|

I LAGER DEI SAVOIA
Storia infame del Risorgimento
nei campi di concentramento per meridionali
F.M. Agnoli
PREFAZIONE (*)
La prima impressione
che questo libro susciterà nella grande maggioranza dei lettori sarà di
un pugno alla bocca dello stomaco, tanto grande è la distanza fra
l’oleografia risorgimentale della storia ufficiale e la nuda e crudele
realtà dei fatti.
Per il vero alcuni di
questi fatti hanno cominciato da qualche anno a questa parte a giungere
alle orecchie anche dei non addetti ai lavori (questi ultimi troppo
spesso interessati, per ragioni di cattedra o di partito, a celarli o a
travisarli), grazie alle ricerche e alle pubblicazioni degli storici
cosiddetti “revisionisti”, a cominciare da Nicola Zitara con L’unità
d’Italia: nascita di una colonia, del 1971, e da Carlo Alianello
soprattutto col suo libro del 1972 La conquista del Sud, sulle
cui tracce hanno lavorato da ultimo, sia pure ponendosi da punti di
vista diversi e privilegiando aspetti diversi del fenomeno
risorgimentale, Angela Pellicciari col suo Risorgimento da riscrivere
e Lorenzo Del Boca con Maledetti Savoia.
Tuttavia il carattere
prevalentemente economico del suo saggio ha impedito una più vasta
diffusione del libro dello Zitara, mentre all’Alianello storico ha
nuociuto probabilmente la sua pregressa e già ben stabilita fama di
ottimo romanziere tanto più che, paradossalmente, la trasposizione
televisiva dei suoi romanzi ha accentuato agli occhi del pubblico
l’immagine complessiva, comprendente, quindi, per quanto a torto, anche
La conquista del Sud, di un lavoro in larga parte, se non in
tutto, di fantasia e d’invenzione.
In ogni caso è fin
troppo facile constatare che, nonostante queste e altre poche voci fuori
dal coro, un secolo e mezzo di propaganda e di costruzione del consenso
presentate come la quintessenza della ricerca scientifica nel campo
della storia hanno inchiodato nell’immaginario collettivo le popolazioni
meridionali allo stereotipo del brigante, che può anche destare qualche
simpatia, un tempo di stampo romantico, oggi, più di frequente,
ideologico-ribellistico, ma in definitiva resta pur sempre brigante e,
quindi, destinato a soccombere e a ricevere la giusta punizione quando,
al suono della marcia reale di Casa Savoia o di un qualche canto
garibaldino, finalmente arrivano “i nostri”, fatti diventare “nostri”
anche per i dimentichi - quasi sempre non per colpa loro - discendenti
ed eredi dei briganti.
Nelle documentatissime
pagine di Fulvio Izzo si scopre che questi briganti non lo erano poi
tanto, al punto che, se la fortuna delle armi e della politica avesse
girato a loro favore, oggi avrebbero sacrari e strade intitolate al loro
nome o in un sopravvissuto Regno delle Due Sicilie o, più
verosimilmente, in una più civile Italia, unita da liberi vincoli
federali o confederali.
Si scopre che comunque
in molti casi i pretesi briganti erano assai più semplicemente soldati
di un esercito regolare, che avevano combattuto sotto la loro bandiera e
vennero deportati e imprigionati per avere rifiutato troppo a lungo la
resa, come accadde ai difensori delle fortezze di Gaeta, di Civitella
del Tronto, di Messina, e per avere preteso (imperdonabile colpa) di
mantenere fede, nonostante la sconfitta, al giuramento prestato. Questi
briganti avevano preteso di continuare a sentirsi sudditi (ma
questa definizione, propria dell’ancien régime e della sua
società organica, non era meno gravida di amor di patria, di senso di
piena appartenenza e di totale adesione di quella odierna - del resto
più formale che sostanziale - di cittadini) di uno Stato carico
di una storia secolare, che, senza alcuna provocazione da parte sua e
senza dichiarazione di guerra da parte di altri, era stato aggredito,
oltre che dai seguaci di Garibaldi (loro sì in quel momento, a norma
delle leggi internazionali rispettate da tutti i popoli, banditi
passibili di fucilazione) e dall’amico ed alleato Regno di
Sardegna.
Comunque la scoperta
più amara per l’ignaro lettore è forse quella dell’esistenza proprio nel
nostro civile paese di una prima edizione, addirittura del modello di
base di quell’universo concentrazionario di campi di deportazione e
prigioni destinate ad attingere nel nostro secolo i supremi fastigi dei
lager e dei gulag e dei campi di rieducazione di Pol Pot e delle guardie
rosse di Mao, ma già presente, assai più che in nuce, a Ponza, al
Giglio, alla Gorgona e in tutte le altre isole e scogli di domicilio
coatto, nella cittadella di Alessandria, nei “depositi” di Genova, di
Rimini, di Casaralta (Bologna) e specialmente nel campo di
concentramento e rieducazione di San Maurizio Canavese nei pressi di
Torino e, infine, nell’ultimo cerchio di quell’inferno carcerario, al
quale purtroppo è mancato un Solgenitsyn, la fortezza di Fenestrelle,
dove verranno mandati i più riottosi “per esservi tenuti sotto più
rigida disciplina, finché si correggano e diventino idonei al servizio”.
Per l’esattezza, a
questo trattamento di “correzione e idoneità al servizio”, che
evidentemente si considerava raggiunta quando il militare incarcerato in
condizioni disumane si dichiarava disposto ad abiurare la fede giurata e
ad unirsi ai vincitori, non furono sottoposti soltanto i soldati
borbonici, ma anche le guardie e gli zuavi pontifici, i cui patimenti
trovano, difatti, posto e menzione nelle pagine che seguono, i soldati
modenesi, i cosiddetti “duchisti” della stampa liberale, che dopo
l’annessione al Regno Sardo scelsero di seguire nell’esilio il loro
Duca, e in genere quanti in un momento di rottura rivoluzionaria della
continuità storica (la “rottura del tempo” di cui parla Fulvio Izzo
nella sua introduzione) scelsero di restare non già, come solitamente si
dice, dalla parte del passato o della reazione, ma da quella dello
sviluppo e del progresso nella Tradizione: soprattutto nel Meridione la
nobiltà latifondista - quella del “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa -
e la borghesia realmente reazionaria erano in larghissima parte
filo–unitarie o, quanto meno, doppiogiochiste, come, del resto, lo erano
state al tempo dell’invasione francese e della Repubblica Partenopea.
Difatti i primi
visitatori della prigione di Fenestrelle, quando ancora si combatteva
sul campo e si stavano formalizzando le annessioni al Regno Sardo dei
ducati e delle province centro–settentrionali dello Stato della Chiesa,
vi trovarono soprattutto romagnoli e marchigiani mantenutisi fedeli al
Papa–Re.
Tuttavia la tragedia
più grande, per il numero delle persone che coinvolse, per la durata
dello scontro, la durezza della repressione, le conseguenze che ancora
oggi perdurano nella nostra vita pubblica, anche se di rado o mai
individuate nelle loro vere cause, fu senza dubbio quella dei soldati e
delle popolazioni del Regno delle Due Sicilie: i cosiddetti “borbonici”
e “sanfedisti” della sprezzante terminologia liberale, oggi volentieri
rispolverata dagli intellettuali neo-giacobini alla Galasso e alla
Flores d’Arcais.
E certamente non è per
caso che proprio a loro, ai retrivi borbonici, venne riservata la
prigionia più crudele, nella cupa fortezza di Fenestrelle, abbarbicata,
fra alte vette coperte di neve per buona parte dell’anno, ai fianchi del
Monte Ostiera nella gelida Val Chisone, dove sessant’anni prima un altro
liberatore, Napoleone Bonaparte, aveva fatto rinchiudere un buon numero
di combattenti dell’Insorgenza e di sacerdoti sospettati di preferire la
Chiesa all’Impero e Cristo all’Imperatore; fra questi anche il cardinale
Bartolomeo Pacca, che vi rimase per oltre tre anni.
Questa fortezza, posta
al confine fra Francia e Piemonte, in un’”Alpe fredda e inospite”,
godeva, quindi, già della pessima fama di durissimo carcere ben
meritata, come, dopo averne avuto conferma per esperienza diretta, Mons.
Pacca scrive nelle Memorie, pubblicate a Pesaro nel 1830: “la condanna
alle Fenestrelle faceva in quei tempi tanto spavento in Italia quanto
suol farlo nelle parti settentrionali d’Europa la rilegazione in
Siberia”.
Con la sua massa oscura
ed opprimente per i piccoli esseri umani che vi sono destinati, ma a sua
volta oppressa dalle alte montagne che la circondano, Fenestrelle può
oggi ricordare, torrette e pinnacoli gotici a parte, a chi, senza averla
visitata, tenti di ricostruirne l’aspetto in base alla descrizione dei
suoi ospiti coatti e dei visitatori, il castello di Dracula o, meglio,
dal momento che si tratta non di un maniero feudale, ma di una moderna,
per l’epoca in cui venne edificata, piazzaforte composta di diversi
forti collegati fra loro secondo i dettami dell’architettura militare
all’epoca più avanzata, l’impenetrabile complesso del maniero di
Gormenghast, partorito dalla mente dello scrittore Mervyn Peake, il
Tolkien “nero” della letteratura fantastica inglese.
E tuttavia non vi è
alcuna necessità di fare ricorso a reminiscenze e confronti letterari e
cinematografici, che risultano anzi inadeguati e perdenti di fronte alla
realtà, per cogliere la desolazione di questo luogo una volta che si sia
conosciuto quanto è accaduto fra le sue mura, che ancora oggi sembrano
la materializzazione, il documento storico in pietra del punto di
incontro e di congiunzione fra la sanguinosa, sfrenata e vendicativa, ma
occasionale, localizzata e disorganica ferocia delle segrete medioevali
(anche se in realtà la fortezza venne costruita appena nella prima metà
del 1700, il secolo dei Lumi) e quella, ben più estesa, scientifica e
sistematica, dei gulag. Qui i borbonici avrebbero dovuto purificarsi per
rendersi degni della loro nuova condizione di sudditi sabaudi, ma
evidentemente erano restii a lasciarsi persuadere nonostante l’intensità
e il vigore degli insegnamenti cui venivano sottoposti, se un giornale
dell’epoca dovette, a seguito di un tentativo di evasione fallito
all’ultimo momento, constatare con rammarico che “I Napoletani non si
lavano a sufficienza del loro lezzo”.
Ma sottraiamoci alla
nefasta suggestione del luogo, per tornare alla narrazione della vicenda
storica, sempre limpida, chiara ed ancorata ai fatti, senza deviazioni e
cedimenti fantastico-letterari, nel libro di Izzo, che attribuisce alla
fortezza-prigione soltanto il ruolo suo proprio di frammento del ben più
vasto universo carcerario, esteso dall’Alpi al Lilibeo e composto di
prigioni speciali e di altre ordinarie, ma sempre rese invivibili
dall’eccessivo affollamento e dal mancato rispetto delle più elementari
esigenze. In queste carceri speciali patirono per molti anni i soldati
di Francesco II e quelli del Papa, che insistevano nell’errore di non
comprendere che per i vinti onore, fedeltà, amor di patria non sono
virtù, ma soltanto “lezzo”.
In realtà la fase
iniziale di questa vicenda storica potrebbe perfino lasciar credere che
sul principio il conquistatore piemontese non mancasse di buona volontà
e, caso mai, peccasse più che altro di ingenuità. Trovatosi, difatti, di
fronte al problema, indubbiamente reale e concreto, del destino da
riservare ai militari e agli sbandati dell’esercito napoletano, tentò di
risolverlo autorizzandone il passaggio al proprio servizio, disponendo,
con la circolare n. 23 del 20 novembre 1860, che “ove alcuno intenda
assoggettarsi all’arruolamento, esso potrà esservi ammesso, contraendo
l’obbligo di ultimare nel Regio esercito il tempo di servizio, a cui era
tenuto nell’esercito Borbonico da cui proviene”.
Un gesto che lascerebbe
intravedere la volontà di attenersi ad una politica di pacificazione per
realizzare, dopo quella materiale della conquista, una effettiva unità
morale, se questa benevola interpretazione non fosse subito smentita
dalla constatazione che non si trattò affatto di una concessione, ma di
un vero e proprio obbligo, sicché la scelta reale era fra la prigionia e
il servizio militare, essendo i generali piemontesi convinti che la
rigida disciplina in uso nel loro esercito, debitamente aggravata per
gli infidi borbonici, avrebbe consentito non meno del carcere di tenere
sotto controllo le nuove reclute, oltre tutto tenute a prestare
servizio, almeno nei primi tempi, senza avere armi a disposizione.
Del resto ogni dubbio
viene meno di fronte al trattamento riservato ai refrattari (e
furono la stragrande maggioranza e addirittura la quasi totalità fra i
semplici soldati, i sottoufficiali e gli ufficiali dei gradi inferiori),
che svela in tutta la loro brutalità tanto la fredda crudeltà di
ideologi quanto la ferocia ottusa di politici e militari in contrasto su
molte cose, ma uniti nella criminalizzazione del dissenso, nel rifiuto
di ammettere l’esistenza di valori diversi dai propri o, peggio ancora,
di negare al nemico vinto il diritto di credere nei valori nei quali
essi stessi proclamano di credere. A completare questa infernale mistura
si deve aggiungere una radicale mancanza di stima nei confronti di chi
si suppone disposto a passare in tutta fretta e tranquillità dall’uno
all’altro padrone, solo perché il primo è stato sconfitto e non è più in
grado di corrispondere il soldo, e viene, quindi, ritenuto meritevole di
una punizione tanto più severa quanto più il suo diniego contrasta con
la sprezzante attesa di una risposta positiva.
Né varrebbe addurre che
tale scarsa considerazione poteva essere in parte giustificata dalla
facilità con la quale non pochi generali e ministri, cortigiani e
funzionari del giovane Re Francesco II avevano accettato di farsi
comprare, prima ancora dello sbarco garibaldino a Marsala, dall’oro
inglese e piemontese. Si tratta in realtà di un vero e proprio disprezzo
di origine in parte ideologica (nei confronti dei cosiddetti
“reazionari” e “sanfedisti”) in parte propriamente razzistica (nei
confronti dei meridionali), che emerge in tutta evidenza dai dispacci e
dai rapporti di politici e generali, nei quali gli abitanti del Regno di
Napoli vengono sfavorevolmente paragonati agli incivili beduini, e dalla
stessa opinione di Massimo d’Azeglio, che, pur criticando la politica di
conquista e repressione militare del suo Piemonte, scriveva poi nella
sua corrispondenza privata che “unirsi ai napoletani è come andare a
letto con un lebbroso”
. Perché il processo di piemontesizzazione era diretto ad impedire di
governarsi da soli ad italiani che non condividevano il progetto
unitario, rinnegando i fondamenti morali e politici sui quali avrebbe
dovuto fondarsi questa unità.
Non desta, quindi,
meraviglia la repentinità con la quale l’apparente e momentanea
benevolenza cedette il campo alla più feroce e disumana delle
repressioni nei confronti sia dei refrattari, tanto stolidi ed
arretrati da rifiutare l’onore del transito dallo scassato esercito
borbonico alle organizzate schiere sarde e da non comprendere la
superiorità del liberalismo unitario, sia dei giovani renitenti alla
leva militare indetta da uno Stato che non avevano mai conosciuto e che
dovevano necessariamente considerare non solo straniero, ma nemico.
In realtà la politica
cosiddetta unitaria dei Savoia e dei loro ministri, generali e
consiglieri (inclusi quelli di origine meridionale), al Sud, al di là
del Tronto, non cercava adesione morale e consenso, ma unicamente supina
obbedienza e per questo non esitò a incendiare e radere al suolo interi
villaggi, ad instaurare nelle campagne il regime del terrore sotto la
legge del taglione, a fucilare nelle piazze dei paesi risparmiati non
soltanto i briganti, che se non altro avevano impugnato le armi, ma
quegli stessi giovani renitenti alla leva che, come ricorda Tommaso
Pedio nel suo Brigantaggio meridionale e viene riportato nelle
pagine che seguono, in varie località poterono essere catturati (e
subito dopo passati per le armi) senza bisogno di rastrellamenti,
perché, sospinti dalla curiosità, si erano avvicinati ai regolari
piemontesi, che indossavano divise mai viste in precedenza.
Se così non fosse
stato, se una voluta cecità non gli avesse chiuso gli occhi, i nuovi
governanti avrebbero compreso, come ad un certo punto in America
compresero, dopo la guerra di Secessione, gli yankee vincitori,
che il nuovo Stato per divenire grande e forte e, soprattutto, degno di
rispetto tanto all’esterno quanto, e forse in particolare, all’interno,
avrebbe dovuto fondarsi proprio sul senso dell’onore, le virtù e, se si
vuole così definirle, le ostinazioni di quegli uomini probi e fedeli.
Al contrario si
preferì, anche per mantenere le promesse fatte ai vari Liborio Romano,
ai settori più opportunisti e avidi della nobiltà e della borghesia
commerciale ed intellettuale, oltre che ad autentici mafiosi e
camorristi, subito ricompensati con impieghi, privative e pensioni,
edificare sulla brama del denaro, le ambizioni, la pronta pieghevolezza
della schiena, I’attitudine all’ipocrisia e al compromesso, la
disponibilità alla vera e propria corruzione.
Molti dei difetti e dei
malanni che rendono ancora oggi così stentata e a volte difficile da
sopportare la vita sociale, le abitudini e le vicende politiche del
nostro paese, così scarsamente gratificante la stessa democrazia, e dei
quali quasi sempre si danno spiegazioni insoddisfacenti, perché troppo
legate alle singole contingenze e, quindi, inidonee a rendere conto
della loro costante ripetitività pur nel mutare dei tempi e nel
succedersi delle generazioni, trovano la loro origine in quanto avvenne
all’atto della nascita e del battesimo laico dell’Italia unitaria, che
riuscì ad essere ad un tempo monarchica e repubblicana, giacobina,
liberale, massonica e perfino, almeno in apparenza, cattolica in quanto
retta da uno Statuto che proclamava la religione dei padri unica
religione dello Stato e solo tollerati gli altri culti, mentre tanto
nella realtà quotidiana quanto nei provvedimenti legislativi e di
governo la prima era aspramente contrastata e i secondi (protestanti)
largamente favoriti. Ma era soltanto l’inizio della pratica del
trasformismo.
Solo andando a quelle
radici, a quelle scelte; a quella crudele oppressione, a quelle feroci
punizioni inflitte alla fede e alla virtù e a quei premi concessi alla
viltà e al tradimento si può comprendere perché l’amor di patria e
l’aspirazione alla libertà, che pure erano vivi e veri in alcuni
protagonisti del Risorgimento, degenerarono quasi subito nell’arrivismo,
nell’affarismo, nella caccia al denaro e alle poltrone, perché il
trasformismo alla Depretis sia divenuto una costante della nostra vita
pubblica, perché i cosiddetti servitori dello Stato troppo spesso
confondano il bene pubblico col loro privato interesse e con quello
dell’una o dell’altra fazione.
Il libro di Fulvio Izzo
costituisce, quindi, un importante contributo al ricorrente dibattito,
destinato a restare irrisolto finché si rifiuterà una ricerca delle
cause libera da pregiudizi, sull’identità nazionale, sullo scarso senso
dello Stato del popolo italiano.
Riprendendo le tesi
sostenute nel 1995 da Renzo De Felice sull’8 settembre 1943, scrive Ugo
Finetti nel breve saggio L’insopportabile arroganza di vecchi e nuovi
giacobini pubblicato nel numero 452 di Studi cattolici
(ottobre 1998) che “la questione della mancanza di senso dello Stato è
un problema più dell’Italia che degli italiani, nel senso che tale
fenomeno cresce man mano che si va verso l’alto, riguarda più i gruppi
dominanti che non il popolino” e, difatti, “in ogni passaggio cruciale
c’è sempre stata maggior tenuta nei ceti bassi considerati ignoranti
rispetto a quelli colti”.
Quanto accadde l’8
settembre, quando, come scrive il De Felice, “solo se si discende ai
gradini ancora inferiori della scala gerarchica è possibile trovare un
maggior numero di ufficiali che vissero il dramma... senza mettersi
sotto i piedi dignità nazionale, patriottismo, etica militare”, era già
accaduto, quasi un dèja vu, sia con l’Insorgenza, in occasione
dell’invasione rivoluzionaria dell’Armée d’Italie condotta dal
giovane Bonaparte nel 1796 e negli anni immediatamente successivi, sia
al momento del processo unitario, con particolare riguardo alla sua fase
meridionale, che qui più direttamente ci interessa, non per nulla
definita da Alianello e Zitara “la conquista del Sud” o di un territorio
coloniale.
Anzi, a ben considerare
gli antefatti e gli insegnamenti (oltre tutto patiti sulla propria
pelle) sul trattamento riservato alla virtù e sui premi attribuiti
all’ipocrisia degli inganni e dei giri di valzer, deve giudicarsi
pressoché straordinario il protrarsi così a lungo (nutro tuttavia
qualche dubbio sul suo attuale perdurare, che, nel migliore dei casi,
riguarda comunque aree sempre più ristrette) di questa “maggior tenuta”
dei ceti meno privilegiati, dal momento che il cattivo esempio che
discende dall’alto non può non possedere, specie se accompagnato dai
fatti concreti di immeritati disprezzi e punizioni e di altrettanto e
più immeritati premi e retribuzioni, una notevole forza di persuasione.
Fra tante conseguenze
negative la peggiore è forse il venir meno del senso della giustizia e
della fiducia in chi l’amministra. Sotto questo aspetto riescono
estremamente significativi, da un lato, il diario del soldato borbonico
calabrese Giuseppe Conforti riportato in appendice, dall’altro (oltre
alla protesta - pure in appendice - di 50 avvocati presso la Gran Corte
Criminale di Napoli contro gli arbitrii e gli ingiusti rigori delle
prigioni piemontesi e la cancellazione del diritto di difesa dei
detenuti, ai quali si ostacolano persino i colloqui coi difensori), la
descrizione che l’Autore fa dei provvedimenti del governo liberale per
epurare, sulla base dei pareri espressi dai consigli comunali, la
magistratura, ritenuta troppo incline ad assolvere e ad infliggere
condanne troppo miti rispetto a quelle pretese dalle autorità militari,
e, visto che anche il “riordinamento” della giustizia napoletana non
produce tutti gli esiti sperati, per istituire (anche in questo siamo
stati dei precursori del Novecento) presso ogni tribunale circondariale
dei veri e propri commissari politici incaricati “di riferire sul
comportamento e l’attività dei singoli giudici”.
* * *
Dopo quanto si è detto
è evidente che il lavoro di Fulvio Izzo si colloca di pieno diritto, per
occuparvi un posto di particolare importanza, nel filone storiografico
del cosiddetto “revisionismo”.
È facile supporre che
il sostantivo e le conseguenti aggettivazioni abbiano avuto nelle
intenzioni degli ambienti, di formazione marxista e neogiacobina, che
per primi li hanno utilizzati in Italia, un significato fortemente
critico e negativo, non scevro di disprezzo e di finalità (da noi
fortunatamente solo sul piano culturale) criminalizzatrici sulla scorta
dei processi dell’Urss, nei quali il revisionismo costituiva uno dei
principali capi d’accusa addebitati agli imputati.
Gli storiografi
ufficiali non più tardi del novembre 1996 hanno preteso di mettere sul
banco degli imputati chi aveva osato riscoprire un evento storico vero e
reale come l’Insorgenza, cioè la spontanea resistenza armata delle masse
popolari italiane contro l’invasione delle armi francesi e delle idee
rivoluzionarie nel triennio giacobino 1796-1799 e nel successivo periodo
del dominio napoleonico. Un episodio particolarmente importante
dell’Insorgenza, che, difatti, è stato difficile riuscire a nascondere,
se non per altro per la necessità di spiegare la restaurazione borbonica
dopo il breve intermezzo della Repubblica Partenopea, sicché in questo
caso si è preferita la strada parallela della demonizzazione a quella
dell’oblio, è rappresentato, per l’appunto, dalla riconquista del Regno
di Napoli ad opera dell’Armata della SantaFede del cardinale
Fabrizio Ruffo e dal conseguente “sanfedismo”.
Come è stato già
scritto nel libro Le Pasque veronesi, in quella circostanza e,
del resto, ogniqualvolta non è stato possibile utilizzare lo strumento,
per solito preferito, del silenzio, non ci si limitò ad esprimere su
quei fatti un giudizio diverso da quello formulato dai revisionisti, il
che sarebbe stato perfettamente legittimo, ma si contestò la legittimità
di una iniziativa diretta a far conoscere anche al di fuori della
ristrettissima cerchia degli addetti ai lavori quello che probabilmente
è stato l’unico vero fenomeno di massa della storia moderna e
contemporanea del nostro paese.
Successivamente i più
attenti rappresentanti della cultura dominante, e in particolare della
sua componente marxista o ex-marxista, si sono probabilmente resi conto
dell’errore compiuto sia con queste assurde e in definitiva
autolesionistiche prese di posizione sia, in precedenza, con l’acritica
celebrazione del bicentenario della Rivoluzione Francese, che, contro
ogni loro aspettativa, aveva portato in primo piano piuttosto che i suoi
protagonisti e i suoi paladini i suoi avversari, tanto sul piano
culturale e filosofico quanto su quello dell’azione (appunto gli uomini
e le donne della Vandea, dell’Insorgenza italiana e di tutti gli altri
analoghi moti europei).
Quando ormai era alle
porte il bicentenario degli episodi culminanti dell’Insorgenza italiana
(1799-1999) ed evidentemente nella persuasione di non potere più
rifiutare con successo il frutto del lavoro degli storici revisionisti
(anche se si è avuto cura di non nominarli quasi mai) e nell’intento di
batterli sul tempo, Studi storici, la rivista trimestrale
dell’Istituto Gramsci, ha interamente dedicato il numero di
aprile–giugno 1998 a Le Insorgenze popolari nell’Italia
rivoluzionaria e napoleonica, riunendovi una serie di scritti di
autori diversi (un saggio, di modesto interesse, opera di John A. Davis,
è dedicato alle Rivolte popolari e controrivoluzione nel Mezzogiorno
continentale), in genere sufficientemente precisi nella
ricostruzione degli avvenimenti, anche se spesso sbandano nella ricerca
delle cause per il pregiudiziale rifiuto di riconoscere la fondamentale
importanza che in quei moti ebbe il forte attaccamento alla fede dei
padri, alla religione cattolica, componente essenziale del senso di
patria e di appartenenza culturale di quei popoli.
Lasciamo il fenomeno
dell’Insorgenza, che tuttavia non è per nulla fuor di posto nella
presentazione di un libro sul volto ignoto del Risorgimento, sia perché
ha rappresentato uno dei primi campi di scontro fra storici
“revisionisti” e affabulatori di regime, sia perché gli insorgenti del
1799 sono i padri dei “briganti” del 1861, per tornare alle
considerazioni di carattere generale sul revisionismo con un’opinione di
Sergio Romano (anch’egli fatto oggetto di accuse particolarmente roventi
a causa di una sua recente opera sul franchismo) contenuta nel libro
Confessioni di un revisionista, con la quale definisce i seguaci di
questa eresia contemporanea come “coloro che mettono in discussione, con
nuovi documenti e nuove prospettive, l’antica versione di un
avvenimento”, cioè come gli unici veri storici.
Una definizione che
trova conferma nelle parole del direttore della rivista Liberal,
Ferdinando Adornato, che, presentando a fine novembre 1998 un convegno
sul tema Ripensare il XX secolo. Oltre la guerra fredda, ha
dichiarato che “il convegno intende affermare che revisionismo e
storiografia sono parole coincidenti”.
È probabilmente per
questa ragione, della necessitata ed inevitabile identificazione fra
storico e revisionista, che da più parti si assume che oggi parlare di
revisionismo non abbia più senso, e tuttavia credo che, almeno per il
momento e fino a quando il nodo della nostra storia non sarà
definitivamente risolto con il travaso, anche nei libri ad uso delle
scuole, dei frutti della ricerca revisionista (per quanto questo
aggettivo possa apparire ed effettivamente sia superfluo, perché tutta
la vera ricerca non può non essere revisionista nel senso proprio del
termine: il rivedere non esclude, difatti, anzi tutt’altro, la
possibilità della conferma di dati già acquisiti), sia più conveniente
non rinunciare ad un appellativo destinato a trasformarsi ogni giorno di
più in titolo di merito nei confronti di chi ha confuso la storia con la
propaganda politica, il pregiudizio ideologico, che pretende di piegare
i fatti alle esigenze delle proprie tesi, e la costruzione del consenso.
Del resto a tutt’oggi
narratori di storie, ideologi e propagandisti non hanno affatto
rinunciato, come dimostra il vero e proprio processo cui è stato
sottoposto Sergio Romano dalla cosiddetta intelligencjia della
cultura dominante, ad uno scontro che al momento trova il suo principale
campo di battaglia nella storia del ‘900, anche se è stato osservato che
tutta la storia è da rivedere per liberarla da incrostazioni
ideologiche, da sedimenti e depositi alluvionali lasciati dai vari
regimi che si sono succeduti nel nostro paese dal 1860 in poi, da fiabe
e leggende di autocelebrazione nazionale.
Giordano Bruno Guerri
scrive a questo proposito, fra le altre cose, sul Giornale del 27
novembre 1998: “Il dibattito sul ‘revisionismo’ dovrebbe prendere atto
che la storia da riscrivere non è soltanto quella del Novecento,
fascismo, nazismo, razzismo, guerre mondiali, Resistenza, maccartismo,
decolonizzazione eccetera. Da risolvere ci sono questioni anche più
determinanti - benché lontane nel tempo - per i nostri atteggiamenti
culturali, la nostra vita. Non abbiamo mai scritto, per esempio, la vera
storia del ‘brigantaggio’ meridionale dopo l’Unità.
“È una vicenda che ai
liberali e al fascismo non conveniva illuminare, e una sorta di
autocensura patriottica ha impedito di farlo negli ultimi cinquant’anni.
La ‘lotta al brigantaggio’ non fu lo scontro di pochi criminali, o
ribelli, contro un esercito che tutti sentivano loro, fu una guerra
civile crudele e sanguinosa, in cui le popolazioni meridionali stavano
dalla parte dei ‘briganti’. Erano italiani che non avevano avuto diritto
di voto nei plebisciti per l’annessione al Regno di Piemonte, ma avevano
il diritto, umanamente se non legalmente, di rifiutarla. Invece fra il
1861 e il 1870 furono sottoposti ad un regime di occupazione, ebbero i
villaggi incendiati, le coltivazioni distrutte e in moltissime famiglie
meridionali si tramanda ancora il ricordo di lontani soprusi e di lutti
- decine di migliaia, non si sa quanti - dovuti ai ‘piemontesi’.
Scrivere quella storia è indispensabile per capire i rapporti
meridionali-Stato e i problemi conseguenti, come il funzionamento
dell’amministrazione pubblica, l’emigrazione, perfino la nascita della
Lega”.
Il libro di Fulvio Izzo,
per i fenomeni che prende in considerazione (indubbiamente fra i più
trascurati ed ignorati, perché, se del “brigantaggio” si è pure dovuto
dire qualcosa, sia pure in chiave demonizzante, dei lager e dei campi di
rieducazione risorgimentali si è sempre cercato di cancellare il ricordo
proprio per l’impossibilità di trasformarli in fenomeno marginale e
folkloristico), costituisce una risposta di singolare rilievo a questa
esigenza.
FRANCESCO MARIO AGNOLI
Ravenna, 6 dicembre
1998 - 2a Domenica d'Avvento
|