Redazione

redazione@identita.info

 

 

Home

 

SOMMARIO NUMERI PRECEDENTI

 

Editoriale

Salvatore Francia
 

Carattere mediterraneo e ario-romano-germanico
Centro Studi “Identità”


Islam, Cristianesimo, Europa

Fabio Calabrese


Discorso sul costume


Creare l’economia corporativa

A. L. Arrigoni


El dinero como medio político - La financiación de los partidos

Ramon Bau

 

Bruxelles / Genève


Infibulazione in UK

Martin Webster

 

Immigrazione: un dramma per tutti

Pino Rauti

 

David Irving, Galileo Galilei e quell'inquisizione che non doveva esserci più

Harpocrates

 

Società multietnica

Leonini


Se seminate vento...

Ward Churchill


L'idéologie americaine

F.P. Yockey, Imperium


Il Cipresso tagliato: la questione libanese

Stefano Alamari

 
Figli di un dio minore

www.israelshamir.net, traduzione a cura di www.arabcomint.com


Il patto di Monaco


"Direttive per l'attività futura"


Le mithe du loup

Thomas Stahler

 

Ipazia - Martire de fanatismo cristiano
CDA

 

Le province dell'Impero Romano

Paolo Possenti

 

 

SEGNALAZIONI

 

ARCHIVIO


 

I LAGER DEI SAVOIA


Storia infame del Risorgimento
nei campi di concentramento per meridionali

F.M. Agnoli

 

PREFAZIONE (*)

 

La prima impressione che questo libro susciterà nella grande maggioranza dei lettori sarà di un pugno alla bocca dello stomaco, tanto grande è la distanza fra l’oleografia risorgimentale della storia ufficiale e la nuda e crudele realtà dei fatti.

Per il vero alcuni di questi fatti hanno cominciato da qualche anno a questa parte a giungere alle orecchie anche dei non addetti ai lavori (questi ultimi troppo spesso interessati, per ragioni di cattedra o di partito, a celarli o a travisarli), grazie alle ricerche e alle pubblicazioni degli storici cosiddetti “revisionisti”, a cominciare da Nicola Zitara con L’unità d’Italia: nascita di una colonia, del 1971, e da Carlo Alianello soprattutto col suo libro del 1972 La conquista del Sud, sulle cui tracce hanno lavorato da ultimo, sia pure ponendosi da punti di vista diversi e privilegiando aspetti diversi del fenomeno risorgimentale, Angela Pellicciari col suo Risorgimento da riscrivere e Lorenzo Del Boca con Maledetti Savoia.

Tuttavia il carattere prevalentemente economico del suo saggio ha impedito una più vasta diffusione del libro dello Zitara, mentre all’Alianello storico ha nuociuto probabilmente la sua pregressa e già ben stabilita fama di ottimo romanziere tanto più che, paradossalmente, la trasposizione televisiva dei suoi romanzi ha accentuato agli occhi del pubblico l’immagine complessiva, comprendente, quindi, per quanto a torto, anche La conquista del Sud, di un lavoro in larga parte, se non in tutto, di fantasia e d’invenzione.

In ogni caso è fin troppo facile constatare che, nonostante queste e altre poche voci fuori dal coro, un secolo e mezzo di propaganda e di costruzione del consenso presentate come la quintessenza della ricerca scientifica nel campo della storia hanno inchiodato nell’immaginario collettivo le popolazioni meridionali allo stereotipo del brigante, che può anche destare qualche simpatia, un tempo di stampo romantico, oggi, più di frequente, ideologico-ribellistico, ma in definitiva resta pur sempre brigante e, quindi, destinato a soccombere e a ricevere la giusta punizione quando, al suono della marcia reale di Casa Savoia o di un qualche canto garibaldino, finalmente arrivano “i nostri”, fatti diventare “nostri” anche per i dimentichi - quasi sempre non per colpa loro - discendenti ed eredi dei briganti.

Nelle documentatissime pagine di Fulvio Izzo si scopre che questi briganti non lo erano poi tanto, al punto che, se la fortuna delle armi e della politica avesse girato a loro favore, oggi avrebbero sacrari e strade intitolate al loro nome o in un sopravvissuto Regno delle Due Sicilie o, più verosimilmente, in una più civile Italia, unita da liberi vincoli federali o confederali.

Si scopre che comunque in molti casi i pretesi briganti erano assai più semplicemente soldati di un esercito regolare, che avevano combattuto sotto la loro bandiera e vennero deportati e impri­gionati per avere rifiutato troppo a lungo la resa, come accadde ai difensori delle fortezze di Gaeta, di Civitella del Tronto, di Messina, e per avere preteso (imperdonabile colpa) di mantenere fede, nonostante la sconfitta, al giuramento prestato. Questi briganti avevano preteso di continuare a sentirsi sudditi (ma questa definizione, propria dell’ancien régime e della sua società organica, non era meno gravida di amor di patria, di senso di piena appartenenza e di totale adesione di quella odierna - del resto più formale che sostanziale - di cittadini) di uno Stato carico di una storia secolare, che, senza alcuna provocazione da parte sua e senza dichiarazione di guerra da parte di altri, era stato aggredito, oltre che dai seguaci di Garibaldi (loro sì in quel momento, a norma delle leggi internazionali rispettate da tutti i popoli, banditi passibili di fucilazione) e dall’amico ed alleato Regno di Sardegna.

Comunque la scoperta più amara per l’ignaro lettore è forse quella dell’esistenza proprio nel nostro civile paese di una prima edizione, addirittura del modello di base di quell’universo concentrazionario di campi di deportazione e prigioni destinate ad attingere nel nostro secolo i supremi fastigi dei lager e dei gulag e dei campi di rieducazione di Pol Pot e delle guardie rosse di Mao, ma già presente, assai più che in nuce, a Ponza, al Giglio, alla Gorgona e in tutte le altre isole e scogli di domicilio coatto, nella cittadella di Alessandria, nei “depositi” di Genova, di Rimini, di Casaralta (Bologna) e specialmente nel campo di concentramento e rieducazione di San Maurizio Canavese nei pressi di Torino e, infine, nell’ultimo cerchio di quell’inferno carcerario, al quale purtroppo è mancato un Solgenitsyn, la fortezza di Fenestrelle, dove verranno mandati i più riottosi “per esservi tenuti sotto più rigida disciplina, finché si correggano e diventino idonei al servizio”.

Per l’esattezza, a questo trattamento di “correzione e idoneità al servizio”, che evidentemente si considerava raggiunta quando il militare incarcerato in condizioni disumane si dichiarava disposto ad abiurare la fede giurata e ad unirsi ai vincitori, non furono sottoposti soltanto i soldati borbonici, ma anche le guardie e gli zuavi pontifici, i cui patimenti trovano, difatti, posto e menzione nelle pagine che seguono, i soldati modenesi, i cosiddetti “duchisti” della stampa liberale, che dopo l’annessione al Regno Sardo scelsero di seguire nell’esilio il loro Duca, e in genere quanti in un momento di rottura rivoluzionaria della continuità storica (la “rottura del tempo” di cui parla Fulvio Izzo nella sua introduzione) scelsero di restare non già, come solitamente si dice, dalla parte del passato o della reazione, ma da quella dello sviluppo e del progresso nella Tradizione: soprattutto nel Meridione la nobiltà latifondista - quella del “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa - e la borghesia realmente reazionaria erano in larghissima parte filo–unitarie o, quanto meno, doppiogiochiste, come, del resto, lo erano state al tempo dell’invasione francese e della Repubblica Partenopea.

Difatti i primi visitatori della prigione di Fenestrelle, quando ancora si combatteva sul campo e si stavano formalizzando le annessioni al Regno Sardo dei ducati e delle province centro–settentrionali dello Stato della Chiesa, vi trovarono soprattutto romagnoli e marchigiani mantenutisi fedeli al Papa–Re.

Tuttavia la tragedia più grande, per il numero delle persone che coinvolse, per la durata dello scontro, la durezza della repressione, le conseguenze che ancora oggi perdurano nella nostra vita pubblica, anche se di rado o mai individuate nelle loro vere cause, fu senza dubbio quella dei soldati e delle popolazioni del Regno delle Due Sicilie: i cosiddetti “borbonici” e “sanfedisti” della sprezzante terminologia liberale, oggi volentieri rispolverata dagli intellettuali neo-giacobini alla Galasso e alla Flores d’Arcais.

E certamente non è per caso che proprio a loro, ai retrivi borbonici, venne riservata la prigionia più crudele, nella cupa fortezza di Fenestrelle, abbarbicata, fra alte vette coperte di neve per buona parte dell’anno, ai fianchi del Monte Ostiera nella gelida Val Chisone, dove sessant’anni prima un altro liberatore, Napoleone Bonaparte, aveva fatto rinchiudere un buon numero di combattenti dell’Insorgenza e di sacerdoti sospettati di preferire la Chiesa all’Impero e Cristo all’Imperatore; fra questi anche il cardinale Bartolomeo Pacca, che vi rimase per oltre tre anni.

Questa fortezza, posta al confine fra Francia e Piemonte, in un’”Alpe fredda e inospite”, godeva, quindi, già della pessima fama di durissimo carcere ben meritata, come, dopo averne avuto conferma per esperienza diretta, Mons. Pacca scrive nelle Memorie, pubblicate a Pesaro nel 1830: “la condanna alle Fenestrelle faceva in quei tempi tanto spavento in Italia quanto suol farlo nelle parti settentrionali d’Europa la rilegazione in Siberia”.

Con la sua massa oscura ed opprimente per i piccoli esseri umani che vi sono destinati, ma a sua volta oppressa dalle alte montagne che la circondano, Fenestrelle può oggi ricordare, torrette e pinnacoli gotici a parte, a chi, senza averla visitata, tenti di ricostruirne l’aspetto in base alla descrizione dei suoi ospiti coatti e dei visitatori, il castello di Dracula o, meglio, dal momento che si tratta non di un maniero feudale, ma di una moderna, per l’epoca in cui venne edificata, piazzaforte composta di diversi forti collegati fra loro secondo i dettami dell’architettura militare all’epoca più avanzata, l’impenetrabile complesso del maniero di Gormenghast, partorito dalla mente dello scrittore Mervyn Peake, il Tolkien “nero” della letteratura fantastica inglese.

E tuttavia non vi è alcuna necessità di fare ricorso a reminiscenze e confronti letterari e cinematografici, che risultano anzi inadeguati e perdenti di fronte alla realtà, per cogliere la desolazione di questo luogo una volta che si sia conosciuto quanto è accaduto fra le sue mura, che ancora oggi sembrano la materializzazione, il documento storico in pietra del punto di incontro e di congiunzione fra la sanguinosa, sfrenata e vendicativa, ma occasionale, localizzata e disorganica ferocia delle segrete medioevali (anche se in realtà la fortezza venne costruita appena nella prima metà del 1700, il secolo dei Lumi) e quella, ben più estesa, scientifica e sistematica, dei gulag. Qui i borbonici avrebbero dovuto purificarsi per rendersi degni della loro nuova condizione di sudditi sabaudi, ma evidentemente erano restii a lasciarsi persuadere nonostante l’intensità e il vigore degli insegnamenti cui venivano sottoposti, se un giornale dell’epoca dovette, a seguito di un tentativo di evasione fallito all’ultimo momento, constatare con rammarico che “I Napoletani non si lavano a sufficienza del loro lezzo”.

Ma sottraiamoci alla nefasta suggestione del luogo, per tornare alla narrazione della vicenda storica, sempre limpida, chiara ed ancorata ai fatti, senza deviazioni e cedimenti fantastico-letterari, nel libro di Izzo, che attribuisce alla fortezza-prigione soltanto il ruolo suo proprio di frammento del ben più vasto universo carcerario, esteso dall’Alpi al Lilibeo e composto di prigioni speciali e di altre ordinarie, ma sempre rese invivibili dall’eccessivo affollamento e dal mancato rispetto delle più elementari esigenze. In queste carceri speciali patirono per molti anni i soldati di Francesco II e quelli del Papa, che insistevano nell’errore di non comprendere che per i vinti onore, fedeltà, amor di patria non sono virtù, ma soltanto “lezzo”.

In realtà la fase iniziale di questa vicenda storica potrebbe perfino lasciar credere che sul principio il conquistatore piemontese non mancasse di buona volontà e, caso mai, peccasse più che altro di ingenuità. Trovatosi, difatti, di fronte al problema, indubbiamente reale e concreto, del destino da riservare ai militari e agli sbandati dell’esercito napoletano, tentò di risolverlo autorizzandone il passaggio al proprio servizio, disponendo, con la circolare n. 23 del 20 novembre 1860, che “ove alcuno intenda assoggettarsi all’arruolamento, esso potrà esservi ammesso, contraendo l’obbligo di ultimare nel Regio esercito il tempo di servizio, a cui era tenuto nell’esercito Borbonico da cui proviene”.

Un gesto che lascerebbe intravedere la volontà di attenersi ad una politica di pacificazione per realizzare, dopo quella materiale della conquista, una effettiva unità morale, se questa benevola interpretazione non fosse subito smentita dalla constatazione che non si trattò affatto di una concessione, ma di un vero e proprio obbligo, sicché la scelta reale era fra la prigionia e il servizio militare, essendo i generali piemontesi convinti che la rigida disciplina in uso nel loro esercito, debitamente aggravata per gli infidi borbonici, avrebbe consentito non meno del carcere di tenere sotto controllo le nuove reclute, oltre tutto tenute a prestare servizio, almeno nei primi tempi, senza avere armi a disposizione.

Del resto ogni dubbio viene meno di fronte al trattamento riservato ai refrattari (e furono la stragrande maggioranza e addirittura la quasi totalità fra i semplici soldati, i sottoufficiali e gli ufficiali dei gradi inferiori), che svela in tutta la loro brutalità tanto la fredda crudeltà di ideologi quanto la ferocia ottusa di politici e militari in contrasto su molte cose, ma uniti nella criminalizzazione del dissenso, nel rifiuto di ammettere l’esistenza di valori diversi dai propri o, peggio ancora, di negare al nemico vinto il diritto di credere nei valori nei quali essi stessi proclamano di credere. A completare questa infernale mistura si deve aggiungere una radicale mancanza di stima nei confronti di chi si suppone disposto a passare in tutta fretta e tranquillità dall’uno all’altro padrone, solo perché il primo è stato sconfitto e non è più in grado di corrispondere il soldo, e viene, quindi, ritenuto meritevole di una punizione tanto più severa quanto più il suo diniego contrasta con la sprezzante attesa di una risposta positiva.

Né varrebbe addurre che tale scarsa considerazione poteva essere in parte giustificata dalla facilità con la quale non pochi generali e ministri, cortigiani e funzionari del giovane Re Francesco II avevano accettato di farsi comprare, prima ancora dello sbarco garibaldino a Marsala, dall’oro inglese e piemontese. Si tratta in realtà di un vero e proprio disprezzo di origine in parte ideologica (nei confronti dei cosiddetti “reazionari” e “sanfedisti”) in parte propriamente razzistica (nei confronti dei meridionali), che emerge in tutta evidenza dai dispacci e dai rapporti di politici e generali, nei quali gli abitanti del Regno di Napoli vengono sfavorevolmente paragonati agli incivili beduini, e dalla stessa opinione di Massimo d’Azeglio, che, pur criticando la politica di conquista e repressione militare del suo Piemonte, scriveva poi nella sua corrispondenza privata che “unirsi ai napoletani è come andare a letto con un lebbroso”1) . Perché il processo di piemontesizzazione era diretto ad impedire di governarsi da soli ad italiani che non condividevano il progetto unitario, rinnegando i fondamenti morali e politici sui quali avrebbe dovuto fondarsi questa unità.

Non desta, quindi, meraviglia la repentinità con la quale l’apparente e momentanea benevolenza cedette il campo alla più feroce e disumana delle repressioni nei confronti sia dei refrattari, tanto stolidi ed arretrati da rifiutare l’onore del transito dallo scassato esercito borbonico alle organizzate schiere sarde e da non comprendere la superiorità del liberalismo unitario, sia dei giovani renitenti alla leva militare indetta da uno Stato che non avevano mai conosciuto e che dovevano necessariamente considerare non solo straniero, ma nemico.

In realtà la politica cosiddetta unitaria dei Savoia e dei loro ministri, generali e consiglieri (inclusi quelli di origine meridionale), al Sud, al di là del Tronto, non cercava adesione morale e consenso, ma unicamente supina obbedienza e per questo non esitò a incendiare e radere al suolo interi villaggi, ad instaurare nelle campagne il regime del terrore sotto la legge del taglione, a fucilare nelle piazze dei paesi risparmiati non soltanto i briganti, che se non altro avevano impugnato le armi, ma quegli stessi giovani renitenti alla leva che, come ricorda Tommaso Pedio nel suo Brigantaggio meridionale e viene riportato nelle pagine che seguono, in varie località poterono essere catturati (e subito dopo passati per le armi) senza bisogno di rastrellamenti, perché, sospinti dalla curiosità, si erano avvicinati ai regolari piemontesi, che indossavano divise mai viste in precedenza.

Se così non fosse stato, se una voluta cecità non gli avesse chiuso gli occhi, i nuovi governanti avrebbero compreso, come ad un certo punto in America compresero, dopo la guerra di Secessione, gli yankee vincitori, che il nuovo Stato per divenire grande e forte e, soprattutto, degno di rispetto tanto all’esterno quanto, e forse in particolare, all’interno, avrebbe dovuto fondarsi proprio sul senso dell’onore, le virtù e, se si vuole così definirle, le ostinazioni di quegli uomini probi e fedeli.

Al contrario si preferì, anche per mantenere le promesse fatte ai vari Liborio Romano, ai settori più opportunisti e avidi della nobiltà e della borghesia commerciale ed intellettuale, oltre che ad autentici mafiosi e camorristi, subito ricompensati con impieghi, privative e pensioni, edificare sulla brama del denaro, le ambizioni, la pronta pieghevolezza della schiena, I’attitudine all’ipocrisia e al compromesso, la disponibilità alla vera e propria corruzione.

Molti dei difetti e dei malanni che rendono ancora oggi così stentata e a volte difficile da sopportare la vita sociale, le abitudini e le vicende politiche del nostro paese, così scarsamente gratificante la stessa democrazia, e dei quali quasi sempre si danno spiegazioni insoddisfacenti, perché troppo legate alle singole contingenze e, quindi, inidonee a rendere conto della loro costante ripetitività pur nel mutare dei tempi e nel succedersi delle generazioni, trovano la loro origine in quanto avvenne all’atto della nascita e del battesimo laico dell’Italia unitaria, che riuscì ad essere ad un tempo monarchica e repubblicana, giacobina, liberale, massonica e perfino, almeno in apparenza, cattolica in quanto retta da uno Statuto che proclamava la religione dei padri unica religione dello Stato e solo tollerati gli altri culti, mentre tanto nella realtà quotidiana quanto nei provvedimenti legislativi e di governo la prima era aspramente contrastata e i secondi (prote­stanti) largamente favoriti. Ma era soltanto l’inizio della pratica del trasformismo.

Solo andando a quelle radici, a quelle scelte; a quella crudele oppressione, a quelle feroci punizioni inflitte alla fede e alla virtù e a quei premi concessi alla viltà e al tradimento si può comprendere perché l’amor di patria e l’aspirazione alla libertà, che pure erano vivi e veri in alcuni protagonisti del Risorgimento, degenerarono quasi subito nell’arrivismo, nell’affarismo, nella caccia al denaro e alle poltrone, perché il trasformismo alla Depretis sia divenuto una costante della nostra vita pubblica, perché i cosiddetti servitori dello Stato troppo spesso confondano il bene pubblico col loro privato interesse e con quello dell’una o dell’altra fazione.

Il libro di Fulvio Izzo costituisce, quindi, un importante contributo al ricorrente dibattito, destinato a restare irrisolto finché si rifiuterà una ricerca delle cause libera da pregiudizi, sull’identità nazionale, sullo scarso senso dello Stato del popolo italiano.

Riprendendo le tesi sostenute nel 1995 da Renzo De Felice sull’8 settembre 1943, scrive Ugo Finetti nel breve saggio L’insopportabile arroganza di vecchi e nuovi giacobini pubblicato nel numero 452 di Studi cattolici (ottobre 1998) che “la questione della mancanza di senso dello Stato è un problema più dell’Italia che degli italiani, nel senso che tale fenomeno cresce man mano che si va verso l’alto, riguarda più i gruppi dominanti che non il popolino” e, difatti, “in ogni passaggio cruciale c’è sempre stata maggior tenuta nei ceti bassi considerati ignoranti rispetto a quelli colti”.

Quanto accadde l’8 settembre, quando, come scrive il De Felice, “solo se si discende ai gradini ancora inferiori della scala gerarchica è possibile trovare un maggior numero di ufficiali che vissero il dramma... senza mettersi sotto i piedi dignità nazionale, patriottismo, etica militare”, era già accaduto, quasi un dèja vu, sia con l’Insorgenza, in occasione dell’invasione rivoluzionaria dell’Armée d’Italie condotta dal giovane Bonaparte nel 1796 e negli anni immediatamente successivi, sia al momento del processo unitario, con particolare riguardo alla sua fase meridionale, che qui più direttamente ci interessa, non per nulla definita da Alianello e Zitara “la conquista del Sud” o di un territorio coloniale.

Anzi, a ben considerare gli antefatti e gli insegnamenti (oltre tutto patiti sulla propria pelle) sul trattamento riservato alla virtù e sui premi attribuiti all’ipocrisia degli inganni e dei giri di valzer, deve giudicarsi pressoché straordinario il protrarsi così a lungo (nutro tuttavia qualche dubbio sul suo attuale perdurare, che, nel migliore dei casi, riguarda comunque aree sempre più ristrette) di questa “maggior tenuta” dei ceti meno privilegiati, dal momento che il cattivo esempio che discende dall’alto non può non possedere, specie se accompagnato dai fatti concreti di immeritati disprezzi e punizioni e di altrettanto e più immeritati premi e retribuzioni, una notevole forza di persuasione.

Fra tante conseguenze negative la peggiore è forse il venir meno del senso della giustizia e della fiducia in chi l’amministra. Sotto questo aspetto riescono estremamente significativi, da un lato, il diario del soldato borbonico calabrese Giuseppe Conforti riportato in appendice, dall’altro (oltre alla protesta - pure in appendice - di 50 avvocati presso la Gran Corte Criminale di Napoli contro gli arbitrii e gli ingiusti rigori delle prigioni piemontesi e la cancellazione del diritto di difesa dei detenuti, ai quali si ostacolano persino i colloqui coi difensori), la descrizione che l’Autore fa dei provvedimenti del governo liberale per epurare, sulla base dei pareri espressi dai consigli comunali, la magistratura, ritenuta troppo incline ad assolvere e ad infliggere condanne troppo miti rispetto a quelle pretese dalle autorità militari, e, visto che anche il “riordinamento” della giustizia napoletana non produce tutti gli esiti sperati, per istituire (anche in questo siamo stati dei precursori del Novecento) presso ogni tribunale circondariale dei veri e propri commissari politici incaricati “di riferire sul comportamento e l’attività dei singoli giudici”.

* * *

Dopo quanto si è detto è evidente che il lavoro di Fulvio Izzo si colloca di pieno diritto, per occuparvi un posto di particolare importanza, nel filone storiografico del cosiddetto “revisionismo”.

È facile supporre che il sostantivo e le conseguenti aggettivazioni abbiano avuto nelle intenzioni degli ambienti, di formazione marxista e neogiacobina, che per primi li hanno utilizzati in Italia, un significato fortemente critico e negativo, non scevro di disprezzo e di finalità (da noi fortunatamente solo sul piano culturale) criminalizzatrici sulla scorta dei processi dell’Urss, nei quali il revisionismo costituiva uno dei principali capi d’accusa addebitati agli imputati.

Gli storiografi ufficiali non più tardi del novembre 1996 hanno preteso di mettere sul banco degli imputati chi aveva osato riscoprire un evento storico vero e reale come l’Insorgenza, cioè la spontanea resistenza armata delle masse popolari italiane contro l’invasione delle armi francesi e delle idee rivoluzionarie nel triennio giacobino 1796-1799 e nel successivo periodo del dominio napoleonico. Un episodio particolarmente importante dell’Insorgenza, che, difatti, è stato difficile riuscire a nascondere, se non per altro per la necessità di spiegare la restaurazione borbonica dopo il breve intermezzo della Repubblica Partenopea, sicché in questo caso si è preferita la strada parallela della demonizzazione a quella dell’oblio, è rappresentato, per l’appunto, dalla riconquista del Regno di Napoli ad opera dell’Armata della SantaFede del cardinale Fabrizio Ruffo e dal conseguente “sanfedismo”.

Come è stato già scritto nel libro Le Pas­que veronesi, in quella circostanza e, del resto, ogniqualvolta non è stato possibile utilizzare lo strumento, per solito preferito, del silenzio, non ci si limitò ad esprimere su quei fatti un giudizio diverso da quello formulato dai revisionisti, il che sarebbe stato perfettamente legittimo, ma si contestò la legittimità di una iniziativa diretta a far conoscere anche al di fuori della ristrettissima cerchia degli addetti ai lavori quello che probabilmente è stato l’unico vero fenomeno di massa della storia moderna e contemporanea del nostro paese.

Successivamente i più attenti rappresentanti della cultura dominante, e in particolare della sua componente marxista o ex-marxista, si sono probabilmente resi conto dell’errore compiuto sia con queste assurde e in definitiva autolesionistiche prese di posizione sia, in precedenza, con l’acritica celebrazione del bicentenario della Rivoluzione Francese, che, contro ogni loro aspettativa, aveva portato in primo piano piuttosto che i suoi protagonisti e i suoi paladini i suoi avversari, tanto sul piano culturale e filosofico quanto su quello dell’azione (appunto gli uomini e le donne della Vandea, dell’Insorgenza italiana e di tutti gli altri analoghi moti europei).

Quando ormai era alle porte il bicentenario degli episodi culminanti dell’Insorgenza italiana (1799-1999) ed evidentemente nella persuasione di non potere più rifiutare con successo il frutto del lavoro degli storici revisionisti (anche se si è avuto cura di non nominarli quasi mai) e nell’intento di batterli sul tempo, Studi storici, la rivista trimestrale dell’Istituto Gramsci, ha intera­mente dedicato il numero di aprile–giugno 1998 a Le Insorgenze popolari nell’Italia rivoluzionaria e napoleonica, riunendovi una serie di scritti di autori diversi (un saggio, di modesto interesse, opera di John A. Davis, è dedicato alle Rivolte popolari e controrivoluzione nel Mezzogiorno continentale), in genere sufficientemente precisi nella ricostruzione degli avvenimenti, anche se spesso sbandano nella ricerca delle cause per il pregiudiziale rifiuto di riconoscere la fondamentale importanza che in quei moti ebbe il forte attaccamento alla fede dei padri, alla religione cattolica, componente essenziale del senso di patria e di appartenenza culturale di quei popoli.

Lasciamo il fenomeno dell’In­sor­genza, che tuttavia non è per nulla fuor di posto nella presentazione di un libro sul volto ignoto del Risorgimento, sia perché ha rappresentato uno dei primi campi di scontro fra storici “revisionisti” e affabulatori di regime, sia perché gli insorgenti del 1799 sono i padri dei “briganti” del 1861, per tornare alle considerazioni di carattere generale sul revisionismo con un’opinione di Sergio Romano (anch’egli fatto oggetto di accuse particolarmente roventi a causa di una sua recente opera sul franchismo) contenuta nel libro Confessioni di un revisionista, con la quale definisce i seguaci di questa eresia contemporanea come “coloro che mettono in discussione, con nuovi documenti e nuove prospettive, l’antica versione di un avvenimento”, cioè come gli unici veri storici.

Una definizione che trova conferma nelle parole del direttore della rivista Liberal, Ferdinando Adornato, che, presentando a fine novembre 1998 un convegno sul tema Ripensare il XX secolo. Oltre la guerra fredda, ha dichiarato che “il convegno intende affermare che revisionismo e storiografia sono parole coincidenti”.

È probabilmente per questa ragione, della necessitata ed inevitabile identificazione fra storico e revisionista, che da più parti si assume che oggi parlare di revisionismo non abbia più senso, e tuttavia credo che, almeno per il momento e fino a quando il nodo della nostra storia non sarà definitivamente risolto con il travaso, anche nei libri ad uso delle scuole, dei frutti della ricerca revisionista (per quanto questo aggettivo possa apparire ed effettivamente sia superfluo, perché tutta la vera ricerca non può non essere revisionista nel senso proprio del termine: il rivedere non esclude, difatti, anzi tutt’altro, la possibilità della conferma di dati già acquisiti), sia più conveniente non rinunciare ad un appellativo destinato a trasformarsi ogni giorno di più in titolo di merito nei confronti di chi ha confuso la storia con la propaganda politica, il pregiudizio ideologico, che pretende di piegare i fatti alle esigenze delle proprie tesi, e la costruzione del consenso.

Del resto a tutt’oggi narratori di storie, ideologi e propagandisti non hanno affatto rinunciato, come dimostra il vero e proprio processo cui è stato sottoposto Sergio Romano dalla cosiddetta intelligencjia della cultura dominante, ad uno scontro che al momento trova il suo principale campo di battaglia nella storia del ‘900, anche se è stato osservato che tutta la storia è da rivedere per liberarla da incrostazioni ideologiche, da sedimenti e depositi alluvionali lasciati dai vari regimi che si sono succeduti nel nostro paese dal 1860 in poi, da fiabe e leggende di autocelebrazione nazionale.

Giordano Bruno Guerri scrive a questo proposito, fra le altre cose, sul Giornale del 27 novembre 1998: “Il dibattito sul ‘revisionismo’ dovrebbe prendere atto che la storia da riscrivere non è soltanto quella del Novecento, fascismo, nazismo, razzismo, guerre mondiali, Resistenza, maccartismo, decolonizzazione eccetera. Da risolvere ci sono questioni anche più determinanti - benché lontane nel tempo - per i nostri atteggiamenti culturali, la nostra vita. Non abbiamo mai scritto, per esempio, la vera storia del ‘brigantaggio’ meridionale dopo l’Unità.

“È una vicenda che ai liberali e al fascismo non conveniva illuminare, e una sorta di autocensura patriottica ha impedito di farlo negli ultimi cinquant’anni. La ‘lotta al brigantaggio’ non fu lo scontro di pochi criminali, o ribelli, contro un esercito che tutti sentivano loro, fu una guerra civile crudele e sanguinosa, in cui le popolazioni meridionali stavano dalla parte dei ‘briganti’. Erano italiani che non avevano avuto diritto di voto nei plebisciti per l’annessione al Regno di Piemonte, ma avevano il diritto, umanamente se non legalmente, di rifiutarla. Invece fra il 1861 e il 1870 furono sottoposti ad un regime di occupazione, ebbero i villaggi incendiati, le coltivazioni distrutte e in moltissime famiglie meridionali si tramanda ancora il ricordo di lontani soprusi e di lutti - decine di migliaia, non si sa quanti - dovuti ai ‘piemontesi’. Scrivere quella storia è indispensabile per capire i rapporti meridionali-Stato e i problemi conseguenti, come il funzionamento dell’amministrazione pubblica, l’emigrazione, perfino la nascita della Lega”.

Il libro di Fulvio Izzo, per i fenomeni che prende in considerazione (indubbiamente fra i più trascurati ed ignorati, perché, se del “brigantaggio” si è pure dovuto dire qualcosa, sia pure in chiave demonizzante, dei lager e dei campi di rieducazione risorgimentali si è sempre cercato di cancellare il ricordo proprio per l’impossibilità di trasformarli in fenomeno marginale e folkloristico), costituisce una risposta di singolare rilievo a questa esigenza.

 

FRANCESCO MARIO AGNOLI

Ravenna, 6 dicembre 1998 - 2a Domenica d'Avvento 

 

Home     SOMMARIO