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Salvatore Francia
 

Carattere mediterraneo e ario-romano-germanico
Centro Studi “Identità”


Islam, Cristianesimo, Europa

Fabio Calabrese


Discorso sul costume


Creare l’economia corporativa

A. L. Arrigoni


El dinero como medio político - La financiación de los partidos

Ramon Bau

 

Bruxelles / Genève


Infibulazione in UK

Martin Webster

 

Immigrazione: un dramma per tutti

Pino Rauti

 

David Irving, Galileo Galilei e quell'inquisizione che non doveva esserci più

Harpocrates

 

Società multietnica

Leonini


Se seminate vento...

Ward Churchill


L'idéologie americaine

F.P. Yockey, Imperium


Il Cipresso tagliato: la questione libanese

Stefano Alamari

 
Figli di un dio minore

www.israelshamir.net, traduzione a cura di www.arabcomint.com


Il patto di Monaco


"Direttive per l'attività futura"


Le mithe du loup

Thomas Stahler

 

Ipazia - Martire de fanatismo cristiano
CDA

 

Le province dell'Impero Romano

Paolo Possenti

 

 

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GLOBALIZZAZIONE E INFORMAZIONE

Salvatore Francia

 

La fretta negli uomini è diventata un fenomeno indotto, sempre più caratterizzante questa nostra contemporanea “civiltà” che precipita nel vortice della globalizzazione, sempre più indifferenziata con il sempre più rapido procedere verso il fondo.

La cultura, anche l’informazione che della cultura può essere veicolo, risente della fretta, risente della velocità, questa frenesia cui gli esseri umani sembra debbano soccombere.

Gli esseri umani, spesso violando la propria natura, sono spinti sempre più in avanti, ad una velocità sempre maggiore.

Il tempo, sensazione soggettiva, trascorre sempre più rapidamente, sottra­endo esperienza alla vita, riflessione al pensiero, ponderatezza alle azioni.

La “globalizzazione” sembra dover imporre anche l’informazione “globale”, che non significa, nella pratica, un’in­­for­mazione più completa organica­mente concepita ma, un’informazio­ne in pillole selezionate all’origine, som­ministrate in quantità tali da produrre intossicazione, vale a dire irreversibile condizionamento, assuefazione che produce incapacità progressiva ad innalzare barriere protettive, ad assi­milare con capacità critica le notizie – gestite in regime di monopolio – che sono ammannite al “cittadino-utente-consumatore”.

Qualche incallito Solone della liberal­democrazia potrà obiettare che queste nostre asserzioni sono false in quanto, in effetti, chiunque può “comunicare” le proprie interpretazioni della realtà agli “altri”: quest’asser­zio­ne è solo in minima parte veritiera, e in ogni caso ininfluente. Oggi, e sempre di più domani, sono i colossi televisivi e editoriali ad imporre la loro opinione, ad imporre il loro condizionamento della “volontà popolare”, colossi dominati dai magnati dell’economia o che l’economia ed il mercato condizionano, magnati dell’economia che dominano le SIM (Società d’Intermediazione Mo­b­i­liare, entità immorali che rastrellano il risparmio – promettendo utili da ca­po­giro – facendolo diventare capitale speculativo da investire in aree del pia­neta, dove le materie prime sono rapi­nate ed il lavoro umiliato dallo sfrut­tamento quando non ridotto in schiavitù, e si stanno impossessando delle banche, non solo per retribuire il rispar­mio in modo da non coprire neppure l’indice d’inflazione, ma per disporre a loro piacimento – per i loro fini – dei capitali depositati nelle banche.

Per fronteggiare questa situazione gli “altri” (quelli cioè che vorrebbero “opporsi”) esprimendo la volontà di “ribellarsi” a questo sviluppo incontrollato della rapacità capitalistica che si esprime nella e con la liberaldemocrazia, resta pur sempre la “libertà” di stampare qualche migliaio di volantini, qualche migliaio di libri, giornali e riviste da suddividere fra i diversi elementi del variegato “fronte antagonista”.

Cultura ed informazione arrivano al “cittadino-utente-consumatore” già pre­di­gerite.

Perfino l’immensa quantità di “documenti” potenzialmente disponibili per il loro esame ed il loro studio sono preventivamente selezionati. Sono molte le enciclopedie, i dizionari, i siti Internet, i CD-Rom disponibili ad un ragionevole prezzo, ma l’innovazione tecnologica, la novità dei “supporti” informativi e culturali non cambia la qualità dei contenuti.

L’informazione e la cultura, in questo modo, continuano ad essere il veicolo ulteriormente massificato di tesi precostituite, di teoremi già dimostrati, di una storia che non si può rileggere.

Sottrarre il tempo della riflessione agli esseri umani è la scorciatoia più rapida per rendere loro sempre meno persone e sempre più “cittadini-utenti-consumatori”.

In altre parole, anche il rendere più rapido lo scorrere del tempo è uno strumento principe per rendere più efficace il controllo delle “masse”, per neutralizzare, in esse, l’istinto della ribellione. Questo strumento di dominio si associa mirabilmente all’im­po­si­zione consumistica, che richiede maggiore impegno di lavoro, che produce un reddito da “investire”, prioritariamente, non nel soddisfacimento delle necessità principali e fondamentali delle persone, ma da destinarsi a consumi che sono la conseguenza di desideri e necessità “indotte”, che assottigliano la disponibilità economica familiare, il più delle volte assolutamente inutili e marginali.

Quanto resta, se resta, è letteralmente rapinato da un fisco sempre più rapace.

L’attore Beppe Grillo, nel corso delle sue vacanze natalizie del 2000 trascorse in Val d’Aosta, in un’intervista ap­parsa sulla “Stampa” del 7 gennaio 2001, rispose al giornalista Stefano Sergi:

“Ho scoperto che qui siamo nel Comune di Hayas, un luogo che non esiste, fatto di tante piccole località. Come Forza Italia, un movimento che non esiste, fatto di tante cose messe insieme. Cosa c’è in arrivo per il 2001? Una tournée con un nuovo spettacolo nei prossimi mesi. Sarò sul palco con un gruppo gospel, in stile santone. Ho visto la luce, infatti sono in vacanza qui a “Campo di luce”. Sarà un genere mistico, dove però si parlerà di economia, mercato, trasformazioni. È questa la nuova religione, no? Abbiamo già fatto una prova a Milano. E’ andata bene. E la televisione? Stranamente non si fa sentire, gli sposto i fatturati e loro sono sensibili da matti. Ho proposto a Raitre un programma stile Reporter, con i giornalisti. Un mio intervento, poi intervenivano loro. Sai qual è stata la prima cosa che ha fatto la Rai? Una riunione con la Sipra, la Concessionaria di pubblicità. Robe da pazzi, tu proponi un programma e loro chiamano la Barilla, la Volkswagen…

Ormai la tendenza è di fare una televisione sola, omogenea, uguale. Perché non fanno una legge per imporre un dispositivo che tolga la pubblicità dai programmi? Se vuoi la guardi, altrimenti ne fai a meno. Io non sono contro gli spot, sono contro la loro obbligatorietà. Possibile che io debba camminare per la mia città e vedere ovunque culi e facce da culi appesi al muro? Questa sarebbe la vera libertà: poter scegliere di non vedere lo spot. E invece non puoi. E’ ovunque: nella noti­zia, nel varietà, in ogni programma. È il moderno olio di ricino.

Io sopravvivo fuori dal sistema e riem­pio lo stesso i teatri...”.

Sarà pur vero che la pubblicità rappresenta il moderno olio di ricino, con la differenza che questo, a volte ed in un momento rivoluzionario, veniva somministrato saltuariamente, mentre la pubblicità viene imposta quotidianamente, 24 ore su 24 a tutta la popolazione, riuscendo a realizzare una somministrazione obbligatoria perpetua e planetaria, fondamentale strumento dell’economia omologata e della globalizzazione.

Una pubblicità sommamente invadente, falsa nelle immagini, il più delle volte demente nei contenuti (basta soffermarsi sull’immensa gamma dei detersivi che i media ci “propongono” con un’intensità insopportabile), ci “sug­gerisce” cosa dobbiamo bere, cosa dobbiamo mangiare, come dobbiamo vestire, cosa dobbiamo leggere, quali spettacoli o programmi vedere, quali “personaggi” devono rappresentare il nostro estro artistico, sessuale o sentimentale.

Ogni sfera della nostra esistenza è invasa da imposizioni che alterano la nostra natura, soffocano i nostri desideri, sopprimono i nostri sogni, deviano il nostro intendere la religiosità e la stessa concezione del divino.

Un profondo malessere pervade gli esseri umani, ogni giorno di più, ed è il riflesso di questa velocità impressa alla vita.

É sempre più diffuso il desiderio di allontanarci dalle città, dalle megalopoli, che rappresentano il concentrato dei mali della società contemporanea. Città che frantumano i rapporti umani, spezzano le amicizie anche le più antiche e solide, rompono i legami familiari, imponendo agli uomini il flagello della solitudine, che comporta tristezza, mancanza di calore, di solidarietà, di comprensione, di tenerezza, di amore. I rapporti fra gli esseri umani (...ma sono ancora tali?) diventano superficiali, formali, tesi più all’apparire che all’essere, egoistici, falsi.

Oggi si vorrebbero imporre le chat-amicizie, i chat-rapporti amorosi-sentimentali, e tutto dovrebbe passare attraverso la virtualità di Internet, utile solo ad arricchire le compagnie telefoniche e ad aggravare la solitudine degli esseri umani.

Agli uomini è tolta una delle basi della libertà: la libertà di scegliere seguendo il proprio istinto, la propria formazione, la propria natura, la propria educazione, le proprie tendenze. Il proprio essere.

Ci si vorrebbe obbligati a trascorrere il poco tempo libero che resta, assolti gli impegni di lavoro, la cura della casa e dei figli, le code agli sportelli pubblici e privati per l’adempimento delle mille incombenza cui siamo tenuti – pena la minaccia di conseguenze tremende – inchiodati davanti al nuovo “Moloch Grande Fratello” rappresentato dalla televisione. Poi ci si rimprovera, come addizionale fissa sul condizionamento, di non leggere abbastanza, di non frequentare con la dovuta assiduità cinema, teatro, concerti, imponendo quasi un complesso di inferiorità intellettuale e morale a chi non si adegui.

Si cerca in tutti i modi di adeguarsi, sottraendo un poco di tempo ad altre incombenze, che così sono sottoposte a cicli ancor più rapidi, a ritmi sempre più frenetici.

Ancora: perché non si aderisce, come si dovrebbe, per sopperire a congenite carenze di presenza dello Stato e di tutte le pubbliche istituzioni, alle diverse attività di “volontariato”...?

Appare allora inevitabile che uomini e donne cadano sempre più massicciamente vittime di stress, depressione, infarti, esaurimenti nervosi ed altre in­fi­nite forme di malattie psicosomatiche...

La reazione logica a tutto questo bal­le­tto dell’assurdo, se solo si riuscisse a dire “basta!”, a trovare un solo attimo per riflettere isolandosi dal mondo dei condizionamenti esterni, sarebbe quella di chiedere, di pretendere, di lottare, di combattere – se necessario immolarsi – affinché l’umanità intraprenda un nuovo e diverso “modello di sviluppo”.

Fermiamo il tempo, se necessario. Torniamo alla rassicurante certezza, alla realtà di una natura e di un universo che vive e si rinnova nei cicli, ritroviamo i ritmi naturali ed il senso del sacro nella vita in ogni sua manifestazione: non c’è bisogno di inventare nulla.

Esiste già ogni cosa. Da sempre. Fermiamo il tempo, prima che il tempo fermi noi.

* * *

Il cosiddetto “fast”, termine anglosassone che indica “rapido”, pervade ogni giorno di più il nostro vivere quotidiano, cercando anche di imporsi alle nostre millenarie consacrate abitudini alimentari, alla “sacra” convivialità del “rito” dell’alimentarsi, sconvolgendo e corrompendo in modo irreversibile le abitudini radicate in ogni comunità, distruggendo attività economiche, spes­so di sopravvivenza, a queste abitudini legate.

Assurde norme volute ed imposte da una Comunità Europea (che comunitaria non è in quanto non rappresenta e non tutela le singole componenti che la Comunità compongono) presto distrug­geranno fondamentali aspetti dell’eco­nomia montana, espressione della civil­tà alpina, con il divieto di continuare a produrre le centinaia di formaggi tipici delle vallate alpine ed appenniniche in quanto non prodotti in luoghi ritenuti asettici come quelli dei caseifici industriali, pretendendo che i pastori debbano trasformare le baite dei duemila metri in laboratori di acciaio inossidabile, dotati delle più avanzate apparecchiature e tecnologie proprie dell’industria.

Presto il “consumatore”, in modo particolare gli europei dei Paesi mediterranei, dovranno rinunciare alla ricchissima varietà dei loro alimenti per confondersi con i milioni, con i miliardi di “consumatori” del globo terracqueo, destinati tutti ad alimentarsi con gli stessi cibi, prodotti da poche società multinazionali. Queste, scatenatesi sulla china di una pretesa “competitività”, in pratica, tenderanno non certo ad un miglioramento qualitativo dei prodotti imposti all’umanità, non certo ad un abbassamento dei prezzi, ma ad una riduzione dei costi che possano garantire utili sempre maggiori, non per essere destinati alla creazione di nuovi posti di lavoro, non destinati ad una migliore retribuzione del lavoro, non volti ad un pagamento più equo delle materie prime, ma a rafforzare la propria presenza sul maledetto “mercato” mondiale.

Poche multinazionali, espressione di un selvaggio capitalismo, senza volto né anima, dominano ormai i destini del mondo, imponendo la priorità dei loro interessi a quelli naturali dei popoli e delle comunità nazionali, regionali, etni­che.

Informiamo i nostri lettori che è nostra intenzione pubblicare una collana di documenti, ai quali storici, studiosi o semplici curiosi possano riferirsi, senza rimasticature e digestioni preventive.

Non è nostra intenzione esprimere giudizi sui documenti proposti. Vorremmo che per quanto attiene a valutazioni, assoluzioni, condanne, revisioni, ogni lettore possa riferirsi a documenti originali, così come manifesti, programmi e progetti politici di gruppi e movimenti che li abbiano elaborati, espressione dell’autentico pensiero dei loro autori, senza che altri pensino e valutino per loro.

Nel bene e nel male.

La democrazia, specialmente quella di impronta americana, vuole costringere il solco della storia nel senso di perpetue criminalizzazioni e demonizzazioni di quanti non intendono rifarsi ai loro canoni ed alle loro certezze, alle loro cultura priva di radici, alla brutale violenza ed all’ipocrisia cui sono improntati i loro comportamenti privati e sociali, alla loro barbara pretesa di imporsi al mondo.

Per gli statunitensi il “nemico” è sem­­pre e comunque da criminalizzare e da demonizzare: non è mai un “avversario” che potrebbe avere, anche lui, le sue buone ragioni per opporsi al dominio, spesso assoluto, di altri nel mondo, o anche semplicemente difendersi dalle arbitrarie ingerenze nella propria vita e nella vita del proprio popolo.

Vogliamo ricordare il genocidio degli indiani d’America del quale furono perspicaci ideatori e scrupolosi esecutori, affacciatisi alla ribalta mondiale cominciarono a demonizzare il Kaiser, quindi Hitler, continuarono con Stalin (del quale erano pur stati convintissimi alleati), con i Coreani, i Vietnamiti, Fidel Castro, Komeini, Saddam Hussein (del quale a suo tempo erano stati convintissimi sostenitori in funzione anti-Iran), quindi la Serbia di Milosevic, senza dimenticare gli interventi a Panama, a Grenada, in Guatemala, nelle Filippine, in Cile, in Somalia, in Argentina e nel conflitto per le Malvine, in Afghanistan ed in Irak.

Gli americani, sono così presi dalla visione messianica del proprio ruolo nel mondo che, poi, si meravigliano se i popoli della terra li accusano di seminare odio, avversione, ostilità.

E verrà il giorno in cui dovranno raccoglierne i frutti.  ° ° °

 

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