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Il
Cipresso tagliato:
la questione libanese

Stefano Alamari
Come
altri Stati del Medio Oriente, la repubblica libanese è nata al termine
della I guerra mondiale dalla dissoluzione dell’Impero ottomano. In
particolare, essa fu la diretta conseguenza dell’Accordo Sykes-Picot del
1916 fra Gran Bretagna e Francia, con il quale le due nazioni si
attribuivano le rispettive zone d’influenza in Medio Oriente al termine
del vittorioso conflitto: all’Inghilterra l’Iraq, la Palestina e la
Transgiordania, alla Francia l’area corrispondente ai futuri Stati di
Siria e Libano. Oltre all’accordo Sykes-Picot, durante la guerra ci
furono altri accordi tra le potenze dell’Intesa per la spartizione delle
spoglie dell’Impero ottomano giudicato ormai sull’orlo del collasso.
Eccone l’elenco: l’Accordo di Costantinopoli (marzo 1915) fra Gran
Bretagna, Francia e Russia che attribuiva a quest’ultima Costantinopoli
e la costa occidentale del Bosforo, il mar di Marmara e i Dardanelli, la
Tracia a sud della linea Midye-Enez e la punta nord-occidentale
dell’Asia Minore; il Trattato di Londra (aprile 1915) che prometteva
all’Italia, quale compenso per l’entrata in guerra, una congrua porzione
della sezione mediterranea dell’Anatolia adiacente alla provincia di
Adalia (ora Antalia). Il Trattato di Londra fu integrato nel 1917
dall’accordo di St.-Jean-de Maurienne fra Gran Bretagna, Francia e
Italia per conciliare le pretese francesi e italiane. In realtà, sia
l’Accordo di Costantinopoli che il Trattato di Londra furono poi
vanificati dal trionfo delle rivoluzioni bolscevica e kemalista.
Molti studiosi hanno messo in discussione la razionalità
dell’edificazione di uno Stato libanese per due ordini di problemi. Il
primo di natura geografica, in quanto il Libano costituisce il naturale
sbocco della Siria sul Mediterraneo (Beirut dista da Damasco poco più di
100 Km), situazione questa ulteriormente evidenziata dalla cessione nel
1937 da parte della Francia (che aveva il mandato sulla Siria) alla
Turchia della regione di Alessandretta (Iskenderum) e Antiochia (Antakya).
Ciò spiega l’accentuata attenzione sempre dimostrata dal governo di
Damasco nei riguardi della situazione politica del Libano. D’altra
parte, è evidente l’importanza strategica del Libano, da sempre (anche
dopo l’apertura del Canale di Suez) terminale delle attività commerciali
dei paesi del Mediterraneo con quelli del vicino e lontano Oriente. Ciò
ha determinato la concentrazione nell’area di grandi ricchezze e la
trasformazione di Beirut in uno dei più importanti centri finanziari del
Mediterraneo. L’esplosione nel secondo dopoguerra delle attività
commerciali connesse con lo sfruttamento delle risorse petrolifere del
Medio Oriente non ha fatto che accentuare tale situazione.
Il secondo problema connesso con l’esistenza stessa dello Stato libanese
è di natura religiosa in quanto il suo territorio è un arcipelago di
fedi: per parte cristiana, maroniti, ortodossi, uniati, armeni e
cattolici mentre i musulmani sono presenti con sunniti, sciiti e drusi.
La presenza di queste minoranze religiose è stata determinante nel corso
della storia per la funzione stessa svolta dall’area nelle attività
commerciali tra i paesi del Mediterraneo con quelli dell’oriente. Le
differenze religiose, strumentalizzate dai paesi interessati al
controllo del paese, hanno dato luogo a lunghe e sanguinose guerre
civili iniziate già prima della nascita dello Stato libanese.
Occorre dire che l’embrione di uno Stato libanese esisteva già
all’inizio del XIX secolo in quanto il sultano di Costantinopoli
concedeva una larga autonomia agli emiri Sihab, signori del Monte
Libano. Fu un problema religioso a provocare la prima guerra civile: a
seguito della conversione al cristianesimo maronita dell’emiro Basir II,
nel 1834 scoppiò un conflitto fra maroniti e drusi in conseguenza del
quale, anche per le pressioni dei paesi europei, il Monte Libano fu
diviso in due unità amministrative, una maronita ed una drusa. Da quel
momento i rapporti fra le unità religiose divennero sempre più
competitivi fino a sfociare nel 1860 nella cruenta guerra civile fra gli
affittuari maroniti ed i proprietari terrieri drusi. Per porre fine al
massacro la Francia, tradizionalmente protettrice dei cristiani
maroniti, sbarcò un contingente militare a Beirut che invase la
roccaforte drusa nel Sùf. Il problema del Libano fu allora affrontato
dalle potenze europee riunite in conferenza a Parigi al termine della
guerra di Crimea: fu decisa la creazione del “Sangiaccato” (provincia
autonoma) del Libano con un governatore cristiano scelto dal Sultano
assistito da un consiglio a maggioranza maronita eletto su base
confessionale (4 maroniti, 3 drusi, 2 greco-ortodossi, 1 sunnita, 1
sciita). Il Sangiaccato (Piccolo Libano), posto sotto la protezione di
Gran Bretagna, Francia, Russia, Prussia, Austria e Italia, comprendeva
solo parte dell’attuale repubblica libanese, essendone esclusi Tripoli,
Tiro, Sidone e la valle della Beqaa.
Al termine della I Guerra mondiale, durante i negoziati di pace di
Parigi, sulla base dell’Accordo Sykes-Picot i francesi inviarono un
contingente militare a Beirut e posero sotto il proprio diretto
controllo tutta la fascia costiera da Tiro alla Cilicia. Essi
incontrarono l’aperta ostilità degli arabi che rifiutavano la nuova
forma di colonialismo camuffata da mandato e che invece, galvanizzati
dalle imprese dell’emiro Faysal il quale, assieme ad Allenby, aveva
combattuto i turchi dalla Mesopotamia fino a Damasco, vagheggiavano
un’unica unità statale araba. Nel 1919 i sostenitori di Faysal
organizzarono ovunque possibile le elezioni in Siria ed un Congresso
Generale Siriano, riunitosi a Damasco, chiese l’indipendenza per la
Siria e l’Iraq, la cancellazione dell’Accordo Sykes-Picot e della
Dichiarazione Balfour nonché l’abolizione del sistema mandatario.
Successivamente l’8 marzo 1920 il Congresso Generale Siriano votò una
risoluzione che proclamava l’indipendenza della Siria (che comprendeva
anche la Palestina) e l’autonomia del Libano. Nel contempo un’analoga
assemblea irakena proclamò l’indipendenza dell’Iraq.
Francia e Gran Bretagna, tuttavia, rifiutarono le due risoluzioni e
convocarono il Consiglio Supremo della Società delle Nazioni che il 5
maggio 1920 annunciò la sua decisione secondo cui la Siria sarebbe stata
divisa in due mandati francesi (Libano e Siria) ed uno britannico
(Palestina) e l’Iraq sarebbe rimasto sotto mandato britannico. I mandati
furono ufficialmente approvati dal Consiglio della Società delle Nazioni
nel luglio 1922 e divennero effettivi nel settembre 1923. La reazione
armata dell’emiro Faysal fu facilmente sbaragliata dalle truppe francesi
che il 25 luglio 1920 entrarono a Damasco.
Sulla scorta delle decisioni della Società delle Nazioni, il 31 agosto
1920 il generale Gouraud, comandante del corpo di spedizione francese,
proclamò la nascita del “Grande Libano” comprendente il precedente
Sangiaccato del Monte Libano, la pianura della Beqaa e le città costiere
di Tripoli, Tiro e Sidone. La superficie del Libano passava così da
4.500 a 10.400 Kmq. mentre il panorama religioso risultava completamente
sconvolto. I maroniti, che nel Piccolo Libano costituivano più di tre
quarti della popolazione, scendevano ora al 31%. Le percentuali delle
altre minoranze religiose risultavano le seguenti: greci ortodossi 14%,
greci uniati 7%, sunniti 22%, sciiti 18%, drusi 7%, altri 1%.
La Francia esercitò il suo mandato sul Grande Libano con una politica di
promozione e rafforzamento dei cristiani maroniti, tradizionalmente filo
francesi, a danno degli arabo musulmani. Questo nonostante che la già
esigua maggioranza dei maroniti fosse destinata ad erodersi a causa
della bassa natalità e dall’accentuata tendenza all’emigrazione. Nel
1926 Parigi impose al Libano una costituzione redatta dopo affrettate
consultazioni con i libanesi stessi.
Essa
prevedeva un parlamento bicamerale e un presidente. I seggi in
parlamento ed i dicasteri sarebbero stati distribuiti sulla base
dell’appartenenza religiosa. Il presidente era maronita, il primo
ministro sunnita, il presidente della camera dei deputati sciita. A
greco ortodossi e drusi era assicurato un dicastero. Tuttavia il
presidente, rimanendo in carica sei anni ed avendo il diritto di scelta
del primo ministro, godeva di ampi poteri cosicché ai maroniti veniva
garantito il predominio nel panorama politico-sociale del paese. Secondo
molti studiosi la causa prima delle successive guerre civili che
sconvolsero il Libano deve essere individuata nella non bilanciata
distribuzione dei poteri prevista dalla costituzione sostanzialmente
imposta dai francesi nel 1926.
Negli anni fra le due guerre mondiali il Libano beneficiò degli
interventi della potenza mandataria per l’organizzazione della macchina
statale e burocratica. Rifacendosi all’efficiente e collaudato modello
francese, fu introdotto un moderno sistema amministrativo, furono
organizzate le dogane e introdotto un moderno sistema catastale. Furono
poste, insomma, le premesse per la lievitazione della prosperità del
paese, specie nel settore dei commerci e dei servizi nel quale operavano
congiuntamente cristiani e musulmani. Questo tuttavia non attenuò in
alcun modo l’attitudine anti francese dei libanesi e la loro aspirazione
all’indipendenza. Si formò, in particolare, un forte movimento
antifrancese in seno alla comunità maronita che indusse il governo di
Parigi a proporre un trattato franco-libanese che prevedeva
l’indipendenza del Libano con un consiglio franco-libanese responsabile
della politica estera oltre alla permanenza di basi militari francesi in
Libano.
Il
trattato, subito approvato dal parlamento libanese, non fu però mai
ratificato dai governi francesi di destra che fecero seguito al fronte
popolare.
Nel 1940, a seguito della sconfitta francese ad opera delle armate
tedesche, il Libano (assieme alla Siria) passò sotto il controllo del
governo di Vichy che ordinò ai suoi rappresentanti a Beirut di
collaborare ovunque possibile con i tedeschi. Ciò provocò la reazione di
Londra, per la quale il controllo dei due Paesi aveva una importanza
strategica essenziale nello scacchiere Medio orientale, e nel giugno
1941 un esercito misto costituito da truppe della Francia libera del
generale De Gaulle ed inglesi attaccarono e sconfissero le truppe di
Vichy. Emersero tuttavia contrasti fra Gran Bretagna e Francia sul
futuro del Libano. Londra aveva infatti accettato di aiutare il generale
De Gaulle contro le truppe di Vichy a patto che fosse resa piena
indipendenza al Libano. In questi termini si espresse a Londra il
generale Catroux, rappresentante di De Gaulle, prima dell’inizio delle
operazioni. Di diverso avviso era invece il generale De Gaulle che
riteneva prematuro concedere la piena indipendenza al paese e si
proponeva di rendere invece operante e rafforzare il Trattato del 1936.
Questo contrasto rinfocolò i sentimenti antifrancesi dei libanesi i cui
leader cristiani e musulmani nel 1943 si accordarono su un “Patto
Nazionale” in base al quale il Libano sarebbe rimasto uno Stato
indipendente all’interno delle frontiere esistenti, ma avrebbe
perseguito una politica estera araba indipendente. In altre parole, i
maroniti accettavano di allentare i legami con la Francia mentre i
musulmani rinunciavano al disegno di un Libano parte di una grande unità
statale araba. Le elezioni politiche diedero la vittoria ai sostenitori
del “Patto” ed il nuovo governo propose di eliminare dalla costituzione
la norma sul mantenimento del mandato francese sul Libano. Le autorità
francesi reagirono arrestando il presidente e numerosi membri del
governo, ma la sollevazione popolare, le potenze mondiali e,
soprattutto, un ultimatum britannico costrinsero i francesi a ritornare
sulle loro posizioni e ad accettare l’emendamento della costituzione.
Gradualmente i francesi trasferirono tutti i poteri al governo e nel
1946 il Libano (assieme alla Siria) divenne membro delle Nazioni Unite
come Stato indipendente. Nel frattempo, nel marzo 1945, esso era entrato
a far parte della Lega dei Paesi Arabi assieme agli altri Stati arabi
che avevano raggiunto l’indipendenza (Egitto, Iraq, Arabia Saudita,
Transgiordania, Yemen e Siria).
Il Libano microcosmo dell’instabilità medio orientale

Seguì per il Libano un decennio di sostanziale pace e prosperità,
interrotto bruscamente nel 1956 dalla fallita impresa
anglo-franco-israeliana per il Canale di Suez e dal diffondersi del
nasserismo su tutto il mondo arabo. La vittoria contro il tentativo di
invasione infiammò anche i musulmani libanesi che guardavano a Nasser
come al “Nuovo Saladino” ed il paese fu preda della tensione fra
nazionalisti libanesi e arabi. Tuttavia, nelle elezioni politiche di
quell’anno, il presidente Camille Chamoun, grazie ai grandi poteri di
cui disponeva ed agli aiuti americani distribuiti in forza della
“Dottrina Eisenhower”, riuscì ad assicurarsi in parlamento una
schiacciante maggioranza filo occidentale.
Permaneva tuttavia nel paese, fra nazionalisti libanesi ed arabi, una
situazione di forte tensione, che sfociò nel 1958 in una guerra civile
che vedeva la Siria apertamente schierata a fianco degli arabi
musulmani. La rivoluzione irakena che portò al potere gli ufficiali filo
nasseriani del generale Qasim indusse gli Stati Uniti a ritenere che
l’intero Medio Oriente fosse ormai prossimo a cadere sotto l’influenza
dell’Unione Sovietica talchè essi, accettando le richieste del
presidente Chamoun, fecero sbarcare a Beirut un corpo di spedizione di
10.000 marines. Gli Stati Uniti, tuttavia, non si proponevano di
puntellare il regime di Chamoun, al contrario incoraggiarono le parti
politiche a trovare un compromesso per risolvere autonomamente la crisi.
Fu così eletto presidente il generale Fuad Sihab, comandante
dell’esercito che nella crisi si era mantenuto neutrale ed il Libano
passò da uno schieramento marcatamente filo occidentale ad uno più
neutrale.
Ma il fragile equilibrio interno ed internazionale del Libano fu presto
turbato dalla guerra arabo-israeliana del 1967. Molti palestinesi
cacciati dai territori occupati trovarono rifugio anche in Libano dove,
con le loro azioni di guerriglia contro lo Stato ebraico, finirono con
l’interferire sulla vita politica del paese. I raid di rappresaglia
israeliani investirono anche i contadini sciiti del Libano del sud e
molti di essi furono costretti a fuggire per cercare rifugio nella
periferia sud di Beirut. I musulmani sciiti, che da sempre costituivano
il sottoproletariato sociale e politico del paese, trovarono un leader
nell’iman Mussa al-Sadr che organizzò il “Movimento dei Diseredati”,
affiancato da “Amal” (“Speranza”), una milizia armata. D’altro canto le
differenze economiche e sociali già esistenti nel paese furono
accentuate dal boom petrolifero in Medio Oriente che convogliò ulteriori
ricchezze nelle casse delle già ricche classi dirigenti del paese.
“Amal” si aggiunse così alle milizie costituite dalle altre fazioni
politico-religiose del paese che agivano sempre più indisturbate
sfidando le deboli forze armate governative.
Mentre molti libanesi, specie musulmani, simpatizzavano per la lotta
palestinese, la maggioranza dei maroniti era loro ostile e ne chiedeva
l’espulsione dal paese. All’inizio ci furono scontri fra esercito
libanese, guerriglieri palestinesi e formazioni civili di varie
tendenze. Essi però non sfociarono in guerra civile grazie alla
mediazione delle nazioni arabe. La situazione, tuttavia, divenne
esplosiva a partire dal 1970 allorché i palestinesi di Giordania furono
attaccati dalle truppe fedeli al re (“Settembre Nero”) e costretti a
rifugiarsi in Libano, unico paese arabo nel quale essi potevano
costituire uno “Stato nello Stato” così come avevano tentato di fare in
Giordania.
La situazione di tensione nel paese sfociò nel 1975 in aperta guerra
civile fra le milizie della destra cristiana e la coalizione della
sinistra guidata dal leader druso Kamal Giumblatt che rivendicava una
maggiore presenza dei drusi nell’architettura politica del paese. La
guerra civile, alimentata da diversi paesi arabi, da Israele e,
verosimilmente, anche dagli U.S.A., coinvolse ben presto anche le
milizie palestinesi che si schierarono con le formazioni di sinistra. In
breve tempo la coalizione palestinesi-sinistra prese il controllo di
circa l’80% del paese, ma a questo punto intervenne la Siria timorosa
che il Libano si spaccasse in due unità statali: una piccola cristiana
alleata di Israele ed il rimanente in mano cristiana e palestinese fuori
dal controllo della Siria. L’intervento armato siriano trovò l’appoggio
dei cristiani libanesi di destra ed in breve tempo le milizie della
coalizione dovettero abbandonare i territori occupati. L’intervento
siriano fu approvato con riluttanza dai paesi arabi etichettandolo come
componente principale di un contingente di pace arabo. La guerra civile
così si spense dopo aver causato cinquantamila morti e un milione di
senza tetto e dopo aver visto atroci massacri, rapimenti e assassini
perpetrati da tutte le fazioni in lotta.
In Libano riprese alacremente l’attività economica, ma la situazione
rimaneva tesa. I siriani non riuscivano a disarmare le varie milizie
armate mentre le destre cristiane, già favorevoli all’intervento della
Siria, ora ne chiedevano insistentemente il ritiro. Per parte sua
Israele rinsaldava l’alleanza con le destre cristiane e favoriva la
creazione di una “enclave”ai propri confini settentrionali controllata
da milizie cristiano-libanesi di sua piena fiducia.
Nel marzo 1978 Israele, per reazione ai continui attacchi delle milizie
palestinesi ai suoi confini settentrionali, sferrò la prima invasione su
larga scala del Libano con l’obiettivo di distruggere le basi della
guerriglia. Al governo di Tel Aviv erano andate le destre guidate da
Menachen Begin e l’azione militare a nord era agevolata dalla politica
di riconciliazione fra Egitto ed Israele iniziata da Sadat. L’irruzione
delle forze israeliane fino al fiume Litani provocò la fuga verso nord
dei palestinesi mentre gli effetti dell’invasione furono subiti dai
libanesi. L’O.N.U. tuttavia intervenne con decisione (grazie anche alle
pressioni esercitate dal presidente americano Carter) e Israele fu
indotta a ritirare il contingente di invasione. Ai confini
israelo-libanesi fu dislocato un contingente di osservatori O.N.U. (UNIFIL)
ed Israele continuò a sostenere l’enclave cristiana con funzione di
cuscinetto.
Il Libano tuttavia non trovò la pace. Continuavano le lotte tra le varie
fazioni mentre al sud gli israeliani rispondevano con sanguinose
rappresaglie agli attacchi della guerriglia palestinese. Per parte sua,
Israele non aveva rinunciato al proposito di distruggere il “quasi
Stato” che i palestinesi avevano creato in Libano e di cacciare tutti i
palestinesi da quel paese. Traendo pretesto da un attentato
all’ambasciatore israeliano a Londra, il 6 giugno 1982 lanciò
l’operazione “Pace nella Galilea”, una grande invasione che giunse in
breve tempo a cingere d’assedio Beirut. Le forze siriane non opposero
alcuna resistenza anche perché l’aviazione di Tel Aviv aveva distrutto
tutte le loro basi missilistiche antiaeree senza subire alcuna perdita.
A Beirut gli israeliani cinsero d’assedio il quartier generale
dell’O.L.P. e la città fu duramente bombardata con decine di migliaia di
morti e grandi distruzioni. Due terzi dei palestinesi che vivevano nei
campi profughi della capitale (circa 140.000 persone) fuggirono nel nord
del paese e nella valle della Beqaa controllati dai siriani. L’opinione
pubblica mondiale (compresa quella americana) oltre che larghi settori
di quella israeliana si schierò contro l’invasione ed Israele accettò un
accordo (promosso dagli americani) in base al quale le forze israeliane
non sarebbero entrate a Beirut ovest ove erano asserragliati i
palestinesi mentre Yasser Arafat e 13.000 combattenti palestinesi si
sarebbero ritirati sotto la supervisione americana. L’evacuazione iniziò
il 22 agosto, ma il 14 settembre le forze israeliane penetrarono a
Beirut ovest nonostante le proteste americane. Fu allora che nei campi
profughi di Sabra e Shatila, sotto controllo israeliano, numerosi civili
palestinesi furono barbaramente massacrati dalle milizie di destra
libanesi senza che gli israeliani facessero nulla per impedirlo.
I massacri e le distruzioni di Beirut sollevarono l’indignazione
dell’opinione pubblica mondiale e l’O.N.U. decise l’invio di un
contingente di pace per proteggere la popolazione civile: vi concorsero
Italia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Washington avviò una
intensa azione diplomatica con l’obiettivo di far uscire dal Libano
tutte le forze straniere e di ripristinare la sovranità del governo di
Beirut su tutto il paese. L’azione diplomatica fu ad un passo dal pieno
successo con l’accordo fra il Libano ed Israele del 17 maggio 1983. Esso
però fu boicottato dal presidente siriano Assad che si rifiutò di
ritirare le sue truppe dal paese. In effetti, l’accordo promosso dalla
diplomazia americana avrebbe comportato la sottrazione del Libano dalla
sfera di influenza di Damasco. Seguirono due spettacolari attentati con
auto-bomba contro i quartieri generali dei contingenti americano e
francese che provocarono più di 300 morti e che persuasero gli americani
del fallimento della loro strategia in Libano. Così, nel febbraio 1984,
i marines lasciarono Beirut seguiti subito dopo dagli altri contingenti.
Anche Israele vide presto fallire l’obiettivo di imporre in Libano la
propria pace. A parte l’ingombrante presenza siriana, non riuscì a
mettere sotto controllo le milizie armate mentre le sue forze di
occupazione diventavano bersaglio degli attacchi dei guerriglieri. Nel
Libano meridionale la popolazione a maggioranza sciita, che inizialmente
non si era opposta all’invasione israeliana a causa delle sofferenze
subite per colpa dei palestinesi, si rivoltò contro l’arroganza degli
occupanti e cominciò ad attaccarli con le squadre di “hezbollah”
costituite da estremisti sciiti appoggiati dall’Iran. D’altro canto, pur
essendo state sconfitte a Beirut, le forze palestinesi non erano state
annientate come era negli obiettivi e la bandiera dell’O.L.P. continuava
ad essere tenuta alta da Yasser Arafat prima a Damasco e poi a Tripoli.
Il contingente di occupazione israeliano venne a trovarsi, insomma, in
una situazione assai difficile anche perché l’operazione in Libano era
sempre più criticata in patria. Fu così che nel 1985 il primo ministro
laburista Shimon Peres, salito al potere con le elezioni del 1984,
decise il ritiro dell’armata di occupazione dal Libano. Furono però
lasciati i consiglieri militari nell’esercito del Libano meridionale,
costituito essenzialmente da cristiani, che presidiava una zona
cuscinetto profonda dieci miglia lungo il confine.
Usciti gli israeliani dal Libano, Damasco si accinse, con l’approvazione
poco entusiasta dei paesi arabi, ad imporre al paese la “pax siriana”
incontrando non meno difficoltà di quante ne avevano incontrate nei loro
tentativi gli americani e gli israeliani. Il problema principale erano
le formazioni armate, in particolare le Forze libanesi dei maroniti
sempre ostili ai siriani. Ma anche le altre milizie, come gli sciiti di
Amal, i drusi e gli estremisti hezbollah, rifiutavano ogni accordo per
unificare il paese e spesso erano in lotta fra di loro. Le forze siriane
riuscirono ad occupare la Beirut ovest musulmana, riducendo in tal modo
i combattimenti fra le milizie rivali, ma Beirut est rimaneva una
enclave controllata dalle Forze libanesi maronite mentre anche i
quartieri meridionali sciiti della città si sottraevano al controllo
siriano.
Nel settembre 1988 il presidente Amin Gemayel (maronita) terminava il
suo mandato, ma non fu possibile individuare un suo successore gradito
ai siriani a causa dell’opposizione dei maroniti. Gemayel, prima di
lasciare formalmente la carica, nominò primo ministro il generale Michel
Aoun, comandante maronita delle forze armate. Ma poiché i musulmani
rifiutavano di entrare nel nuovo governo, il precedente primo ministro
sunnita si dichiarò ancora legittimamente in carica. Si creò l’ennesima
situazione di stallo mentre le due parti si scambiavano cannoneggiamenti
all’interno della città con gravi perdite fra i civili.
Intervenne con determinazione la mediazione dei paesi arabi (specie
l’Arabia Saudita) tutti interessati ad evitare la disgregazione del
Libano e fu trovata nel settembre 1989 una soluzione di compromesso: i
cristiani maroniti, che dalla creazione del “Grande Libano” avevano
dominato la scena politica del paese, avrebbero rinunciato ad alcune
delle loro posizioni di potere a favore dei musulmani. I deputati si
accordarono e nel novembre elessero presidente prima René Muawwad, che
fu presto assassinato con un’auto-bomba, e poi Elias Hrawi che,
riconosciuto da tutti gli Stati arabi, era tuttavia rifiutato da Aoun.
Contro quest’ultimo, tuttavia, si schierarono le milizie cristiane delle
forze libanesi e ne seguì l’ennesimo conflitto, questa volta fra milizie
cristiane contrapposte. Alla fine, nell’ottobre 1990, mentre
l’attenzione del mondo era concentrata sulla crisi irakena, l’armata
siriana e le Forze libanesi entrarono nell’enclave-fortezza del generale
Aoun che dovette arrendersi. In tal modo la Siria assumeva il controllo
del “Paese dei Cedri” e la sua posizione era rafforzata dall’accordo
siro-libanese del maggio 1991. Per parte sua Israele rinunciava ad
interferire nella situazione interna del paese e nel 1999 ritirava i
suoi “consiglieri” dall’armata del Libano meridionale provocandone
l’immediata dissoluzione.
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