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GLOBALIZZAZIONE E INFORMAZIONE
Salvatore
Francia

La fretta negli uomini è diventata un
fenomeno indotto, sempre più caratterizzante questa nostra contemporanea
“civiltà” che precipita nel vortice della globalizzazione, sempre più
indifferenziata con il sempre più rapido procedere verso il fondo.
La cultura, anche l’informazione che della
cultura può essere veicolo, risente della fretta, risente della
velocità, questa frenesia cui gli esseri umani sembra debbano
soccombere.
Gli esseri umani, spesso violando la
propria natura, sono spinti sempre più in avanti, ad una velocità sempre
maggiore.
Il tempo, sensazione soggettiva, trascorre
sempre più rapidamente, sottraendo esperienza alla vita, riflessione al
pensiero, ponderatezza alle azioni.
La “globalizzazione” sembra dover imporre
anche l’informazione “globale”, che non significa, nella pratica, un’informazione
più completa organicamente concepita ma, un’informazione in pillole
selezionate all’origine, somministrate in quantità tali da produrre
intossicazione, vale a dire irreversibile condizionamento, assuefazione
che produce incapacità progressiva ad innalzare barriere protettive, ad
assimilare con capacità critica le notizie – gestite in regime di
monopolio – che sono ammannite al “cittadino-utente-consumatore”.
Qualche incallito Solone
della liberaldemocrazia potrà obiettare che queste nostre asserzioni
sono false in quanto, in effetti, chiunque può “comunicare” le proprie
interpretazioni della realtà agli “altri”: quest’asserzione è solo in
minima parte veritiera, e in ogni caso ininfluente. Oggi, e sempre di
più domani, sono i colossi televisivi e editoriali ad imporre la loro
opinione, ad imporre il loro condizionamento della “volontà popolare”,
colossi dominati dai magnati dell’economia o che l’economia ed il
mercato condizionano, magnati dell’economia che dominano le SIM (Società
d’Intermediazione Mobiliare, entità immorali che rastrellano il
risparmio – promettendo utili da capogiro – facendolo diventare
capitale speculativo da investire in aree del pianeta, dove le materie
prime sono rapinate ed il lavoro umiliato dallo sfruttamento quando
non ridotto in schiavitù, e si stanno impossessando delle banche, non
solo per retribuire il risparmio in modo da non coprire neppure
l’indice d’inflazione, ma per disporre a loro piacimento – per i loro
fini – dei capitali depositati nelle banche.
Per fronteggiare questa situazione gli
“altri” (quelli cioè che vorrebbero “opporsi”) esprimendo la volontà di
“ribellarsi” a questo sviluppo incontrollato della rapacità
capitalistica che si esprime nella e con la liberaldemocrazia, resta pur
sempre la “libertà” di stampare qualche migliaio di volantini, qualche
migliaio di libri, giornali e riviste da suddividere fra i diversi
elementi del variegato “fronte antagonista”.
Cultura ed informazione arrivano al
“cittadino-utente-consumatore” già predigerite.
Perfino l’immensa quantità di “documenti”
potenzialmente disponibili per il loro esame ed il loro studio sono
preventivamente selezionati. Sono molte le enciclopedie, i dizionari, i
siti Internet, i CD-Rom disponibili ad un ragionevole prezzo, ma
l’innovazione tecnologica, la novità dei “supporti” informativi e
culturali non cambia la qualità dei contenuti.
L’informazione e la cultura, in questo
modo, continuano ad essere il veicolo ulteriormente massificato di tesi
precostituite, di teoremi già dimostrati, di una storia che non si può
rileggere.
Sottrarre il tempo della riflessione agli
esseri umani è la scorciatoia più rapida per rendere loro sempre meno
persone e sempre più “cittadini-utenti-consumatori”.
In altre parole, anche il rendere più
rapido lo scorrere del tempo è uno strumento principe per rendere più
efficace il controllo delle “masse”, per neutralizzare, in esse,
l’istinto della ribellione. Questo strumento di dominio si associa
mirabilmente all’imposizione consumistica, che richiede maggiore
impegno di lavoro, che produce un reddito da “investire”,
prioritariamente, non nel soddisfacimento delle necessità principali e
fondamentali delle persone, ma da destinarsi a consumi che sono la
conseguenza di desideri e necessità “indotte”, che assottigliano la
disponibilità economica familiare, il più delle volte assolutamente
inutili e marginali.
Quanto resta, se resta, è letteralmente
rapinato da un fisco sempre più rapace.
L’attore Beppe Grillo, nel corso delle sue
vacanze natalizie del 2000 trascorse in Val d’Aosta, in un’intervista
apparsa sulla “Stampa” del 7 gennaio 2001, rispose al giornalista
Stefano Sergi:
“Ho scoperto che qui siamo nel Comune di
Hayas, un luogo che non esiste, fatto di tante piccole località. Come
Forza Italia, un movimento che non esiste, fatto di tante cose messe
insieme. Cosa c’è in arrivo per il 2001? Una tournée con un nuovo
spettacolo nei prossimi mesi. Sarò sul palco con un gruppo gospel, in
stile santone. Ho visto la luce, infatti sono in vacanza qui a “Campo di
luce”. Sarà un genere mistico, dove però si parlerà di economia,
mercato, trasformazioni. È questa la nuova religione, no? Abbiamo già
fatto una prova a Milano. E’ andata bene. E la televisione? Stranamente
non si fa sentire, gli sposto i fatturati e loro sono sensibili da
matti. Ho proposto a Raitre un programma stile Reporter, con i
giornalisti. Un mio intervento, poi intervenivano loro. Sai qual è stata
la prima cosa che ha fatto la Rai? Una riunione con la Sipra, la
Concessionaria di pubblicità. Robe da pazzi, tu proponi un programma e
loro chiamano la Barilla, la Volkswagen…
Ormai la tendenza è di fare una televisione
sola, omogenea, uguale. Perché non fanno una legge per imporre un
dispositivo che tolga la pubblicità dai programmi? Se vuoi la guardi,
altrimenti ne fai a meno. Io non sono contro gli spot, sono contro la
loro obbligatorietà. Possibile che io debba camminare per la mia città e
vedere ovunque culi e facce da culi appesi al muro? Questa sarebbe la
vera libertà: poter scegliere di non vedere lo spot. E invece non puoi.
E’ ovunque: nella notizia, nel varietà, in ogni programma. È il moderno
olio di ricino.
Io sopravvivo fuori dal sistema e riempio
lo stesso i teatri...”.
Sarà pur vero che la pubblicità rappresenta
il moderno olio di ricino, con la differenza che questo, a volte ed in
un momento rivoluzionario, veniva somministrato saltuariamente, mentre
la pubblicità viene imposta quotidianamente, 24 ore su 24 a tutta la
popolazione, riuscendo a realizzare una somministrazione obbligatoria
perpetua e planetaria, fondamentale strumento dell’economia omologata e
della globalizzazione.
Una pubblicità sommamente invadente, falsa
nelle immagini, il più delle volte demente nei contenuti (basta
soffermarsi sull’immensa gamma dei detersivi che i media ci “propongono”
con un’intensità insopportabile), ci “suggerisce” cosa dobbiamo bere,
cosa dobbiamo mangiare, come dobbiamo vestire, cosa dobbiamo leggere,
quali spettacoli o programmi vedere, quali “personaggi” devono
rappresentare il nostro estro artistico, sessuale o sentimentale.
Ogni sfera della nostra esistenza è invasa
da imposizioni che alterano la nostra natura, soffocano i nostri
desideri, sopprimono i nostri sogni, deviano il nostro intendere la
religiosità e la stessa concezione del divino.
Un profondo malessere pervade gli esseri
umani, ogni giorno di più, ed è il riflesso di questa velocità impressa
alla vita.
É sempre più diffuso il desiderio di
allontanarci dalle città, dalle megalopoli, che rappresentano il
concentrato dei mali della società contemporanea. Città che frantumano i
rapporti umani, spezzano le amicizie anche le più antiche e solide,
rompono i legami familiari, imponendo agli uomini il flagello della
solitudine, che comporta tristezza, mancanza di calore, di solidarietà,
di comprensione, di tenerezza, di amore. I rapporti fra gli esseri umani
(...ma sono ancora tali?) diventano superficiali, formali, tesi più
all’apparire che all’essere, egoistici, falsi.
Oggi si vorrebbero imporre le
chat-amicizie, i chat-rapporti amorosi-sentimentali, e tutto
dovrebbe passare attraverso la virtualità di Internet, utile solo ad
arricchire le compagnie telefoniche e ad aggravare la solitudine degli
esseri umani.
Agli uomini è tolta una delle basi della
libertà: la libertà di scegliere seguendo il proprio istinto, la propria
formazione, la propria natura, la propria educazione, le proprie
tendenze. Il proprio essere.
Ci si vorrebbe obbligati a trascorrere il
poco tempo libero che resta, assolti gli impegni di lavoro, la cura
della casa e dei figli, le code agli sportelli pubblici e privati per
l’adempimento delle mille incombenza cui siamo tenuti – pena la minaccia
di conseguenze tremende – inchiodati davanti al nuovo “Moloch Grande
Fratello” rappresentato dalla televisione. Poi ci si rimprovera, come
addizionale fissa sul condizionamento, di non leggere abbastanza, di non
frequentare con la dovuta assiduità cinema, teatro, concerti, imponendo
quasi un complesso di inferiorità intellettuale e morale a chi non si
adegui.
Si cerca in tutti i modi di adeguarsi,
sottraendo un poco di tempo ad altre incombenze, che così sono
sottoposte a cicli ancor più rapidi, a ritmi sempre più frenetici.
Ancora: perché non si aderisce, come si
dovrebbe, per sopperire a congenite carenze di presenza dello Stato e di
tutte le pubbliche istituzioni, alle diverse attività di
“volontariato”...?
Appare allora inevitabile che uomini e
donne cadano sempre più massicciamente vittime di stress, depressione,
infarti, esaurimenti nervosi ed altre infinite forme di malattie
psicosomatiche...
La reazione logica a tutto questo
balletto dell’assurdo, se solo si riuscisse a dire “basta!”, a trovare
un solo attimo per riflettere isolandosi dal mondo dei condizionamenti
esterni, sarebbe quella di chiedere, di pretendere, di lottare, di
combattere – se necessario immolarsi – affinché l’umanità intraprenda un
nuovo e diverso “modello di sviluppo”.
Fermiamo il tempo, se necessario. Torniamo
alla rassicurante certezza, alla realtà di una natura e di un universo
che vive e si rinnova nei cicli, ritroviamo i ritmi naturali ed il senso
del sacro nella vita in ogni sua manifestazione: non c’è bisogno di
inventare nulla.
Esiste già ogni cosa. Da sempre. Fermiamo
il tempo, prima che il tempo fermi noi.
* * *
Il cosiddetto “fast”, termine anglosassone
che indica “rapido”, pervade ogni giorno di più il nostro vivere
quotidiano, cercando anche di imporsi alle nostre millenarie consacrate
abitudini alimentari, alla “sacra” convivialità del “rito”
dell’alimentarsi, sconvolgendo e corrompendo in modo irreversibile le
abitudini radicate in ogni comunità, distruggendo attività economiche,
spesso di sopravvivenza, a queste abitudini legate.
Assurde norme volute ed imposte da una
Comunità Europea (che comunitaria non è in quanto non rappresenta e non
tutela le singole componenti che la Comunità compongono) presto
distruggeranno fondamentali aspetti dell’economia montana, espressione
della civiltà alpina, con il divieto di continuare a produrre le
centinaia di formaggi tipici delle vallate alpine ed appenniniche in
quanto non prodotti in luoghi ritenuti asettici come quelli dei
caseifici industriali, pretendendo che i pastori debbano trasformare le
baite dei duemila metri in laboratori di acciaio inossidabile, dotati
delle più avanzate apparecchiature e tecnologie proprie dell’industria.
Presto il “consumatore”, in modo
particolare gli europei dei Paesi mediterranei, dovranno rinunciare alla
ricchissima varietà dei loro alimenti per confondersi con i milioni, con
i miliardi di “consumatori” del globo terracqueo, destinati tutti ad
alimentarsi con gli stessi cibi, prodotti da poche società
multinazionali. Queste, scatenatesi sulla china di una pretesa
“competitività”, in pratica, tenderanno non certo ad un miglioramento
qualitativo dei prodotti imposti all’umanità, non certo ad un
abbassamento dei prezzi, ma ad una riduzione dei costi che possano
garantire utili sempre maggiori, non per essere destinati alla creazione
di nuovi posti di lavoro, non destinati ad una migliore retribuzione del
lavoro, non volti ad un pagamento più equo delle materie prime, ma a
rafforzare la propria presenza sul maledetto “mercato” mondiale.
Poche multinazionali, espressione di un
selvaggio capitalismo, senza volto né anima, dominano ormai i destini
del mondo, imponendo la priorità dei loro interessi a quelli naturali
dei popoli e delle comunità nazionali, regionali, etniche.
Informiamo i nostri lettori che è nostra
intenzione pubblicare una collana di documenti, ai quali storici,
studiosi o semplici curiosi possano riferirsi, senza rimasticature e
digestioni preventive.
Non è nostra intenzione esprimere giudizi
sui documenti proposti. Vorremmo che per quanto attiene a valutazioni,
assoluzioni, condanne, revisioni, ogni lettore possa riferirsi a
documenti originali, così come manifesti, programmi e progetti politici
di gruppi e movimenti che li abbiano elaborati, espressione
dell’autentico pensiero dei loro autori, senza che altri pensino e
valutino per loro.
Nel bene e nel male.
La democrazia, specialmente quella di
impronta americana, vuole costringere il solco della storia nel senso di
perpetue criminalizzazioni e demonizzazioni di quanti non intendono
rifarsi ai loro canoni ed alle loro certezze, alle loro cultura priva di
radici, alla brutale violenza ed all’ipocrisia cui sono improntati i
loro comportamenti privati e sociali, alla loro barbara pretesa di
imporsi al mondo.
Per gli statunitensi il “nemico” è sempre
e comunque da criminalizzare e da demonizzare: non è mai un “avversario”
che potrebbe avere, anche lui, le sue buone ragioni per opporsi al
dominio, spesso assoluto, di altri nel mondo, o anche semplicemente
difendersi dalle arbitrarie ingerenze nella propria vita e nella vita
del proprio popolo.
Vogliamo ricordare il genocidio degli
indiani d’America del quale furono perspicaci ideatori e scrupolosi
esecutori, affacciatisi alla ribalta mondiale cominciarono a demonizzare
il Kaiser, quindi Hitler, continuarono con Stalin (del quale erano pur
stati convintissimi alleati), con i Coreani, i Vietnamiti, Fidel Castro,
Komeini, Saddam Hussein (del quale a suo tempo erano stati convintissimi
sostenitori in funzione anti-Iran), quindi la Serbia di Milosevic, senza
dimenticare gli interventi a Panama, a Grenada, in Guatemala, nelle
Filippine, in Cile, in Somalia, in Argentina e nel conflitto per le
Malvine, in Afghanistan ed in Irak.
Gli americani, sono così presi dalla
visione messianica del proprio ruolo nel mondo che, poi, si meravigliano
se i popoli della terra li accusano di seminare odio, avversione,
ostilità.
E verrà il giorno in
cui dovranno raccoglierne i frutti. ° ° °
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