Il giorno del “solstizio
d’inverno”, non è un giorno come gli altri. Non è solo la
ricorrenza di un importante fenomeno astrofisico. E’ il giorno del
perenne ritorno della vita e dell’eterno ricominciamento!
Anche se, oggi, la
nostra coscienza collettiva ne ha perso la memoria storica, quell’avvenimento
iniziò ad essere celebrato dai nostri antenati (ad esempio: presso
le costruzioni megalitiche di Stonehenge, in Gran Bretagna;
di Newgrange, Knowth e Dowth, in Irlanda; o
attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan, in Iran, e della
Val Camonica, in Italia), già in epoca preistorica e
protostorica.
Esso, inoltre,
ispirò il “frammento 66” dell’opera di Eraclito di Efeso (-560/-480)
e fu allegoricamente cantato da Omero (Odissea 133, 137) e da
Virgilio (VI° libro dell’Eneide).
Quell’evento,
fu invariabilmente atteso e magnificato dall’insieme dei
Popoli-Nazione europei: i Gallo-Celti lo denominarono “Alban Arthuan”
(rinascita del dio Sole); i Germani, “Yulè” (la ruota dell’anno);
gli Scandinavi “Jul” (ruota solare); i Finnici “July” (tempesta di
neve); i Lapponi “Juvla”; i Russi “Karatciun” (il giorno più corto).
Ed esso fu ugualmente individuato o scelto da un certo numero di
tradizioni religiose del mondo, per fare nascere o emanare i loro
esseri divini o soprannaturali (Oro o Horus, in
Egitto; Tammuz a Babilonia; Bacco o Dioniso,
nonché Ercole, in Grecia; Adone o Adonis; in
Siria; Mithra, in Iran; Freyr - il figlio supremo di
Odino - in Scandinavia; Quetzacoatl e l’azteco
Huitzilopochtli nel Messico pre-colombiano; Bacab nello
Yucatan; Zaratustra in Azerbaigian; Buddha, in
Oriente; Krishna, in India; Scing-Shin in Cina,
Gesù Bambino in Palestina, ecc.).
Da un punto di
vista astrofisico, il “solstizio d’inverno” è il giorno
dell’anno nel quale – nel cielo dell’emisfero Nord del nostro Globo
(mentre in quello dell’emisfero Sud o australe, ricorre il
“solstizio d’estate”) – il Sole, nel suo moto annuo lungo
l’eclittica (cioè, il cerchio massimo sulla sfera celeste che
corrisponde al percorso apparente del Sole durante l’anno), viene a
trovarsi alla sua minima declinazione. In altre parole: nel giorno
del “solstizio d’inverno”, il Sole sorge nel punto più meridionale
dell’orizzonte Est della Terra, culmina a mezzogiorno alla sua
altezza minima (a quell’ora, cioè, è allo Zenit del tropico del
Capricorno) e manifesta la sua durata minima di luce (all’incirca, 8
ore e 50/55 minuti). A partire da quel momento, la luce cessa di
diminuire e ricomincia ad aumentare la luminosità delle nostre
giornate…
Dal latino “Sol”
(il Sole) e “status, a, um” (fisso, periodico) – che a sua
volta potremmo fare derivare, sia dal verbo “sisto, stiti, statum,
sistere” (presentarsi, comparire a tempo debito) che dal
verbo “sto, stas, steti, statum, stare” (stare, stare
diritto, stare fermo, rimanere immobile, restar sospeso) – la parola
“solstitium, ii” (nel senso di “brumale” o di “hibernum”,
dunque, di “solstizio d’inverno”) era utilizzata molto raramente
dagli autori classici della Roma antica (a mia conoscenza,
esclusivamente da Catone o Marcus Porcius Cato, nel -III/-II sec.,
in “De agricultura” e dall’agronomo del I sec. della nostra era,
Columella o L. Iunius Moderatus Columella, in “De arboribus” ed in
“De rustica”), per due ragioni principali:
- la prima, è
che la tradizione romana della festa del dies solis novi
(il giorno del sole nuovo) affondava le sue radici, sia nel
passato preistorico delle genti Ariane o Indoeuropee (a cui i Romani
e la maggior parte delle genti Italiche appartenevano) che in
quello, più recente, delle sue stesse basi cultuali (non
dimentichiamo, infatti, che “Sol, la divinità solare –
come precisa Julius Evola (“La Tradizione di Roma”, Ed. di Ar,
collezione “Areté”, Manduria, 1977, pag. 138) – appare già fra i
dii indigetes, cioè fra le divinità delle origini romane,
ricevute da ancor più lontani cicli di civiltà” );
- la seconda
ragione, è che la festa che nei tempi arcaici di Roma era definita
Diualia (o ricorrenza del Diua Angerona: il
Numen che permetteva l’attraversamento o il superamento
degli “stretti passaggi”, come quello che compie il Sole nel giorno
più corto e nella notte più lunga dell’anno, il 21/22 Dicembre) e
che più tardi (cioè, dopo l’introduzione, sotto l’Imperatore
Aureliano, del culto del dio indo-iraniano Mithra nelle
tradizioni religiose romane e l’edificazione del suo tempio nel
campus Agrippae, l’attuale piazza San Silverstro a Roma)
assumerà il nome di Dies Natalis Solis Invicti,
era praticamente inclusa all’interno di un più vasto ciclo di
festività che i Romani chiamavano Saturnalia
(festività che – a partire dal -217 e dopo le successive riforme
introdotte da Cesare e da Caligola – si prolungavano dal 17 al 25
Dicembre e finivano con le Larentalia o festa
dei Lari, le divinità tutelari incaricate di proteggere i
raccolti, le strade, le città, la famiglia, ecc.).
I Saturnalia
che i nostri antenati facevano morfologicamente derivare dal
vocabolo latino “sata, orum” (i “seminati”) e che, in un
secondo momento, solennizzarono antropomorficamente in una
celebrazione religiosa dedicata al dio Saturno (in un
primo tempo, esclusivamente una divinità agraria latina,
protettrice della semina e delle sementi, e successivamente,
assimilato al dio greco Cronos, – a Roma, sposo di
Ops o Opi ed in Grecia, consorte di
Rhéa, la “Terra”, come madre dei frutti e dei campi –
fu adorato come Creatore), avevano, in realtà, una più antica
origine: quella che gli stessi Romani – senza conoscerne l’autentico
configurato, l’effettiva provenienza e la reale genesi – avevano
ereditato dalle popolazioni Latine dell’antico Latium a cui,
nel tempo, si erano culturalmente e politicamente sovrapposti.
Quel
configurato, quella provenienza e quella genesi
vanno ricercati – a mio avviso – nel contenuto semantico dei nomi di
due specifiche divinità latine che erano festeggiate, nel
Lazio, nel corso del mese di Dicembre: Consus (Conso)
e Ianus (Giano bifronte). Il dio Conso
(dal latino, “condere”, indica l’azione del
“nascondere” e/o del “concludere”) che – oltre al 21 Agosto (data in
cui presiedeva all’azione del “mettere al sicuro il raccolto”) – era
festeggiato il 15 Dicembre, nel corso delle Consualia, le
feste dedicate alla conclusione sacrale del vecchio anno ed
il dio Giano (antica divinità latina dalle “due
facce”, “dio del tempo” e, specificamente, “dell’anno”, ed il cui
tempietto, a Roma, consisteva in corridoio con due porte, chiuse in
tempo di pace e aperte in tempo di guerra) che – sulla base della
sua ancestrale accezione latina designa “l’andare” e, più
particolarmente, la “fase iniziale del camminare” e del “mettersi in
marcia” – regolava e coordinava l’inizio del nuovo anno, da
cui “Ianuarius, ii”, il mese di Gennaio.
Come conferma Franz Altheim (“Storia della Religione
Romana”, Ed. Settimo Sigillo, Roma, 1996, pag. 69 e 70), “Ianus e
Consus, nella realtà religiosa romana, si riferivano all’inizio ed
alla fine di un’azione”. E facevano ugualmente riferimento (… )
“ad eventi fissati nel tempo, ma che si ripetevano periodicamente”.
Quella e quelli – mi permetto di aggiungere – dell’eterno
ritorno della luce a discapito delle tenebre! °°°