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I danni dell’ideologia
liberale:
l’abuso dell’automobile
Enrico Galoppini
E’ un fatto che
ogni ideologia, prima d’addentrarsi in prescrizioni d’ordine economico,
sociale, culturale e politico, si fonda su un’antropologia, ovvero
postula un preciso ‘discorso’ sull’uomo: “l’uomo è per sua natura
buono”, “l’uomo è fondamentalmente egoista”, “l’uomo è così e cosà” e
via astraendo… In tutti i casi, si tratta di un discorso invariabilmente
fallace perché riduttivo, soprattutto poiché tende a forzare,
illusoriamente, l’uomo in una pretesa ‘realtà’. Così, la realtà, che per
quanto attiene l’ambito delle relazioni interumane si risolve in un
continuo divenire, deve purtroppo adattarsi sempre all’ideologia e ai
capricci di coloro che se ne fanno portatori, ma se l’esperienza ci pone
di fronte al palese scacco delle premesse ideologiche (e quindi
antropologiche) in voga, tanto peggio per la realtà!
Ora, il
liberalismo, che in tutte le sue varianti di destra, di centro e di
sinistra è l’ideologia dominante del momento (sebbene sia piuttosto
abile a camuffarsi come a-ideologico), non fa certo eccezione a questa
ferrea e perversa regola. Il liberalismo, com’è noto, postula
un’antropologia di tipo utilitaristico: l’uomo persegue sempre il
maggior vantaggio per sé, e la somma di tale tensione individuale al
massimo benessere dovrebbe, come per incantesimo, produrre un risultato
positivo per gli altri, quindi per l’intera collettività. A temperare le
eventuali disfunzioni del «sistema» (forse qualche dubbio anche i
liberali devono averlo…) basterebbe la raccomandazione per cui “la mia
libertà finisce dove comincia quella degli altri”.
L’immagine che per
tal via i liberali intendono evocare è quella di una società di persone
rispettose l’una dell’altra, di cittadini dall’elevato senso civico.
Eppure, ad una neanche troppo approfondita osservazione del quotidiano
tutto ciò si rivela per quel che è: una favola. In campo economico, col
«liberismo», la prima favola è quella della «mano invisibile» del
«mercato»: si pensi proprio ai produttori d’automobili, che senza lo
Stato così solerte nel predisporre strade ed autostrade mai e poi mai
avrebbero potuto «liberamente imporsi» nel settore industriale…. Quindi,
la «tensione utilitaristica» dei produttori d’auto ha prodotto – pensate
un po’ - innanzitutto un diretto vantaggio per loro. Mentre al resto,
alla «massa», tutto un apparato d’imbonimento collettivo messo su allo
scopo deve comunicare l’impressione d’essere coinvolto in questa
cuccagna. Si pensi ai lavoratori del settore dell’auto, settore che ha
segnato l’avvio della «produzione in serie» (l’«organizzazione
scientifica del lavoro» altrimenti definita come taylorismo), la quale a
sua volta ha aggiogato l’operaio («specializzato») alla catena di
montaggio. Ciò ha coinciso con l’invenzione dell’utilitaria,
dell’«automobile per tutti», la «Ford T» prodotta nell’America degli
anni Venti e Trenta in milioni di esemplari e, fatto rilevante, venduta
a prezzi accessibili ai più, compresi gli stessi operai che vedevano
aumentare i propri salari proprio per essere introdotti nella spirale
del consumismo. Risulta dunque chiaro che in tutto questo c’è solo
qualcuno, una élite, che ha tratto un netto beneficio…
Ma a questo punto
interviene il provvidenziale apparato pubblicitario della «creazione dei
bisogni». Alzi la mano chi non ha associato, almeno una volta, «libertà»
a «liberalismo» e «liberismo». L’ho fatto anch’io. Fino a che ho preso
coscienza che l’unica libertà oggi concepita (e difesa: “è in gioco il
nostro tenore di vita”, si è artatamente agitato in occasione della
banditesca aggressione all’Iraq) è quella di «consumare». Nel caso
specifico dell’automobile si tratta di una libertà che si esplica in una
dipendenza sempre crescente dalle esigenze (indotte dalla pubblicità dei
«solo per te», «tu vali» ecc.) dello strumento che si presupponeva
dovesse affrancare l’uomo da supposte limitazioni poste alla sua
«libertà» (ad es. «di spostamento»). Eppure, a fronte del crescente
inurbamento, che consiglierebbe una razionale politica di trasporti
pubblici, si assiste all’esponenziale crescita del traffico
automobilistico (e scooteristico), con le nostre (e non dei
gruppi di pressione e dei loro esecutori d’ordini) città che
s’avviano a trasformarsi in terrificanti distese di parcheggi quando
invece ci sarebbe bisogno di ben altro.
Inoltre
l’«automobilista» è uno che alla «libertà» ci tiene. E, soprattutto, va
a votare. Per questo nessun politico assennato prenderà mai
provvedimenti che possano contrariarlo. Se aggiungiamo che anche i
gruppi di pressione dei produttori d’auto (e delle compagnie
petrolifere) sono parimenti intoccabili, si capisce perché
l’invivibilità generata dal traffico urbano è - come chiunque può
osservare – in progressivo aumento. Con i cantori dello «sviluppo
sostenibile» intenti a stendere provvidenziali ‘cortine fumogene’ volte
ad indorare la proverbiale pillola…
Ma ancora non si è
andati al fondo del problema. Accade difatti che anche un’antropologia
fasulla alla lunga impone un tipo umano. Come quel tale del proverbio,
che a forza di frequentare lo zoppo impara a zoppicare. L’uomo informato
dal paradigma liberale è in pratica il trionfo delle premesse a-sociali
del liberalismo, l’apoteosi dell’individualismo, degenerazione di una
naturale tendenza a curare anche il proprio tornaconto. Con buona
pace dell’antica e sana idea di societas, organizzata in base ad
una «morale societaria» nella quale sono contemplate e contemperate le
idee (e quindi gli apporti) di tutti i cittadini che, naturalmente,
vogliono «vivere insieme». L’esatto contrario è quel che avviene oggi,
dove l’unico punto di vista ammesso è quello di coloro che abbracciano
il paradigma dell’ideologia liberale… col risultato che “la mia libertà”
non “finisce” più, o meglio è finita nel Far West del traffico!
Il punto di non
ritorno di un’autentica sovversione della natura viene infine raggiunto
quando anche coloro che in linea di principio sarebbero contrari alla
distruttiva e masochista tendenza impostasi si rendono conto d’essere
legati mani e piedi a ciò che contestano. Ecco che, a causa dell’incuria
verso ogni coscienziosa e risolutiva politica del trasporto urbano,
anche i più fieri paladini di un corretto uso dell’automobile
devono arrendersi e conformarsi all’andazzo generale. Ovverosia l’esatto
contrario delle premesse dell’ideologia liberale: la tensione al
«massimo vantaggio per sé» ha prodotto una sommatoria di «svantaggi
individuali», causa di un «massimo svantaggio» per la comunità nel suo
complesso.
L’angosciante
delirio collettivo delle file chilometriche di dannati del traffico, con
i relativi danni ambientali - e alla salute di chi non abusa
dell’auto - e le perdite secche sul piano energetico, nonché di
tempo per chi passa anni della propria vita chiuso in un abitacolo
(dotato di tutti i comfort!), è solo la manifestazione ultima di
una patologia sociale, o meglio di un disordine antropologico.
Per gentile
concessione dell’Autore (articolo pubblicato su “Luci sulla città”,
mensile dei Comitati pisani nella "città dei diritti", gennaio 2005).
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