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Il Cipresso tagliato: la questione libanese

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Creare l’economia corporativa

A. L. Arrigoni

 

C’è una grossa accusa in giro. È un’accusa che vive tuttora e che ha piena ragione di vivere. Si è accusata l’economia in genere e l’economicismo in particolare. Anche la condanna dell’homo oeconomicus è diventata normale, abitudinaria, fastidiosa. La ragione di questo fastidio sta nel fatto che generalmente coloro che sono pronti a scagliarsi e ad accusare sono proprio quelli che — fuori delle accuse — non sanno costruire niente di positivo. Non basta accusare; bisogna assolutamente costruire. È questa la prima, la più sentita esigenza dottrinale del tempo attuale. D’altra parte esistono degli strumenti — nel campo giuridico, in quello politico, nell’economico e, per qualche aspetto, anche in quello scientifico — attraverso i quali ogni nuova costruzione realizzata non soltanto si è rivelata inattuale, ma si è veramente dimostrata come dannosa alla nostra concezione di un corporativismo integrale. Occorre uscire dall’equivoco. Subordinare l’economia alla politica e all’etica non deve voler dire negare l’economia, ma deve voler dire fare dell’economia attraverso e a favore della politica. L’economia deve perciò diventare lo strumento della politica, ma il negarla sarebbe l’errore più grave che noi potremmo commettere. Ma quale economia? È qui il primo punto fondamentale da risolvere. Quell’economia dell’uomo economico, individualistica, meccanicistica, formale, scientista e prettamente utilitarista, che già si nega da sola attraverso le esperienze del liberalismo economico? Oppure un’altra economia che ne conserva soltanto il nome e dimentica completamente — attraverso astrazioni corporative tanto assurde quanto quelle scientiste — le regole fondamentali del problema economico? Poiché è qui il punto cruciale della nostra elaborazione corporativa. O di qui, o di là. O ammettere o negare. O economisti puri o pseudo-corporativisti.
 

 

Un’antitesi da superare


Ora a nostro parere quest’antitesi esiste, ma un’impostazione realmente corporativa dell’economia non è nel contrasto, né nella conciliazione delle due tesi: è fuori. Si tratta cioè di assumere nuovi dati per l’elaborazione del problema economico, di usare nuovi strumenti per i nuovi fini. Poiché noi corporativisti, appunto perché ci prospettiamo dei fini, non possiamo non proporci il problema di raggiungerli attraverso un minimo spreco. Negare all’economia corporativa il suo carattere essenziale di migliore adeguamento dei mezzi economici ai fini nazionali sarebbe come negare alla tecnica, il carattere essenzialmente analogo di migliore adeguamento dei mezzi tecnici ai fini nazionali. Negare ambedue queste cose significherebbe in sostanza fare la più ampia esaltazione degli sprechi, e tecnici, ed economici, e vorrebbe dire parlare di qualcosa che non è né tecnica, né economia. Ma il nostro ragionamento è un altro. Per noi trasformare la scienza economica tradizionale non vuoi dire renderla corporativa, con un processo di etichette più o meno bene incollate; vuoi dire creare, l’economia corporativa. Creare l’economia corporativa vuol dire rivedere tutti i concetti fondamentali che reggono 1’ economia alla luce dei nuovi orientamenti. Così non si rende per nulla inutile tutto l’imponente processo di elaborazione dottrinale realizzato sino ad oggi, ma lo si utilizza, sia come dato di cultura, sia come dato di esperienza scientifica. Si chiarisce nel modo più esatto e insieme nel modo più realistico la profonda storicità dell’economia corporativa che è nuova economia non soltanto perché nega dei postulati precedenti, ma soprattutto in quanto ne crea di nuovi, aderenti alla nostra concezione sociale, politica ed etica.

Esiste un’esigenza tipicamente moderna e questa non è soddisfatta dal prevalere di una tesi su di un’altra, e neppure dal predominare assoluto del concetto di produzione (produttivismo), o da quello di distribuzione sociale (socialismo), o da quello di utilità (economicismo individualista), o da quello di meccanicità dei fenomeni sociali (meccanicismo). 11 prevalere assoluto di tutte queste tendenze e concezioni particolari è proprio il risultato tipico della concezione individualistica e materialistica del mondo. Ma il negare le esasperazioni di questi concetti non vuol dire affatto affermare la negazione dei concetti stessi; almeno secondo l’idea corporativa che respinge l’individuo, come essere unilaterale e astratto, ma accoglie l’uomo, come essere universale e concreto. È proprio l’esistenza di questa esigenza, tipicamente moderna e non soltanto italiana, che ha fatto sorgere le correnti dell’istituzionalismo (Stati Uniti d’America: Veblen), del neo-classicismo inglese, dell’universalismo (Austria), del corporativismo aziendale in Germania e alcune correnti francesi che fanno capo al Bodin. Questa esigenza moderna è data insieme da una necessità di giusto limite e, insieme, di superamento di questi concetti. Di qui il fattore predominante rappresentato dalla politica — come mezzo di coordinamento, di limite, d’orientamento e di nuova sintesi — nel pensiero moderno. Si tratta perciò non di negare la scienza (per negare lo scientismo), non di negare la ragione (per negare il razionalismo), non di negare la produzione (per negare il produttivismo), non di negare l’economia (per negare l’economicismo) e così via; ma si tratta invece di trovare un punto superiore di contatto tra queste elaborazioni scientifiche, in modo da attuare una loro comune direzione verso l’obiettivo unitario della Nazione. La moderna esigenza di sintesi noi la interpretiamo proprio così. Negando, ad esempio, le astrattezze matematiche del Walras e del Pareto noi non neghiamo in blocco tutta la loro opera. Esiste un problema di sintesi superiore, tale da non escludere affatto l’analisi anteriore, ma anzi (per quello che se ne può salvare al lume delle nuove idee), tale da comprenderla e di trarre da lei utili norme di condotta e principi di agire.
Occorre in altre parole elaborare dei nuovi concetti i quali, pure restando e avendo valore nelle singole branche degli studi particolari, possano unificarsi in una sintesi superiore rappresentata dalla politica e dall’etica. Perciò subordinare l’economia all’etica e alla politica non può significare soltanto una subordinazione esterna e meccanica, e neppure può significare una negazione — agli effetti pratici irreale — dell’economia. Deve significare invece subordinazione intima, continua (capillare direi) E tutto questo può verificarsi se non soltanto si assorbono nella politica le conclusioni dell’economia (per loro natura particolaristiche), ma se il realizzarsi medesimo dell’economia sia situato nella politica. La nostra d’oggi vuole essere un’impostazione di questa nuova concezione dell’economia corporativa.

 


Le basi del problema economico


Chiarito quello che noi intendiamo come problema economico corporativo (migliore adeguamento di mezzi economici ai fini nazionali, si tratta di vederne l’impostazione più aderente alla realtà corporativa. Base del problema economico classico, individualistico e meccanicistico è un problema d’utilità (bisogna ricordare, infatti, che i maggiori esponenti delle dottrine economiche classiche: Ricardo, James Mill, John Stuart Mill, fino al Pantaleoni partono essenzialmente, direttamente o indirettamente, dalla filosofia utilitaristica del Bentham), perciò un problema di soddisfazione (quindi di benessere).
Questo problema di utilità non è per nulla negato in un’economia corporativa, e con esso neppure sono negati la soddisfazione e il benessere individuali. Soltanto questa stessa utilità economica, individuale o collettiva, è gerarchicamente inquadrata in un sistema (Stato corporativo) che la modifica, sia preventivamente (attraverso un influsso sulla situazione psicologica del singolo), sia durante l’attività economica (attraverso l’ambiente, dato dagli organismi corporativi).
Ora il fine — inquadrato in questo senso — non rimane più soltanto né un problema di utilità collettiva, né un problema di soddisfazione collettiva e neppure un problema di benessere collettivo, elementi, questi, essenzialmente economici, unilaterali e individualistici. Poiché essi o si riferiscono all’individuo o alla collettività, ma a questa unicamente considerata come somma degli individui stessi, mentre il nostro concetto di società è gerarchico e differente dalla somma dei componenti. Perciò utilità, benessere, edonismo — in quanto si possono per loro definizione stessa riferire esclusivamente a un individuo o a una somma di individui — restano in vita in un’economia corporativa solo per quel tanto che è riferito all’individuo singolo o ad una collettività di individui, mentre è assurdo parlare (in sede rigorosamente scientifica) ad esempio, di utilità nazionale o, peggio, di utilità sociale, poiché qui entrano altri elementi (quello politico, quello militare, quello sociale ecc.) che non permetterebbero mai così di porre il problema (in un’economia corporativa) in termini esclusivamente economici.
Per questa ragione se edonismo, utilità e benessere restano in un’economia corporativa — riferiti a individui singoli o a gruppi d’individui — anche se modificati, devono essere d’altra parte assorbiti in un altro concetto che, se li comprende, tuttavia in essi non si esaurisca. È vero che l’individuo tende, anche in un’economia corporativa, verso un proprio soddisfacimento, ma è anche vero che questo soddisfacimento, se puramente economico, trova tutta una serie di limitazioni che l’agente medesimo si è posto (attraverso gli organi corporativi) volontariamente e gerarchicamente per raggiungere un determinato fine. E questo fine trasforma in definitiva (nel suo esprimersi, nel suo svolgersi e nel suo realizzarsi) anche la figura primitiva dello stimolo economico per farlo diventare qualcosa che è politico: quindi economico, sociale, umano, militare, e così via. L’antica utilità, pure essendo rimasta viva, si trasforma in un’entità ben più complessa e insieme ben differente.

 


Due esempi


C’è già un esempio, forse troppo esaltato in superficie, ma nient’affatto ben definito in profondità: l’autarchia. L’autarchia è un concetto che io definisco integrale, nel senso che esso assorbe corporativamente tutti i possibili significati del termine in una sintesi che vuoi essere superiore, cioè non si vuole (ed è questo il vero senso dell’autarchia come noi lo interpretiamo) esaurire nella regolamentazione, nel freno delle manifestazioni del commercio estero, ma vuole andare oltre, verso un effettivo incremento di tutte le possibilità nazionali. Perciò troviamo un’autarchia economica, un’autarchia scientifica, un’autarchia politica, un’autarchia militare, un’autarchia spirituale. Ora l’esistenza di questo superiore concetto di autarchia, non vuoi dire svincolarsi dalle esigenze particolari (es. ignorare le opere letterarie d’autori stranieri, o chiudere gli scambi commerciali con gli altri paesi) che sono culturali, scientifiche, economiche e così via, ma vuoi dire servirsi di questi mezzi particolari per meglio raggiungere il nostro fine. 11 che vuoi dire, ad esempio, tenere conto delle reazioni puramente economiche che una determinata misura autarchica può determinare.
Questo carattere di molteplicità di significati, caratteristico dell’autarchia, ne ha reso e ne renderà sempre arduo l’incasellamento in una categoria di pensiero o in un sistema logico d’idee. Tutte le definizioni d’autarchia esistenti sono evidentemente particolari; e questo è logico se si mira soprattutto al valore (che non è contingente) dell’autarchia e non al suo preciso significato (che può anche esser contingente). Tutto questo vuol dire che l’autarchia — come un altro concetto: quello di giustizia sociale — se si può tradurre in termini rigorosamente economici, non si riduce pertanto tutta nell’economia, se si può tradurre in termini militari, non si può ridurre tutta ad una dottrina militare, e così via. E vuoi dire una cosa che è a mio parere fondamentale ed è già stata scritta da Niccolo Giani: “la nomenclatura conta poco. Quello che importa invece è che si tratti di idee-forza cioè di principi vivi vitali”. Comprese chiaramente da tutti e insieme capaci di proporre agli studiosi i più ardui problemi di analisi particolari, queste due: autarchia e giustizia sociale, costituiscono termini essenzialmente ellittici nel senso vero della parola. Formano parte di quelle idee-forza, che animano la sintesi fascista e che le permettono di adattarsi — fissa la direzione — a tutte le possibili situazioni contingenti o storiche. È dunque una negazione dell’economia o delle altre scienze in questi campi? A mio parere no. Mi sembra anzi che questo processo riporti il problema nel suo reale aspetto economico o scientifico, impostato secondo l’assunto precedente.
Seguendo le linee enunciate, esaminiamo oggi una nuova impostazione dell’elemento fondamentale di ogni economia: il problema del benessere; e intendo darne, secondo il mio assunto, il reale quadro corporativo.

 


Le più recenti impostazioni


Attraverso le brevi note precedenti abbiamo fatto osservare come il tentativo di pervenire alla formulazione di un benessere inteso in senso nettamente materialistico ed economico, sia destinato fatalmente a cadere in un’economia corporativa. Il massimo di benessere collettivo o di utilità collettiva sono pur sempre concetti atomistici e meccanici che rappresentano, come nota giustamente Gino Arias, la negazione della società. Non sono quindi applicabili al sistema corporativo. Sia perché l’ideale del piacere non è l’ideale del corporativismo, sia perché, come si è già accennato, la società corporativa non è la somma degli individui. Questo scoglio della teoria economica è di notevole portata; intorno ad esso si sono affannati economisti di valore con determinate soluzioni. Un tentativo particolarmente notevole è stato compiuto dall’inglese Alfredo Pigou nella sua opera “The economics of Welfare”, nella quale, al concetto di benessere, che egli chiama economico (economie Welfare) contrappone il benessere complessivo (total Welfare) cercando di definirne il contenuto. Ma la concezione utilitarista e materialista del benessere per il benessere, nonostante Io sforzo per superarla, rimane immutata e, se il Pigou ha il merito di aver distinto la collettività dall’individuo, si guarda bene dal ricongiungere l’indagine della “convenienza” individuale e collettiva con quella delle finalità individuali e sociali. Per il Pigou il benessere economico di una società dipende dall’importanza del volume medio di dividendo nazionale prodotto annualmente, dalla uniformità maggiore o minore delle parti medie di dividendo nazionale distribuite annualmente, dalla costanza ottenuta nella produzione e nella distribuzione del dividendo nazionale. L’Arias su questo punto fa una critica molto serrata al pensiero dell’economista inglese, e non si può dissentire da essa.
In sostanza si può affermare:
1°) il benessere di una società non può essere conosciuto senza la conoscenza dei suoi ordinamenti politici;
2°) il benessere in sé è una falsa concezione di bene;
3°) è falsa la relazione tra benessere (concezione soggettiva e qualitativa) e quantità di ricchezza (concezione oggettiva e quantitativa);
4°) l’economia corporativa, affermando l’unità della economia nazionale proclama che la coordinazione e la subordinazione reciproca delle energie produttive non si raggiunge ispirandosi al criterio puramente utilitario individualistico.
Anche l’ottima distribuzione del reddito nazionale è sottratta a qualsiasi criterio di valutazione politica e morale (es.: criterio di giustizia sociale) e tutta imperniata sul maggior consumo e quindi sul maggior benessere che deriverebbe da! trasferimento di una parte del reddito nazionale dai ricchi ai poveri. Dove si può osservare che il criterio di determinazione del benessere è puramente soggettivo e quantitativo.

Di questo passo si dovrebbero poter esattamente misurare le quote di benessere che pervengono ad un individuo da un aumento di reddito e — ove fosse possibile — si arriverebbe probabilmente a credere che il benessere che un individuo A riceve da una quota x di reddito è diverso dal benessere che riceve l’individuo B dalla stessa quota. Su questa posizione si è mantenuto ad esempio il Fovel, il quale riassume gli obiettivi dell’economia corporativa nei tre seguenti: massimo benessere della collettività presente; massima potenza della produzione; massimo risparmio. Lo stesso ragionamento — per quanto leggermente attenuato — prospetta il Fanno nel suo ultimo libro (“Introduzione alla teoria economica del corporativismo”.

 


Efficienza- benessere, utilità


La questione è certo complessa e noi non ci illudiamo di portare un notevole contributo su questo terreno ormai solcato da menti illustri. Però ci sembra opportuno fare alcune considerazioni di una certa importanza e destinate a mutare radicalmente il quadro del problema. Il concetto di benessere è un concetto essenzialmente materialistico, sensista, individualistico. Costituisce funzione di se stesso. II tentativo di definire un benessere sociale e collettivo è giustificato soltanto se si ammette come postulato che la società sia una somma di individui. Se si considera la società come distinta dagli individui ed a sé stante, non si può più applicare tale concetto poiché si è negata l’identità di fini tra individuo e società. Un solo caso può ammettere che il benessere collettivo — considerata la società fittiziamente distinta dall’individuo — sia anche quello individuale: ma è quello ove l’individuo si identifica con lo Stato e si ha il comunismo. Ma partendo dal presupposto di una società che persegua determinati fini (nazionali), superiori, per importanza e per durata, a quelli individuali, il significato di benessere e di utilità cambiano profondamente natura. Se il fine dell’individuo deve essere subordinato a quello dello Stato anche il suo utile e il suo benessere subiscono questa sorte.
Si deve quindi ricercare quel benessere per l’individuo che lo renda meglio idoneo ai fini superiori dello Stato. Questo non significa identificazione del benessere individuale e di quello nazionale, e neppure significa identificazione dei fini; significa gerarchia di fini (e, cosa che non facciamo per mancanza di opportunità e di spazio, si può chiarire questo concetto considerando partitamente l’ordinamento corporativo nei suoi organi e nelle sue realizzazioni pratiche). Allora il massimo di benessere per l’individuo non è un massimo assoluto, ma è relativo; il benessere non è materialista, né quantitativamente determinato secondo un’eguaglianza o una disuguaglianza di bisogni, ma è qualitativamente determinato secondo una scala di diversi bisogni non considerati per se stessi (materialismo), ma in funzione di un compito e di una gerarchia nella società (corporativismo). Il problema a questo punto starà allora nell’accogliere nel criterio della distribuzione il postulato etico dell’economia corporativa (fini nazionali). Come già, in un’economia individualistica, nella soddisfazione dell’edonismo individuale stava l’accoglimento del principio etico individualistico — vale a dire il massimo di soddisfazione all’individuo singolo —; così, in un’economia corporativa, nella migliore soddisfazione di quei bisogni che l’individuo prova in quanto parte reale, fattiva, collaborante di un complesso sociale che persegue determinati fini, sta l’accoglimento del principio etico corporativo.
Un’altro carattere che differenzia completamente i due concetti di benessere e di utilità va riferito al tempo. Il benessere e l’utilità individualistici sono termini statici: si riferiscono cioè a una somma di beni presenti, non considerano i beni futuri; danno a ciascuno secondo il suo prodotto presente, non per quello futuro. Il nostro concetto di benessere e di utile sono estremamente dinamici, considerano il presente e il futuro, il rendimento presente e quello futuro.

Per questa somma di ragioni i termini non sono idonei a definire, ad esempio, la migliore soddisfazione dei bisogni di un individuo in regime corporativo. Utilità e benessere non vanno più considerati in funzione del soggetto, ma va usato un concetto superiore che non escluda o neghi, ma che anzi comprenda il benessere e l’utilità di questo soggetto.
E questa questione, che — occorre farlo osservare? — non è per niente una questione di terminologia, ci pare risolta dall’uso di un’altro termine più comprensivo e meno soggettivo: è il termine efficienza. Inefficienza di un individuo non può essere considerata isolatamente, ma dev’essere ambientata in un determinato clima morale, in un determinato stadio della civiltà umana, in un determinato metodo di lavoro; essa non è un concetto soggettivo, ma si deve sempre esprimere in funzione di un determinato fine (che non è quello individuale altrimenti sarebbe benessere); essa non esprime solo il presente statico, ma anche le possibilità future, quindi è concetto dinamico.
Ma — ciò che ci pare soprattutto notevole — essa non è unilaterale come i termini benessere e utilità (che devono per forza essere o individualistici o collettivistici) in quanto l’esistenza di un’efficienza nell’individuo presuppone il massimo di benessere e di utilità compatibili con questa efficienza, presuppone cioè l’esistenza dì altri fini (quelli dell’individuo) distinti da quelli nazionali; i quali vanno considerati e potenziati entro i giusti limiti.

 


Il principio di efficienza


II concetto individualistico-materialista è automaticamente escluso. Nel principio d’efficienza si accoglie necessariamente un criterio di valutazione e di giudizio differente da quello puramente individuale o collettivo, ma vorremmo chiamarlo corporativo (in quanto questo criterio non è né dell’individuo né dello Stato soltanto, ma è degli organi corporativi assieme). Per ciò il fine economico generale da ricercare sarà: un massimo d’efficienza dei produttori e un massimo d’efficienza della produzione, termini questi che logicamente è impossibile distinguere in realtà, ma che noi distinguiamo soltanto per opportunità d’indagine. Non basta, occorre osservare che il primo e il secondo richiedono una valutazione che verrà dai fini nazionali e che non è nella competenza puramente economica. Impostato così il problema, il quadro cambia radicalmente, la subordinazione della distribuzione della ricchezza ai fini etici e politici è compiuta: ora si può parlare per esempio di perequazione dei redditi da un punto di vista assolutamente capovolto, non ci si baserà più sulla massima soddisfazione dei singoli, ma sulla massima efficienza dei mezzi scarsi utilizzati a quel determinato fine nazionale. Il massimo di produzione nazionale diventerà il massimo d’efficienza possibile (cioè il massimo di produzione compatibile con le esigenze presenti e future, compatibile con l’ideale nazionale, con i principi sociali o politici accolti e con le possibilità nazionali esistenti: Autarchia). Il criterio di valutazione individuale esiste ancora, ma solo nella fase iniziale e soltanto inquadrato entro un determinato “ambiente” che possiamo chiamare corporativo, costituito dagli organi che inquadrano, orientano e dirigono l’attività economica del singolo secondo un determinato fine nazionale e sociale.
Nel considerare perciò l’uso che faremo dei termini tradizionali è necessario tener presente, per non esporsi a facili equivoci, questa premessa di principio. Così impostato, il problema dell’efficienza massima di un’economia corporativa, trascurando l’economia gli altri aspetti dell’efficienza, connessi all’educazione, alla medicina, alla tecnica, alla psicologia, si può vedere sotto un duplice aspetto:
a) efficienza massima della produzione nazionale;
b) efficienza massima dei lavoratori (intesi nel senso corporativo e integrale di partecipanti alla produzione).
La prima si avrà attraverso un massimo d’efficienza nella produzione; nella sua regolarità, nella sua distribuzione. (Concetti che comprendono quelli: di sfruttamento autarchico delle risorse del paese; di regolamentazione e controllo della produzione; di “ottima” distribuzione rispetto ai fini nazionali e sociali).
La seconda si avrà attraverso un aumento del rendimento dell’opera manuale e un aumento delle cognizioni tecniche soggettive. (Queste due condizioni significano in altri termini: a) benessere fisico-psichico del lavoratore, suo “ottimo” trattamento agli effetti del rendimento, non solo produttivo ma nazionale (quindi demografico, militare, ecc.); o) progresso
Tecnico, quindi aumento della capitalizzazione, incremento delle invenzioni, aumento nel rendimento della macchina, ecc.

 


Il massimo d’efficienza del lavoratore


Illustrata brevemente la nostra impostazione, esaminiamo ora — per entrare maggiormente nell’esemplificazione e per dimostrare come praticamente nell’economia s’inserisce direttamente la concezione di efficienza — per linee essenziali il problema di un massimo di efficienza del lavoratore (inteso questo nel senso integrale di partecipante alla produzione secondo la definizione della Carta del Lavoro: lavoro = dovere sociale). Questo massimo d’efficienza del lavoratore è considerato solo economicamente, trascurando gli altri aspetti, intimamente connessi, dell’efficienza (demografico, politico, militare, sociale). Il massimo d’efficienza del lavoratore si pone sotto un aspetto unitario riguardo al fine, sotto un aspetto complesso riguardo ai mezzi. I mezzi economici per il raggiungimento di questo massimo si possono derivare logicamente dalle considerazioni precedenti. Se, per esempio, la sperequazione dei redditi (come è facile dimostrare) porta alla negazione dell’efficienza di alcuni lavoratori (disoccupati) e alla riduzione al minimo dell’efficienza di altri lavoratori (occupati al minimo di salario) ne viene logicamente il problema di aumentare il reddito di questi lavoratori. Quindi trasferimento di quote di reddito dalle classi più abbienti a quelle meno abbienti (giustìzia sociale). Ma — e questo è importantissimo — da tale punto d! vista non è più il benessere o l’utile dell’individuo che è posto come fine, ma è quel benessere relativo che consenta all’individuo stesso di mettersi nelle condizioni di massima efficienza.
La prima conclusione importante che viene dal nostro assunto è questa (veramente corporativa): il massimo d’efficienza dei lavoratori non si ha con la perfetta perequazione dei redditi. Infatti in un’economia corporativa le necessità di benessere dell’individuo per il raggiungimento del massimo di efficienza sono relative alle qualità, alle funzioni e alla posizione che l’individuo occupa nel quadro nazionale. 11 problema della definizione di queste qualità, funzioni e posizione, diventa un problema di ordinamento risolto e da risolvere dallo Stato corporativo. ‘In tal modo il principio gerarchico fissato alla base della morale corporativa è pienamente rispettato, anche nella concezione economica.
La seconda conclusione, che ci sembra pure importante, è che in un’economia corporativa la ricchezza non è più fine a se stessa, ma è mezzo per il raggiungimento di un determinato fine (funzione sociale). Di qui la conseguenza che il ricco (uso qui l’abusata terminologia di ricchi e poveri poiché non ne ho trovata una migliore. In effetti non credo all’esistenza della classe dei ricchi contrapposta alla classe dei poveri. Credo piuttosto all’esistenza di un complesso ordinato di categorie sociali distinte dalle funzioni, dai fini nazionali e particolari, ecc.) per quanto efficiente possa essere con un accrescimento dei propri redditi, non potrà rendere un grado d’efficienza maggiore del povero che abbia quest’accrescimento. Il ricco che aumenta il proprio reddito non aumenta la propria produttività in proporzione e neppure aumenta in proporzione i propri consumi, mentre il povero che aumenta il proprio reddito aumenta la propria produttività e i propri consumi. Ma — altra conseguenza importante e corporativa — non il povero in quanto povero, ma il povero in quanto presenti determinate caratteristiche che meritino l’impulso di efficienza (es. capacità, intelligenza, requisiti politici o demografici ecc.).
La terza conclusione riguarda un caso più particolare della prima. 1 redditi più alti possono reagire in senso favorevole sull’efficienza di un lavoratore in parecchi modi Essi gli permettono di nutrirsi meglio, e in conseguenza di essere più forte; gli aprono la via a nuove occasioni di ricrearsi e di migliorare la propria educazione; e ancora gli offrono indirettamente quei vantaggi derivanti dal maggior riposo e dalla sua migliore utilizzazione, poiché molte delle cose che il povero deve fare da solo, può farsi fare da altri se meglio rimunerato. Su questo argomento lo Hicks (nella sua “Teoria dei salari”) fa delle osservazioni che noi pienamente condividiamo. Egli osserva: “È una bella cosa che le spese debbano accrescere il piacere dell’esistenza, ma il piacere e l’efficienza (lavorativa) non vanno sempre insieme. Dopo che i salari abbiano raggiunto un certo livello, solo pochi spenderanno gli ulteriori aumenti in cose che sviluppino la loro efficienza di lavoratori. Se sono aumentati i salari di un largo gruppo di lavoratori, vi sarà quasi sempre qualche reazione favorevole sull’efficienza; ma più alti saranno i salari più piccola sarà probabilmente questa reazione.” Esatto. Derivano dunque delle considerazioni d’ordine generale.
Ammesso che si voglia dare all’efficienza corporativa del lavoratore la massima valorizzazione possibile e nazionalmente utile occorre porsi il problema d’impedire che un aumento del benessere materiale porti alla diminuzione generale di questa efficienza. Di qui i problemi collaterali della formazione d’una coscienza nazionale. In tal modo, questo continuo miglioramento delle condizioni materiali non è più fine a se stesso, ma è mezzo attraverso il quale si possono raggiungere integralmente gli scopi dello Stato.
Le conclusioni che ne abbiamo ritratto sono perfettamente nel quadro corporativo, il che ci dimostra come questo superamento dell’economia, che non è identificazione e neppure semplice subordinazione alla politica, sia espresso (corporativamente) nel modo più reale, aderente insieme alla realtà e alla teoria.
È evidente che questa nuova concezione apre infinite possibilità, essendo suscettibile di applicazioni più vaste e comprensive tali da poter in modo integrale e preciso definire l’economia corporativa: economia di efficienza, e fissando in tal modo ad essa un suo preciso carattere non soltanto nei fini, ma anche nei mezzi. Ci siamo limitati a darne un primo spunto augurandoci che esso possa essere ripreso e discusso e di farlo più estesamente in seguito.

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