “fede” supertemporale di giustizia e un tipo di organizzazione
politica virile e gerarchica.
I principali libri scritti da Evola nel dopoguerra riprendono queste
idee, con l’intenzione di risvegliare ed orientare quanti erano e sono
ancora animati da una “severa intransigenza” contro la “società
borghese”.
Così viene indicato uno “stile” che è prima di tutto “disciplina” in
grado di formare dei “caratteri”, che abbiano la forza, in un mondo in
disfacimento, di reagire e di essere d’esempio.
Si tratta di “restare in piedi”, di assumere a regola della propria vita
una “norma superiore”, una tensione ed una energia interiori che devono
essere evocate e ridestate, facendo appello ad una spontaneità interna.
Questo è lo stile, che non si può acquisire dai libri, che non può
essere appreso o inventato meccanicamente, ma che si manifesta come un
sentire profondo e reale, che definisce i “fronti di appartenenza”.
L’appartenenza si caratterizza per la capacità di realizzare i “principi
della Tradizione” in essenziale, senza cercare giustificazioni, affinché
questi principi rappresentino una misura di confronto fra “amici” e
“avversari”, e soprattutto distanza da quanti pur richiamandosi alla
“Tradizione” convive in un clima di ipocrisia ed incoerenza
rappresentando null’altro che una parodia.
Evola suggerisce misure ancor più radicali per la cura dei mali
dell’anima, per delineare quella che definisce “linea di maggior
resistenza”, cioè la volontà di riconoscere ed eliminare gli equivoci
della propria incoerenza.
Afferma Evola:
“Già nella vita comune va seguita una disciplina, atta a far realizzare
l’inutilità di ogni sentimentalismo e di ogni complicazione affettiva.
Al loro posto, lo sguardo lucido e l’atteggiamento adeguato. Come nel
chirurgo, al luogo di compassione e pietà, l’intervento che risolve.
Come nel guerriero e l’uomo di sport, al luogo della paura,
dell’agitazione irrazionale davanti al pericolo, la pronta
determinazione di tutto quel che è in proprio potere fare. Pietà, paura,
speranza, impazienza, ansia, sono tutti sfaldamenti dell’animo, che
vanno a nutrire poteri occulti e vampirici di negazione. Prendi la
compassione: non rimuove nulla del male altrui, ma fa che esso conturbi
il tuo animo. Se puoi, agisci, assumi la persona dell’altro e
comunicagli la tua forza. Se no, staccati. Così pure l’odio: odiare
degrada. Se vuoi, se giustizia vuole, in te, abbatti, stronca, abbatti,
senza che il tuo animo si alteri”.
Dal continuo scontro con le situazioni reali, si possono osservare le
proprie reazioni e rendersi conto della propria capacità di “reagire”.
Solo allora si sarà in grado di valutare le proprie capacità di
“distacco” dai condizionamenti esterni ed alla presa che il mondo
moderno ha su di sé e dal proprio meschino tornaconto, e si tornerà ad
essere “padroni di sé stessi”, formando un “carattere” in grado di
orientare la propria vita verso un reale rinnovamento spirituale.
“Carattere” ancor più importante in un’epoca in cui ogni identità viene
svenduta, e dove acquistano maggior valore le parole di Evola:
“...a partire da un dato punto, non più per il sangue, non più per gli
affetti, non più per la Patria, non più per un umano destino, potrai
ancora sentirti unito a qualcuno. Unito ti potrai sentire solo con chi è
sulla tua stessa via”.
   
Esempi di virtù
rappresentate
nel rovescio delle monete romane
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