Se dovessi esclusivamente limitarmi a prendere in esame il concetto
di «identità» (dal tardo lat. «identitas, -atis», deriv. di
«idem» - formato dal pronome «is, ea, id» e dal
suffisso «dem» - «la medesima cosa») da un punto di vista
strettamente letterale (cioè, nel senso di ciò che è «identico» o
«uguale»), non potrei fare altro che «dichiarare forfait» e
rinunciare immediatamente a pensare e/o a redigere questo articolo.
Sarei costretto a rinunciarci, in quanto, da un punto di vista
semantico, non essendo possibile separare la nozione di «identità»
da quella di «individuazione», dovrei vanamente tentare di far
quadrare un «cerchio» che non c’è.
Dal greco «to auto» e/o dal latino «idem», infatti,
«lo stesso», «il medesimo», «l’identico» sono nozioni di
ontologiaformale (come
unum, ens, aliquid, in latino) che difficilmente possono essere
utilizzate per focalizzare, inquadrare e/o definire qualcosa di
diverso o di distinto da ciò che è perfettamente coincidente,
corrispondente e/o conforme ad un qualsiasi «originale».
Siccome in natura, però, ogni essere umano (quale
madre, al mondo, potrebbe di nuovo partorire il medesimo figlio?),
ogni animale (equivalente constatazione…) ed ogni cosa
(esistono due granelli di sabbia o due fiocchi di neve identici?)
sono praticamente unici, originali ed
irripetibili, parlare di «identità», nel senso letterale del
termine, sarebbe simultaneamente un’assurdità, una contraddizione ed
un paradosso… Tanto più che - nella sfera dell’umano in particolare
- nessuno può sperare di essere esattamente «identico» a sé
stesso. Nemmeno - suppongo - attraverso un artificiale o artificioso
processo di perfetta «clonazione» clinica!
Tra un «originale» ed un «clone» - se l’uno, ad esempio, legge
«Topolino» e l’altro «Le Monde» - su quale base
scientifica si potrebbe effettivamente continuare a considerarli
«identici»?
Se, invece, scelgo di prendere in conto la parola «identità»
da un punto di vista estrinsecamente esegetico o interpretativo –
esaminandola e valutandola, cioè, come «peculiarità generale»
o, se si preferisce, come generica e riassuntiva «similarità»,
«affinità», «compatibilità», «adattabilità», «conciliabilità»,
«tollerabilità», ecc. (che, in definitiva, sono le accezioni più
comunemente ritenute ed utilizzate nel nostro tempo) - allora, il
significato ed il senso di questo vocabolo possono essere senz’altro
focalizzati, inquadrati e/o definiti, e la discussione in merito, a
sua volta, agevolmente intavolata e sviluppata.
Per cercare, dunque, di non incorrere puerilmente nelle
contraddizioni in termini che – come abbiamo visto – potrebbero
automaticamente conseguire o risultare dal significato e dal senso
letterale di questa parola, quale potrebbe essere, ad esempio, la «definizione
tipo» (nel senso weberiano del termine) che si potrebbe
attribuire o conferire al concetto di «identità»?
A mio avviso, potrebbe essere questa: «Essere ciò che si è»,
ed «esserne coscienti» e «degni».
Naturalmente, per poterne «essere coscienti», bisogna
assolutamente sapere «chi si è» realmente (lo
«gnôti sauton» o «l’apprendi a conoscere te stesso» degli
antichi Greci). E per scoprire «chi si è» e, quindi, tentare
di poterne in qualche modo «essere degni», è indispensabile
indagare, accertare e conoscere «da dove si proviene»
e/o «da dove si scaturisce».
Come tutti sanno, infatti, se si è informati e/o si ha coscienza
«da dove si viene» o «si sopraggiunge», si può ugualmente
immaginare, intuire e/o preconizzare «dove si possa andare» o«ci
si possa rendere». Se invece si ignora «da dove si proviene»
o «da dove si parte» - oltre a non potere assolutamente
essere in condizione di poter stabilire un qualunque coerente o
ragionevole «itinerario» - non si riuscirà mai ad andare in
«nessun posto». E questo, per l’elementare e comprensibile
ragione che «ovunque ci si possa dirigere», in definitiva
nessuno potrà mai sperare di potere realmente raggiungere una
«qualsiasi destinazione»!
L’identità dei
«Popoli europei»
Questa lunga e circostanziata introduzione per dire che se oggi ci
poniamo il problema dell’identità dei «Popoli europei»,
questo vuole dire che - ai nostri occhi - i «soggetti umani»
che attualmente li formano, li compongono o li rappresentano, hanno
un’oggettiva difficoltà - da un punto di vista etnico, culturale e
storico – ad auto-distinguersi o ad auto-differenziarsi nettamente
(ed, ugualmente, a farsi esplicitamente riconoscere o sceverare) da
altri «soggetti umani» che a loro volta, invece, appartengono
inequivocabilmente ad altre precise e caratteristiche «Società
umane», ad altri particolari «Popoli» o ad altre
specifiche «Nazioni».
Che cos’è una
«Società umana»?
Dal latino «societas, -atis» (deriv. di «socius, ii»,
cioè «socio», «compagno», «camerata», «confederato»), una
«Società umana» è un'associazione di esseri
unici, originali, irripetibili e complementari, gli uni, in
generale, utili agli altri e viceversa, nonché cosmicamente ordinati
(o almeno, così era nelle prime manifestazioni della «Polis»
greca e/o della «Civitas» romana), all'interno di una
spontanea e naturale scala gerarchica di valori, di attitudini, di
competenze e di responsabilità. Una «scala gerarchica», all’interno
della quale era impensabile che non si
potesse fare una doverosa e salutare distinzione tra l’autoctono,
il meteco,
l’ospite straniero
ed il
«barbaro»;
tra l’uomo libero, il servo e lo schiavo;
tra il cittadino e il non-cittadino; tra il buon
cittadino ed il cattivo cittadino; tra il cittadino
naturalizzato,
l’ex cittadino (colui, cioè, che era decaduto o che era stato
privato della sua cittadinanza),
il cittadino proscritto
e quello ostracizzato.
Che cos’è un
«Popolo»?
Dal latino «populus, i», un «Popolo» è una «Società
umana» che possiede origini, lingua, tradizioni, storia e
ordinamenti comuni. Questo, sia che si tratti di un «Popolo
sedentario» (un «Popolo», cioè, che è stabilmente e/o
tradizionalmente stanziato su un determinato territorio), sia che ci
si riferisca ad un «Popolo nomade» (un «Popolo» cioè, che ha
scelto di fissare saltuariamente la sua dimora in luoghi diversi,
spostandosi ciclicamente all’interno di una certa area geografica).
Che cos’è una
«Nazione»?
Dal latino «natio, nationis» (nascita, estrazione naturale) -
a sua volta scaturito dal participio passato del verbo «nascor,
nasceris, natus (a, um) sum, nasci» (nascere, essere generato;
derivare, discendere) che, a sua volta ancora, aveva preso origine
dall’arcaico «gna-scor, gna-sceris, gna-tus (a, um) sum, gna-sci»,
dalla cui radice, «gen» / «gna» (ger, na), si erano formati i
vocaboli «genitalis, e» (genitale, riguardante la
generazione, la nascita), «genitor, genitoris» (colui che
procrea, genitore, padre, origine, causa), «genetrix, genetricis»
(genitrice, madre), «gens, gentis» (famiglia, casato, razza,
popolo), «genus, generis» (stirpe, schiatta, lignaggio), ecc.
– una «Nazione», come precisa il Dizionario Garzanti della
Lingua Italiana, è «l’insieme di genti legate da comunanza di
tradizioni storiche, lingua, costumi, ed aventi coscienza di tali
comuni vincoli».
Se i nostri «Popoli europei» - come si cerca invano di convincerci
(per farci più facilmente trangugiare la “pillola” della «Società
multietnica e multiculturale» - ed aggiungerei, inevitabilmente «multirazzista»…
- che ci viene soggettivamente ed arbitrariamente imposta
dall’attuale sistema «liberista-mondialista-globalista», per motivi
strettamente economici) - sono attualmente la «risultante» di una
serie di «miscugli» etnici, culturali e storici che si sono
susseguiti negli ultimi 3.000 o 4.000 anni, questo non vuole affatto
dire che essi - nel corso della Storia - non abbiano mai avuto una
loro qualunque «origine» o una loro qualsiasi «genesi».
Dal latino «origo, originis», l’origine è
semplicemente la
nascita, la provenienza. E
dal greco «génesis -e`os»
o dal latino «genesis –is», la genesi è l’origine,
la generazione, il processo di formazione che ha preso
naturalmente stimolo, impulso ed evoluzione dalle insondabili ed
inenarrabili circostanze e vicissitudini della vita e della Storia,
e/o dagli inaccertabili ed incoercibili capricci della «tychè»
(la fortuna o il caso).
Il concetto di
«Innata Societas»
Quale è, dunque, l’origine naturale e spontanea dei
nostri «Popoli europei»?
Come possiamo facilmente dedurlo dalle lapalissiane nozioni di
«Società umana», di «Popolo» e di «Nazione» che
abbiamo appena finito di percorrere e di verificare, i
«Popoli europei» (come d’altronde l’insieme degli altri «Popoli
naturali» del mondo), in origine – indipendentemente dalle loro
«varietà antropologiche» e, nel caso specifico, dall’eventuale e
scientifica localizzazione della «Urheimat»– erano semplicemente dei
«Popoli-Nazione». Dei «Popoli», cioè, che – essendo
individualmente e/o collettivamente coscienti di possedere, in
comune, alcuni elementi essenziali di aggregazione civile e
politica, come la lingua, la cultura, l'origine etnica e/o storica,
i costumi, le tradizioni ed, eventualmente, la religione (intesa,
naturalmente, come espressione e/o compendio di ancestrali e
radicate credenze popolari e/o «instrumentum regni» di
Polibio) – formavano delle originali e distinte «Societas» che, a
loro volta, erano portatrici visibili e tangibili di una
particolare e ben individuata «Civiltà».
Dal latino «civilitas, -atis», infatti, la
parola «Civiltà» – oltre ad essere generata dalla radice «civi»
(che racchiude in sé l’idea di «civis, civis» o «cittadino» o
«libero membro» di una libera, indipendente e sovrana «Civitas»
o «Città Stato» o «Nazione») ed a derivare direttamente dal
sostantivo «civili, e» che può significare, «civile»,
«politico», «umano» – tende a condensare in sé, nonché ad
estrinsecare ed esplicitare, il significato ed il senso dell’insieme
degli aspetti spirituali, sociali e materiali dell’essere,
dell’esistere e dell’agire o dell’operare di una precisa
e caratteristica «Società umana»,
di un determinato «Popolo» e/o di una specifica «Nazione».
I «Popoli-Nazione», dunque, rappresentavano (e rappresentano)
– con tutte le loro possibili ed immaginabili varianti politiche,
economiche, sociali e culturali interne – un modello naturale e
spontaneo di aggregazione umana e di coesione civile e politica
che possiamo benissimo definire una «Innata Societas» o
«Società tradizionale» (dal latino «traditio», «atto di
trasmettere» che, a sua volta, deriva dal verbo «tradere»,
«far passare», «consegnare», «affidare», «rimettere ad un altro»),
autentica e naturale. Una società, cioè, che - per essere, esistere
ed agire o operare - non aveva (e non ha) assolutamente bisogno di
nessuna costruzione o elaborazione intellettuale, né di nessuna
finzione ideologica, politica, giuridica o amministrativa.
Attenzione: non nel senso che i «Popoli-Nazione» non avessero una
loro «Weltanschauung»
particolare, oppure dei loro «riferimenti culturali», un loro
«modo di interpretare la realtà», una loro «scala
gerarchica di valori» e/o una loro «ideologia».
Tutti i «Popoli-Nazione» del mondo hanno posseduto, ad un certo
momento della loro evoluzione storica, un loro «corpus
culturale», ma quest’ultimo ha fatto sempre seguito
al loro naturale e spontaneo processo di aggregazione umana e di
coesione civile e politica, che altro non era (ed è) che la
giustificazione «post eventum» di quanto le loro individuali
«Societas» erano già state in grado di edificare o di realizzare.
Gli esempi della
Storia
L’esempio più lampante, in proposito, ci viene offerto dall’insieme
delle «visioni o concezioni dell’uomo, della società e del mondo»
che sono state espresse o manifestate dai differenti
«Popoli-Nazione» del mondo, nel corso delle diverse epoche storiche.
Chi potrebbe affermare e dimostrare, ad esempio, che i Sumeri
abbiano incominciato ad aggregarsi ed a costituirsi come «Società
umana», come «Popolo» e come «Nazione» a partire
dalla divulgazione dell’Epopea di Ghilgamesh?
I Babilonesi, dalla diffusione dell’An-Anum?
I Popoli Mesopotamici, dalla propagazione dell’Enuma Elis?
Gli antichi Egiziani, dalla pubblicazione degli Insegnamenti,
dei Testi sacri
e/o del Libro dei morti?
I Greci, a partire dalla composizione dell’Iliade
e dell’Odissea
di Omero? I Romani, dall’apparizione dall’Eneide
di Virgilio? I Germani e gli Scandinavi, dalla volgarizzazione degli
Edda?
I Gallo-Celti, dal momento della nascita della Leggenda di Avalon?
I Frisoni (o Fryas), dall’epoca della compilazione degli Oera
Linda
(o «Ura Linda»)? I Norvegesi, i Danesi e
gli altri Popoli Nordici, dalla formulazione delle
Saga?
I Finlandesi e gli Estoni, dall’inizio delle declamazioni del
Kalevala
e del Kalevipoeg?
I Lettoni, dalla compilazione delle Dainas?I
Lituani, dalla prima recitazione dei Dainos?
I Russi, dalla prima narrazione dei Byliny?
Chi potrebbe sostenere e documentare che l’antico «Popolo Ariano»
dell’India - come «Popolo-Nazione» - abbia incominciato ad essere,
esistere, agire o operare, a partire dai Veda,
dal Mahabharata,
dal Ramayana,
dalle Upanishadedalla
Baghavad-gîta?
I «Cinesi», a partire dai Ging
attribuiti a Confucio, dai Lunyu
di Zhu e/o dal
Daodeging
(o «Tao Teu Tsing») imputato a Lao-Tsè? I «Giapponesi», dal
Koigiki
e dal Ginno shoto-ki,
nonché dal
Nihon shoki,
dall’Heike monogatari,
dallo Gindaiki
e/o dall’Engi-shiki?
I «Vietnamiti», dal Thien Uyen tap anhe/o dal Viet dien u
linh tap?
I «Coreani», dai Samguk sagi?
I «Malesi», dall’Hikayat Hang Tuah?
I «Popoli precolombiani» dell’America Latina, dall’Huehuetlatolli,
gli Scilam Balam
edil Popol Vuh?
I «Tibetani», dal Gesar?
I «Mongoli», dal
Geser?
I «Camerunesi» ed i «Gabonesi», dal Mvet Ekang?
Nessuno potrebbe pretenderlo!
La nascita della
«Simulata Societas»
Eppure, ad un certo momento della Storia dell’umanità, si è
incominciato ugualmente a sostenere il contrario: cioè, che le
«Società umane», i «Popoli» e le «Nazioni»
potessero parimenti nascere e svilupparsi a partire da una semplice
«costruzione intellettuale» (probabilmente animata da «monoideismo»
e/o «monomania»)…
O, se si preferisce, da una contro-Weltanschauung
completamente iconoclasta
e sovversiva
della Storia e della realtà: una
«visione o concezione dell’uomo, della società e del mondo»,
cioè, che tende a ribaltare diametralmente i termini
dell’equazione umana e dell’assetto naturale del mondo,in quanto
pretende imporre una visione delle cose che lascia direttamente o
indirettamente credere che il reale delle nostre naturali
percezioni,è sempre e comunque irreale, e che
l’irreale o l’immaginario delle sue soggettive ed arbitrarie
descrizioni o costruzioni intellettuali,è
la vera realtà.
E’ il caso, tra gli altri, delle «Gatha»
dei Mazdeisti; dell’ «Hamifla Humfley Torà»
degli Israeliti (o «Pentateuco»); delle «Tripitaka»,
del «Saddharmapundarika Sutra»
e/o del «Praginaparamita»
dei Buddisti; dei «Vangeli» dei Cristiani (o «Nuovo
Testamento»); del «Corano» dei Musulmani; del «Granth
Sahib»
dei Sikh;
del «Tirumurai»,
del «Tirumurukarruppatai»
e del «Tiruvacakam»
dei Tamul;
del «Bayan»,
del «Ketab-E-Hukkam»e/o
del «Kitab al-aqdas»
dei Baha’is.
Per quei diversi e distinti (ma senz’altro simili o equipollenti)
«corpus culturali», l’uomo non è mai quello che è in natura,
ma quello che i loro testi vorrebbero che fosse o pretendono che
dovrebbe essere!
Identica constatazione, per quanto riguarda la «società» ed il
«mondo».
Anche in questo caso, insomma, per quei «corpus culturali»,
il «mondo» e la «società» nella quale viviamo, non sono ciò che sono
nella realtà, ma ciò che le loro teorie vorrebbero che fossero o
pretendono che dovrebbero essere…
Le rispettive e parificabili «contro-Weltanschauung» che ne
sono derivate, infatti - pur non spiegandoci mai razionalmente, come
potrebbe fare un cavallo a diventare realmente una
gazzella, o una patata a trasformarsi concretamente in un
pomodoro - hanno incominciato a pretendere che l’uomo -
attraverso l’adesione incondizionata ai principi ed ai valori
assoluti ed indiscutibili della «fede» che le loro opere
veicolano e/o suggeriscono - potesse diventare qualcosa di diverso
da ciò che effettivamente è in natura. E per rendere logica ed
accettabile quella loro astrusa ed artificiale equazione, hanno
operato un sistematico rovesciamentoo ribaltamento
di nozioni e di concetti nei confronti della quasi totalità dei
principi e dei valori che, sin dai primordi, erano stati all’origine
della naturale e spontanea aggregazione umana e della formazione e
costituzione dei diversi «Popoli-Nazione» del mondo. Principi e
valori che avevano ugualmente rappresentato lo «stimolo», il
«cemento» e la principale «architrave di supporto»,
sia per la coesione civile interna di quelle popolazioni che per le
loro specifiche e variegate forme o modelli di espressione culturale
e civile e/o di organizzazione politica.
Quel rovesciamento o ribaltamento di principi e di valori della
«Società tradizionale» ha cominciato a farsi strada ed a minare in
profondità il significato ed il senso culturale, civile e politico
della parola «Societas», a partire dal concetto di «Comunità
ideologica»
Dal latino «comunitas, -atis», e dal greco «idéa»
(aspetto, apparenza, forma) e «logos» (discorso, ragione,
conto, proporzione), una «Comunità ideologica» è un «sodalizio
umano» che – indipendentemente dalla lingua, la cultura,
l’origine etnico-storica, i costumi e le tradizioni particolari dei
suoi membri – tende a formarsi e/o a costituirsi a partire da una «idea»;
oppure, da una soggettiva ed arbitraria «costruzione
intellettuale» e/o da un’unilaterale «descrizione» o
«interpretazione della realtà»; o ancora, da una «visione
parziale e partigiana dell’uomo, della società e del mondo»;
ovvero, da una pretesa o presunta «rivelazione d’ordine divino».
Chi decide di aderire a quel genere di «Comunità», lo fa
esclusivamente a titolo individuale o personale, senza altro «legame»
iniziale, con gli altri «membri» del medesimo «sodalizio», che
quello di un «Credo comune» o di una comune percezione e/o
interpretazione (effettiva o presunta) di un’ «idea» e/o di
una «costruzione intellettuale» e/o di una «descrizione»
o «interpretazione della realtà e/o di una «visione
dell’uomo, della società e del mondo» e/o dei termini di una
specifica «rivelazione».
Un altro caso di figura possibile, potrebbe essere quello di un
gruppo di persone che – all’interno di una medesima «Società» o
appartenenti, in origine, a diverse «Società» affini o estranee,
concordi o antagoniste – decide di riunirsi, coalizzarsi ed
organizzarsi, in quanto ha constatato che ognuno di loro possedeva
comuni punti di vista, comuni idee, una comune visione
delle cose, una comune fede, una comune etica,
comuni interessi, comuni preferenze, comuni
predisposizioni, comuni stili, comuni consuetudini di
vita, ecc.
In tutti i casi, si tratta di persone che, a partire dalle
loro «idee» (simili e condivise), scelgono volontariamente di
formare un «raggruppamento umano», prendendo principalmente in conto
la loro scelta ideologica e/o il loro comune denominatore
filosofico, dottrinale e/o esistenziale.
Questo, che cosa vuole dire?
Vuole dire che non abbiamo più a che fare con una «Societas»
di tipo tradizionale, ma con una «factio,
factionis», un «pars, partis» o una «secta,
ae» (cioè, una «fazione», un «partito» o una
«setta») che tende ad aggregarsi, ad esistere e ad operare
all’interno di una medesima società (oppure, a costituirsi,
esistere, agire o operare transnazionalmente, magari in chiara ed
aperta opposizione o contrasto con la «Innata Societas»
d’appartenenza), indipendentemente dall’origine etnico-storica,
dalla lingua, dalla cultura, dai costumi e dalle tradizioni dei suoi
singoli adepti.
E’ ciò che io considero - con tutte le sue possibili ed immaginabili
varianti politiche, economiche, sociali e culturali interne - il
modello artificiale di aggregazione umana e di coesione civile e
politica che mi permetto di definire «Simulata Societas»
o «Società antitradizionale», fittizia ed innaturale.
Contrariamente alla «Innata Societas», questo tipo di «sodalizio
umano» - per potersi realmente costituire ed essere parimenti in
grado di esistere, di agire o di operare, e di durare nel tempo - ha
necessariamente bisogno di tutta una serie di finzioni
ideologiche e di artifizi politici, sociali e
culturali che non hanno (anche quando, esteriormente e
apparentemente, riescono ad imitare le «Società tradizionali»…)
nessuna correlazione, né attinenza, con i motivi naturali e
spontanei di aggregazione umana e di coesione civile e politica che
caratterizzano invece i diversi «Popoli-Nazione» del mondo.
Una «Simulata Societas», infatti, per potersi effettivamente
costituire e concretamente strutturare e funzionare, ha sempre ed
invariabilmente bisogno di:
1. un iniziatore
ideologico,
animato da una fede, da una credenza, da una certezza, da una
convinzione, da un interesse, da una capacità o da una volontà
specifica;
2. un principio
apertamente innovatore o apparentemente rinnovatore o falsamente
assertore e difensore dei principi e dei valori che determinano e
caratterizzano le società naturali e spontanee;
3. un modello
ideale di aggregazione e di coesione umana, sostitutivo o
surrogativo di quello proposto in natura dalle diverse «Società
tradizionali»;
4. una maniera
pratica di attirare, aggregare e compattare le diverse genti che
una specifica teoria vuole raggruppare, inquadrare o omologare
all'interno di un nuovo gruppo umano, differente e/o indipendente da
quello tradizionale;
5. un dogma
(politico, economico, sociale e/o religioso) assoluto ed
indiscutibile, un postulato, un assioma ideologico o teologico,
una verità acquisita (ma non dimostrabile), uno schema
(pseudo-scientifico o pseudo-spirituale), uno scopo (ideale o
concreto) o un progetto (teorico e/o pratico) che, in definitiva,
non sono altro intrinsecamente che delle semplici riduzioni
ortogonali o degli scorci partigiani e parziali
della realtà tutta intera;
6. una
contro-Weltanschauung, una «Dottrina specifica» (politica,
economica, sociale e/o religiosa), una «Costituzione», uno
«Statuto», un «Programma», un «Contratto» (politico, economico,
sociale e/o religioso) e/o delle «Regole di adesione» e di
«condotta» (politiche, economiche, sociali, giuridiche e/o
religiose) relative al comportamento interno ed esterno del nuovo
gruppo umano;
7. un quadro o
un ordinamento organizzativo ed operativo (politico,
economico, sociale, giuridico e/o religioso), un organismo di
accoglienza e di inquadramento, una struttura istituzionale, la cui
esistenza e persistenza nel tempo, deve essere sistematicamente
garantita da una continua e costante capacità di persuasione
(come il carisma, la coerenza del discorso, l'inalterabilità e
l'indiscutibilità dei dogmi, l'indimostrabilità dei miti o delle
certezze evocate, l'incontrollabilità o non verificabilità delle
promesse tenute, ecc.) e da una continua e costante capacità di
coercizione psicologica e/o fisica, come la minaccia, il
ricatto, la riprovazione morale, il rigetto civile e/o politico, la
condanna e/o la sanzione giuridica o amministrativa.
Come sappiamo, quel «modello associativo» - dopo avere preso
origine in un’area geopolitica che era completamente estranea a
quella europea; essere scaturita da fonti culturali che niente
avevano a che fare o a che vedere con la civiltà
greca-latina-celtica-germanica-iberica-illirica-ugrofinnica-slava-ecc.;
avere progressivamente trasmigrato e fissato la sua dimora
ideologica e pratica nei nostri paesi - è riuscito ad affermarsi e
ad imporsi su tutto il nostro Continente (ma anche su altri…) ed a
diventarne il «modello dominante».
Quel «modello», è riuscito ad imporsi per due ragioni:
1. grazie al monopolio culturale
instaurato in Europa – per più di 1.700 anni – dalla contro-Weltanschauung
«giudeo-cristiana» dapprima, e da quella
«giudeo-cristiano-musulmana»in
seguito;
2. grazie alla laicizzazione delle
suddette contro-Weltanschauung che è stata operata nel tempo (dal
XVII° secolo ad oggi), dalle diverse e variegate «ideologie
anti-tradizionali» che hanno dato origine alla «Massoneria», all’
«Illuminismo», alla «Rivoluzione francese», alla «Rivoluzione
americana», al concetto di «Stato-Nazione»ed
a quello di «Dominion»,
all’ «Imperialismo»,
al «Colonialismo», al «Liberalismo», al «Marxismo», all’
«Internazionalismo», alla «Rivoluzione bolscevica», al
«Mondialismo», all’ «alter-Mondialismo», alla «Società multietnica e
multiculturale», ecc.
Come precisa Julius Evola, «vi sono malattie che covano a
lungo, ma si palesano solo quando la loro opera sotterranea è quasi
giunta al termine»
Inutile meravigliarsi…
Dobbiamo, dunque, sorprenderci, se la «Politica» – dal greco
«politichè» (o «arte della «Polis» o
della «Città-Stato» e, per estensione, l’arte o la tecnica degli
affari pubblici
e del governo delle genti)
– da «interesse generale di una società, nei confronti, nei
riguardi o nell’indifferenza di un’altra società», è
diventata, «il mio interesse di parte contro il tuo, il
tuo contro il mio, il nostro contro il loro, il vostro contro il
nostro o contro il loro e così via, tutti facenti parte della stessa
società»?
Dobbiamo stupirci, se l’ «Economia» - dal greco «oikonomia»
(o arte del ben gestire o del ben
amministrare; in ogni caso, del «non sprecare», del «non
sperperare» o del «non scialacquare»; oppure, se si preferisce, del
«non dilapidare» o del «non dissipare» impunemente) – da
«interesse economico generale del mio Popolo o della mia Nazione, al
quale dovrei ogni volta ispirarmi, per esprimere o manifestare il
senso dei miei affari», si è trasformata nel
«fare i miei affari, ignorando, contrastando o
sopraffacendo l’interesse economico generale del Popolo o della
Nazione di cui faccio parte»?
Dobbiamo sbalordirci, se il «Sociale» - dal latino
«socialis, e» (lo spazio fenomenologico che emerge dalla
sodalitas
e l’oggetto e la risultante del vinculum
che tende a scaturire dai mutui
rapporti o dalle interrelazioni che possono esistere tra i diversi
socii di una medesima societas); è ciò che gli antichi
Greci, senza conoscerne il vocabolo, assimilavano simultaneamente
alla nozioni di pratica quotidiana e
reciproca del senso dell’onore, del dovere e del sacro
(aidos), di reciproca
solidarietà
(filallelian) e di complementare e mutua amicizia
(filìa alleloisin) nel contesto della «Polis» o della
koinonia polikè,
per cui tendevano a considerare tutto ciò che riguardava la
sfera del sociale come l’arte di
stare insieme per stare bene
(politikos bios) – da «spazio di autocoscienza
collettiva che, collettivamente alimentato, permetteva ad ognuno di
essere, di esistere e di ricevere, senza per altro doversi mai
umiliare o genuflettere nei confronti di nessuno», si è
trasfigurato in «una specie di gioco del Risiko,
all’interno del quale, nella speranza di essere e di esistere, cerco
semplicemente di prendere quel che posso prendere (o ciò che mi
viene concesso di prendere) e rifiuto sistematicamente di dare o
faccio invariabilmente finta di non potere dare ciò che invece
potrei senz’altro dare o sicuramente offrire o condividere»?
Dobbiamo sbigottirci, se la «Cultura» -
dal latino colo,- is, colui, cultum,
colere (è ciò che per i Greci era la paideia, cioè
l’arte di migliorarsi o di raffinarsi, per valorizzare
la propria natura – «kalokagathía» – e per meglio raffinare e
migliorare quella degli altri membri della medesima Polis) – da «orgoglio
di ogni membro del mio Popolo di sentirsi, allo stesso tempo, radice
e frutto, padre e figlio, maestro ed alunno delle migliori opere,
del miglior sapere e dei migliori ingegni della mia Civiltà»,
si è tramutata nello «sterile vanto della mia individuale
conoscenza, nei confronti del mio Popolo ignorante»?
Dobbiamo sgomentarci, se gli pseudo-pedagoghi del nostro
tempo, per dispensare l’ «educazione scolastica» ai nostri
figli o ai nostri nipoti, piuttosto che ispirarsi al verbo latino
educo,- is, eduxi, eductum, educere
(trarre, tirare fuori, condur fuori, estrarrenel senso di fare
emergere o di fare uscire allo scoperto
o di mettere in luce le innate
qualità e capacità dell’allievo, per poterle pedagogicamente
affinare, ingentilire e valorizzare nel contesto di un’istruzione
mirata e personalizzata che corrisponda ad un reale
insegnamento specificatamente destinato a
degli esseri umani),
preferiscono indolentemente e correntemente riferirsi al verbo
educo, as, educavi, educatum,
educareche vuole semplicemente
dire: educare, allevare, istruire, nel senso di
addestrare, allenare o ammaestrare dei semplici
animali?
Dobbiamo strabiliarci, se la «Gerarchia» - dal greco
ierarchès («hieros», sacro, e «arkia», comando = «ordine
sacro»), la gerarchia era un ordine politico, sociale, religioso e
morale composto di qualità e di capacità individuali e collettive,
nonché di dignità, di competenze e di responsabilità particolari che
tendeva invariabilmente a manifestarsi, a costituirsi ed a
concretizzarsi dal basso verso l’alto, prendendo a modello la
complessa ed innata armonia della disposizione cosmica
(in altri termini, era un ordine senza allineamenti geometrici, nel
quale il concetto di «migliore» in senso assoluto, globale e
definitivo, non esisteva affatto; il «responsabile designato» di un
qualunque campo di attività, era semplicemente colui che era stato
scelto ad hoc dai «pari» di quella comunità, in
qualità di primus inter pares;
quest’ultimo, insomma, era un «primus» a cui era stato affidato
un mandato imperativo e pro tempore, volto esclusivamente a
risolvere un problema specifico e contingenziale, essendo egli
considerato, in quel campo di attività, dalla sua koinos bios
o dalla sua societas, come il più abile, il più esperto, il
più valido, il più capace e/o il più competente; risolto il problema
per cui era stato elevato alla dignità suprema di quel campo
specifico, quel primus ridiventava uno dei pares, ed
altri, al suo posto, venivano designati a quella funzione,
semplicemente per tentare di risolvere, a loro volta, gli eventuali
ed imponderabili problemi del momento di quella «Polis» o di quella
«Civitas») – da «ordine naturale e spontaneo, organico e
differenziato, centripeto e piramidale», è
contraddittoriamente diventata un «ordine soggettivo ed
arbitrario» o una specie di «ordine mafioso»?
Un «ordine», cioè, che viene esclusivamente dall’alto e
che tende a costituirsi ed a concretizzarsi a partire da un
«promotore» o da un «leader» che, a sua volta, oltre a ritenersi un
«tuttologo», si considera soggettivamente ed arbitrariamente
al di sopra dell’insieme delle parti».
Dobbiamo ancora chiederci, come mai un Danese, un Inglese, un
Tedesco, un Polacco, un Cinese, un Italiano, ecc., che decidono di
trasferirsi negli Stati Uniti, di aderire all’ideologia di quel
paese e di pagarvi le tasse, possano tranquillamente considerarsi
degli «Americani»? Oppure, un Inglese, un Irlandese o uno
Scozzese – deportati manu militari nei «Dominion» australi
dai responsabili dell’allora Impero britannico – possano
automaticamente trasformarsi in «Australiani» o «Neo-Zelandesi»?
O ancora, degli Israeliti polacchi, lituani, tedeschi, ungheresi,
rumeni, russi, etiopi, francesi, ecc. – andati, in nome della loro
«fede», ad occupare e colonizzare un territorio che apparteneva ad
altre popolazioni – possano diventare degli «Israeliani»?
Ovvero, i membri di Sette politico-religiose olandesi, trasformarsi
in «Africaners»? Ossia, dei conquistadores Spagnoli,
trasfigurarsi in Cileni, Peruviani, Boliviani, Argentini,
Paraguaiani, Uruguaiani, Colombiani, Cubani, Messicani, ecc.? Oppure
ancora, dei colonizzatori Portoghesi, mutarsi in Brasiliani, in
Angolani, Cinesi, Capo-verdiani, ecc.? Senza dimenticare, i
Congolesi, i Senegalesi, i Gabonesi, i Centrafricani, i Ciadiani,
gli Ugandesi, i Turchi, i Curdi, gli Armeni, i Mauritani, i
Marocchini, gli Algerini, i Tunisini, i Libici, gli Egiziani, i
Sudanesi, gli Eritrei, i Siriani, gli Iracheni, gli Iraniani, gli
Afgani, i Pachistani, gli Indiani, i Cinesi, i Vientnamiti, ecc.,
che – noncuranti del ridicolo che potrebbero suscitare tra le
loro stesse popolazioni di origine – tendono orgogliosamente e
stoltamente a sfoggiare i loro nuovi passaporti
francesi, italiani, tedeschi, svizzeri, spagnoli, greci, portoghesi,
olandesi, inglesi, belgi, ecc., come se fossero degli effettivi,
ultra radicati ed inveterati autoctoni dell’Europa?
Dobbiamo ancora scoprire per quale ragione la «Chiesa di Roma»
è assolutamente contraria all’insediamento ed alla naturalizzazione,
in Europa, di immigrati di religione musulmana, mentre invece è
totalmente interessata e favorevole all’immigrazione ed alla
naturalizzazione generalizzata di Filippini, di Latino americani e
di Africani cattolici?
Dobbiamo ancora accertare il motivo per cui, una certa «Area
politica»
- che afferma di riferirsi «ideologicamente» (sic!) all’esperienza
storica mussoliniana e/o nazional-rivouzionaria in generale -
continua puerilmente a disperdere le sue sparute forze, in mille
rivoli di contraddittoria «ortodossia»
ed in “orticelli privati” di facile controllo e “manutenzione”,
nonché ad opporsi sconsideratamente a qualsiasi genere di
riunificazione politica?
Dobbiamo ancora interrogarci, per sapere come mai certi Camerati,
di sicuro e provato impegno «nazional-popolare», tendano
geopoliticamente a considerare la Turchia
come parte integrante di un ipotetico e
stravagante «progetto Eurasia»?
Altri, confondano le loro radici politiche, con quelle
dell’affermazione e del trionfo del «vero… Israele»? Mentre, altri
ex-camerati ancora (in questo caso, notori prezzolati e
rinnegati confessi della loro stessa storia!), non troverebbero
nulla da ridire o da eccepire, se l’attuale «Stato Sionista» del
Vicino-Oriente fosse automaticamente e rapidamente integrato
nell’Unione Europea?
In fine, dobbiamo ancora domandarci, per quale ragione le nostre
antiche ed armoniose «Societas» naturali, sono diventate il
luogo privilegiato di scontro e di guerra civile
permanente tra le diverse «fazioni» politiche,
economiche, sociali, culturali e religiose (autoctone e/o allogene)
che infestano impunemente, da molti anni ormai, le nostre sconvolte
e martirizzate contrade?
C’è «amalgama» e…
«amalgama»!
Come il lettore l’avrà senz’altro intuito o dedotto, il problema
dell’attuale scomparsa (o dell’estrema carenza) dell’identità
dei «Popoli europei», non risiede affatto nei semplici
«miscugli» etnici, culturali e storici (in realtà, la «causa
apparente» o «profasis») che le nostre «Societas» naturali
hanno dovuto subire nel corso dei secoli (e che volenti o nolenti,
saranno comunque costrette a sopportare anche per il futuro…), ma
nell’innaturale «modello di amalgama» (cioè, la
«vera causa» o «aitia») che è stato loro imposto da un’infida
e nefasta «colonizzazione culturale» che era (e continua ad
essere) completamente estranea ai nostri substrati politici,
economici, sociali e culturali originari.
Come sappiamo, infatti, qualunque «lega» è sempre composta da
un «elemento iniziale» o «centrale», a cui vengono aggiunti e/o
mescolati altri elementi affini, attinenti o pertinenti.
Se, invece, a quell’ «elemento iniziale» o «centrale», aggiungiamo o
mescoliamo elementi discordanti, inadatti o
inappropriati, non otterremo più una vera e propria «lega», ma
semplicemente di una «bassa lega»: un «miscela», cioè, che –
oltre a non valorizzare o a non migliorare affatto le proprietà
intrinseche dell’ «elemento iniziale» o «centrale» da cui eravamo
partiti – è sicuramente inferiore e senz’altro più
scadente dell’ «ingrediente di base».
E’ ciò che, purtroppo, è avvenuto in Europa (ed in altri
Continenti), negli ultimi 1.700 anni.
Quest’amara constatazione, però, non deve per nulla essere fonte di
gratuito ed inutile scoraggiamento.
Non dimentichiamo, infatti, che la «natura» è sempre e
comunque più forte, irresistibile ed efficace
di qualsiasi tipo o genere di «impostura».
In altre parole, qualora noi Europei (e gli altri «Popoli-Nazione»
del mondo) considerassimo che l’ «elemento iniziale» o «centrale»
delle nostreantiche «Società naturali», è molto più pregevole e
prezioso di quello che abbiamo involontariamente ottenuto con la
suddetta «bassa lega», non ci resterebbe nient’altro da fare – per
cercare di recuperare concretamente la nostra effettiva e reale «Identità»
– che tentare con tutti i mezzi a nostra disposizione, di
ri-separare culturalmente, dall’ «ingrediente di base»
che adesso conosciamo, quelle «componenti» che, nel tempo, hanno
esaurientemente dimostrato di essere abbondantemente e nocivamente
discordanti, inadatte o inappropriate al nostro naturale essere, al
nostro spontaneo esistere e al nostro coerente, confacente e
corrispondete divenire. ◊◊◊