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Questa rivista vede la luce,
non a caso,
il 21 dicembre del 2004,
giorno del Solstizio d’Inverno.




Dies Natalis Solis Invicti


Alberto B. Mariantoni

 

Il giorno del “solstizio d’inverno”, non è un giorno come gli altri. Non è solo la ricorrenza di un importante fenomeno astrofisico. E’ il giorno del perenne ritorno della vita e dell’eterno ricomincia­mento!

Anche se, oggi, la nostra coscienza collettiva ne ha perso la memoria storica, quell’avvenimento iniziò ad essere celebrato dai nostri antenati (ad esempio: presso le costruzioni megalitiche di Stonehenge, in Gran Bretagna; di Newgrange, Knowth e Dowth, in Irlanda; o attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan, in Iran, e della Val Camonica, in Italia), già in epoca preistorica e protostorica.

Esso, inoltre, ispirò il “frammento 66” dell’opera di Eraclito di Efeso (-560/-480) e fu allegoricamente cantato da Omero (Odissea 133, 137) e da Virgilio (VI° libro dell’Eneide).

Quell’evento, fu invariabilmente atteso e magnificato dall’insieme dei Popoli-Nazione europei: i Gallo-Celti lo denominarono “Alban Arthuan” (rinascita del dio Sole); i Germani, “Yulè” (la ruota dell’anno); gli Scandinavi “Jul” (ruota solare); i Finnici “July” (tempesta di neve); i Lapponi “Juvla”; i Russi “Karatciun” (il giorno più corto). Ed esso fu ugualmente individuato o scelto da un certo numero di tradizioni religiose del mondo, per fare nascere o emanare i loro esseri divini o soprannaturali (Oro o Horus, in Egitto; Tammuz a Babilonia; Bacco o Dioniso, nonché Ercole, in Grecia; Adone o Adonis; in Siria; Mithra, in Iran; Freyr - il figlio supremo di Odino - in Scandinavia; Quetzacoatl e l’azteco Huitzilopochtli nel Messico pre-colombiano; Bacab nello Yucatan; Zaratustra in Azerbaigian; Buddha, in Oriente; Krishna, in India; Scing-Shin in Cina, Gesù Bambino in Palestina, ecc.).

Da un punto di vista astrofisico, il “solstizio d’inverno” è il giorno dell’anno nel quale – nel cielo dell’emisfero Nord del nostro Globo (mentre in quello dell’emisfero Sud o australe, ricorre il “solstizio d’estate”) il Sole, nel suo moto annuo lungo l’eclittica (cioè, il cerchio massimo sulla sfera celeste che corrisponde al percorso apparente del Sole durante l’anno), viene a trovarsi alla sua minima declinazione. In altre parole: nel giorno del “solstizio d’inverno”, il Sole sorge nel punto più meridionale dell’orizzonte Est della Terra, culmina a mezzogiorno alla sua altezza minima (a quell’ora, cioè, è allo Zenit del tropico del Capricorno) e manifesta la sua durata minima di luce (all’incirca, 8 ore e 50/55 minuti). A partire da quel momento, la luce cessa di diminuire e ricomincia ad aumentare la luminosità delle nostre giornate…  

Dal latino “Sol”  (il Sole) e “status, a, um” (fisso, periodico) – che a sua volta potremmo fare derivare, sia dal verbo “sisto, stiti, statum, sistere”  (presentarsi, comparire a tempo debito) che dal verbo “sto, stas, steti, statum, stare” (stare, stare diritto, stare fermo, rimanere immobile, restar sospeso) – la parola “solstitium, ii” (nel senso di “brumale” o di “hibernum”, dunque, di “solstizio d’inverno”) era utilizzata molto raramente dagli autori classici della Roma antica (a mia conoscenza, esclusivamente da Catone o Marcus Porcius Cato, nel -III/-II sec., in “De agricultura” e dall’agronomo del I sec. della nostra era, Columella o L. Iunius Moderatus Columella, in “De arboribus” ed in “De rustica”), per due ragioni principali:

­­-  la prima, è che la tradizione romana della festa del dies solis novi (il giorno del sole nuovo) affondava le sue radici, sia nel passato preistorico delle genti Ariane o Indoeuropee (a cui i Romani e la maggior parte delle genti Italiche appartenevano) che in quello, più recente, delle sue stesse basi cultuali (non dimentichiamo, infatti, che Sol, la divinità solare – come precisa Julius Evola (“La Tradizione di Roma”, Ed. di Ar, collezione “Areté”, Manduria, 1977, pag. 138) – appare già fra i dii indigetes, cioè fra le divinità delle origini romane, ricevute da ancor più lontani cicli di civiltà” );

-  la seconda ragione, è che la festa che nei tempi arcaici di Roma era definita Diualia (o ricorrenza del Diua Angerona: il Numen che permetteva l’attraversamento o il superamento degli “stretti passaggi”, come quello che compie il Sole nel giorno più corto e nella notte più lunga dell’anno, il 21/22 Dicembre) e che più tardi (cioè, dopo l’introduzione, sotto l’Imperatore Aureliano, del culto del dio indo-iraniano Mithra nelle tradizioni religiose romane e l’edificazione del suo tempio nel campus Agrippae, l’attuale piazza San Silverstro a Roma) assumerà il nome di Dies Natalis Solis Invicti, era praticamente inclusa all’interno di un più vasto ciclo di festività che i Romani chiamavano Saturnalia (festività che – a partire dal -217 e dopo le successive riforme introdotte da Cesare e da Caligola – si prolungavano dal 17 al 25 Dicembre e finivano con le Larentalia o festa dei Lari, le divinità tutelari incaricate di proteggere i raccolti, le strade, le città, la famiglia, ecc.).

I Saturnalia che i nostri antenati facevano morfologicamente derivare dal vocabolo latino “sata, orum” (i “seminati”) e che, in un secondo momento, solennizzarono antropomorficamente in una celebrazione religiosa dedicata al dio Saturno (in un primo tempo, esclusivamente una divinità agraria latina, protettrice della semina e delle sementi, e successivamente, assimilato al dio greco Cronos, – a Roma, sposo di Ops o Opi ed in Grecia, consorte di Rhéa, la “Terra”, come madre dei frutti e dei campi – fu adorato come Creatore), avevano, in realtà, una più antica origine: quella che gli stessi Romani – senza conoscerne l’autentico configurato, l’effettiva provenienza e la reale genesi – avevano ereditato dalle popolazioni Latine dell’antico Latium a cui, nel tempo, si erano culturalmente e politicamente sovrapposti.

Quel configurato, quella provenienza e quella genesi vanno ricercati – a mio avviso – nel contenuto semantico dei nomi di due specifiche divinità latine che erano festeggiate, nel Lazio, nel corso del mese di Dicembre: Consus (Conso) e Ianus (Giano bifronte). Il dio Conso (dal latino, “condere”, indica l’azione del “nascondere” e/o del “concludere”) che – oltre al 21 Agosto (data in cui presiedeva all’azione del “mettere al sicuro il raccolto”) – era festeggiato il 15 Dicembre, nel corso delle Consualia, le feste dedicate alla conclusione sacrale del vecchio anno ed il dio Giano (antica divinità latina dalle “due facce”, “dio del tempo” e, specificamente, “dell’anno”, ed il cui tempietto, a Roma, consisteva in corridoio con due porte, chiuse in tempo di pace e aperte in tempo di guerra) che – sulla base della sua ancestrale accezione latina designa “l’andare” e, più particolarmente, la “fase iniziale del camminare” e del “mettersi in marcia” – regolava e coordinava l’inizio del nuovo anno, da cui “Ianuarius, ii”, il mese di Gennaio.

Come conferma Franz Altheim (“Storia della Religione Romana”, Ed. Settimo Sigillo, Roma, 1996, pag. 69 e 70), “Ianus e Consus, nella realtà religiosa romana, si riferivano all’inizio ed alla fine di un’azione”. E facevano ugualmente riferimento (… ) “ad eventi fissati nel tempo, ma che si ripetevano periodicamente”.   Quella  e quelli  – mi permetto di aggiungere – dell’eterno ritorno della luce a discapito delle tenebre!  °°°

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