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Il Cipresso tagliato: la questione libanese

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L’IDENTITÀ


 

 

 
 
 
L’essenza dell'essere, dell'esistere

e del divenire dei ‘popoli-nazione’

 

Alberto B. Mariantoni

 

Se dovessi esclusivamente limitarmi a prendere in esame il concetto di «identità» (dal tardo lat. «identitas, -atis», deriv. di «idem» - formato dal pronome «is, ea, id» e dal suffisso «dem» - «la medesima cosa») da un punto di vista strettamente letterale (cioè, nel senso di ciò che è «identico» o «uguale»), non potrei fare altro che «dichiarare forfait» e rinunciare immediatamente a pensare e/o a redigere questo articolo.

Sarei costretto a rinunciarci, in quanto, da un punto di vista semantico, non essendo possibile separare la nozione di «identità» da quella di «individuazione», dovrei vanamente tentare di far quadrare un «cerchio» che non c’è.

Dal greco «to auto» e/o dal latino «idem», infatti, «lo stesso», «il medesimo», «l’identico» sono nozioni di ontologia[1] formale (come unum, ens, aliquid, in latino) che difficilmente possono essere utilizzate per focalizzare, inquadrare e/o definire qualcosa di diverso o di distinto da ciò che è perfettamente coincidente, corrispondente e/o conforme ad un qualsiasi «originale».

Siccome in natura, però, ogni essere umano (quale madre, al mondo, potrebbe di nuovo partorire il medesimo figlio?), ogni animale (equivalente constatazione…) ed ogni cosa (esistono due granelli di sabbia o due fiocchi di neve identici?) sono praticamente unici, originali ed irripetibili, parlare di «identità», nel senso letterale del termine, sarebbe simultaneamente un’assurdità, una contraddizione ed un paradosso… Tanto più che - nella sfera dell’umano in particolare - nessuno può sperare di essere esattamente «identico» a sé stesso. Nemmeno - suppongo - attraverso un artificiale o artificioso processo di perfetta «clonazione» clinica!

 


Tra un «originale» ed un «clone» - se l’uno, ad esempio, legge «Topolino» e l’altro «Le Monde» - su quale base scientifica si potrebbe effettivamente continuare a considerarli «identici»?

 

Se, invece, scelgo di prendere in conto la parola «identità» da un punto di vista estrinsecamente esegetico o interpretativo – esaminandola e valutandola, cioè, come «peculiarità generale» o, se si preferisce, come generica e riassuntiva «similarità», «affinità», «compatibilità», «adattabilità», «conciliabilità», «tollerabilità», ecc. (che, in definitiva, sono le accezioni più comunemente ritenute ed utilizzate nel nostro tempo) - allora, il significato ed il senso di questo vocabolo possono essere senz’altro focalizzati, inquadrati e/o definiti, e la discussione in merito, a sua volta, agevolmente intavolata e sviluppata.

Per cercare, dunque, di non incorrere puerilmente nelle contraddizioni in termini che – come abbiamo visto – potrebbero automaticamente conseguire o risultare dal significato e dal senso letterale di questa parola, quale potrebbe essere, ad esempio, la «definizione tipo» (nel senso weberiano del termine) che si potrebbe attribuire o conferire al concetto di «identità»?

A mio avviso, potrebbe essere questa: «Essere ciò che si è», ed «esserne coscienti» e «degni».

Naturalmente, per poterne «essere coscienti», bisogna assolutamente sapere «chi si è» realmente (lo «gnôti sauton» o «l’apprendi a conoscere te stesso» degli antichi Greci). E per scoprire «chi si è» e, quindi, tentare di poterne in qualche modo «essere degni», è indispensabile indagare, accertare e conoscere «da dove si proviene» e/o «da dove si scaturisce».

Come tutti sanno, infatti, se si è informati e/o si ha coscienza «da dove si viene» o «si sopraggiunge», si può ugualmente immaginare, intuire e/o preconizzare «dove si possa andare» o«ci si possa rendere». Se invece si ignora «da dove si proviene» o «da dove si parte» - oltre a non potere assolutamente essere in condizione di poter stabilire un qualunque coerente o ragionevole «itinerario» - non si riuscirà mai ad andare in «nessun posto». E questo, per l’elementare e comprensibile ragione che «ovunque ci si possa dirigere», in definitiva nessuno potrà mai sperare di potere realmente raggiungere una «qualsiasi destinazione»!

L’identità dei «Popoli europei»

Questa lunga e circostanziata introduzione per dire che se oggi ci poniamo il problema dell’identità dei «Popoli europei», questo vuole dire che - ai nostri occhi - i «soggetti umani» che attualmente li formano, li compongono o li rappresentano, hanno un’oggettiva difficoltà - da un punto di vista etnico, culturale e storico – ad auto-distinguersi o ad auto-differenziarsi nettamente (ed, ugualmente, a farsi esplicitamente riconoscere o sceverare) da altri «soggetti umani» che a loro volta, invece, appartengono inequivocabilmente ad altre precise e caratteristiche «Società umane», ad altri particolari «Popoli» o ad altre specifiche «Nazioni».

Che cos’è una «Società umana»?

Dal latino «societas, -atis» (deriv. di «socius, ii», cioè «socio», «compagno», «camerata», «confederato»), una «Società umana» è un'associazione di esseri unici, originali, irripetibili e complementari, gli uni, in generale, utili agli altri e viceversa, nonché cosmicamente ordinati (o almeno, così era nelle prime manifestazioni della «Polis» greca e/o della «Civitas» romana), all'interno di una spontanea e naturale scala gerarchica di valori, di attitudini, di competenze e di responsabilità. Una «scala gerarchica», all’interno della quale era impensabile che non si potesse fare una doverosa e salutare distinzione tra l’autoctono, il meteco[2], l’ospite straniero[3] ed il «barbaro»[4]; tra l’uomo libero, il servo e lo schiavo[5]; tra il cittadino e il non-cittadino; tra il buon cittadino ed il cattivo cittadino; tra il cittadino naturalizzato[6], l’ex cittadino (colui, cioè, che era decaduto o che era stato privato della sua cittadinanza[7]), il cittadino proscritto[8] e quello ostracizzato[9].

Che cos’è un «Popolo»?

Dal latino «populus, i», un «Popolo» è una «Società umana» che possiede origini, lingua, tradizioni, storia e ordinamenti comuni. Questo, sia che si tratti di un «Popolo sedentario» (un «Popolo», cioè, che è stabilmente e/o tradizionalmente stanziato su un determinato territorio), sia che ci si riferisca ad un «Popolo nomade» (un «Popolo» cioè, che ha scelto di fissare saltuariamente la sua dimora in luoghi diversi, spostandosi ciclicamente all’interno di una certa area geografica).

Che cos’è una «Nazione»?

Dal latino «natio, nationis» (nascita, estrazione naturale) - a sua volta scaturito dal participio passato del verbo «nascor, nasceris, natus (a, um) sum, nasci» (nascere, essere generato; derivare, discendere) che, a sua volta ancora, aveva preso origine dall’arcaico «gna-scor, gna-sceris, gna-tus (a, um) sum, gna-sci», dalla cui radice, «gen» / «gna» (ger, na), si erano formati i vocaboli «genitalis, e» (genitale, riguardante la generazione, la nascita), «genitor, genitoris» (colui che procrea, genitore, padre, origine, causa), «genetrix, genetricis» (genitrice, madre), «gens, gentis» (famiglia, casato, razza, popolo), «genus, generis» (stirpe, schiatta, lignaggio), ecc. – una «Nazione», come precisa il Dizionario Garzanti della Lingua Italiana, è «l’insieme di genti legate da comunanza di tradizioni storiche, lingua, costumi, ed aventi coscienza di tali comuni vincoli»[10].

Se i nostri «Popoli europei» - come si cerca invano di convincerci (per farci più facilmente trangugiare la “pillola” della «Società multietnica e multiculturale» - ed aggiungerei, inevitabilmente «multirazzista»… - che ci viene soggettivamente ed arbitrariamente imposta dall’attuale sistema «liberista-mondialista-globalista», per motivi strettamente economici) - sono attualmente la «risultante» di una serie di «miscugli» etnici, culturali e storici che si sono susseguiti negli ultimi 3.000 o 4.000 anni, questo non vuole affatto dire che essi - nel corso della Storia - non abbiano mai avuto una loro qualunque «origine» o una loro qualsiasi «genesi».

Dal latino «origo, originis», l’origine è semplicemente la nascita, la provenienza. E dal greco «génesis -e`os» o dal latino «genesis –is», la genesi è l’origine, la generazione, il processo di formazione che ha preso naturalmente stimolo, impulso ed evoluzione dalle insondabili ed inenarrabili circostanze e vicissitudini della vita e della Storia, e/o dagli inaccertabili ed incoercibili capricci della «tychè» (la fortuna o il caso).

Il concetto di «Innata Societas»

Quale è, dunque, l’origine naturale e spontanea dei nostri «Popoli europei»?

Come possiamo facilmente dedurlo dalle lapalissiane nozioni di «Società umana», di «Popolo» e di «Nazione» che abbiamo appena finito di percorrere e di verificare, i «Popoli europei» (come d’altronde l’insieme degli altri «Popoli naturali» del mondo), in origine – indipendentemente dalle loro «varietà antropologiche» e, nel caso specifico, dall’eventuale e scientifica localizzazione della «Urheimat»[11] – erano semplicemente dei «Popoli-Nazione». Dei «Popoli», cioè, che – essendo individualmente e/o collettivamente coscienti di possedere, in comune, alcuni elementi essenziali di aggregazione civile e politica, come la lingua, la cultura, l'origine etnica e/o storica, i costumi, le tradizioni ed, eventualmente, la religione (intesa, naturalmente, come espressione e/o compendio di ancestrali e radicate credenze popolari e/o «instrumentum regni» di Polibio) – formavano delle originali e distinte «Societas» che, a loro volta, erano portatrici visibili e tangibili di una particolare e ben individuata «Civiltà»[12].

Dal latino «civilitas, -atis», infatti, la parola «Civiltà» – oltre ad essere generata dalla radice «civi» (che racchiude in sé l’idea di «civis, civis» o «cittadino» o «libero membro» di una libera, indipendente e sovrana «Civitas» o «Città Stato» o «Nazione») ed a derivare direttamente dal sostantivo «civili, e» che può significare, «civile», «politico», «umano» – tende a condensare in sé, nonché ad estrinsecare ed esplicitare, il significato ed il senso dell’insieme degli aspetti spirituali, sociali e materiali dell’essere, dell’esistere e dell’agire o dell’operare di una precisa e caratteristica «Società umana», di un determinato «Popolo» e/o di una specifica «Nazione».

I «Popoli-Nazione», dunque, rappresentavano (e rappresentano) – con tutte le loro possibili ed immaginabili varianti politiche, economiche, sociali e culturali interne – un modello naturale e spontaneo di aggregazione umana e di coesione civile e politica che possiamo benissimo definire una «Innata Societas» o «Società tradizionale» (dal latino «traditio», «atto di trasmettere» che, a sua volta, deriva dal verbo «tradere», «far passare», «consegnare», «affidare», «rimettere ad un altro»), autentica e naturale. Una società, cioè, che - per essere, esistere ed agire o operare - non aveva (e non ha) assolutamente bisogno di nessuna costruzione o elaborazione intellettuale, né di nessuna finzione ideologica, politica, giuridica o amministrativa.

Attenzione: non nel senso che i «Popoli-Nazione» non avessero una loro «Weltanschauung»[13] particolare, oppure dei loro «riferimenti culturali», un loro «modo di interpretare la realtà», una loro «scala gerarchica di valori» e/o una loro «ideologia».

Tutti i «Popoli-Nazione» del mondo hanno posseduto, ad un certo momento della loro evoluzione storica, un loro «corpus culturale», ma quest’ultimo ha fatto sempre seguito al loro naturale e spontaneo processo di aggregazione umana e di coesione civile e politica, che altro non era (ed è) che la giustificazione «post eventum» di quanto le loro individuali «Societas» erano già state in grado di edificare o di realizzare.

Gli esempi della Storia

L’esempio più lampante, in proposito, ci viene offerto dall’insieme delle «visioni o concezioni dell’uomo, della società e del mondo» che sono state espresse o manifestate dai differenti «Popoli-Nazione» del mondo, nel corso delle diverse epoche storiche.

Chi potrebbe affermare e dimostrare, ad esempio, che i Sumeri abbiano incominciato ad aggregarsi ed a costituirsi come «Società umana», come «Popolo» e come «Nazione» a partire dalla divulgazione dell’Epopea di Ghilgamesh[14]? I Babilonesi, dalla diffusione dell’An-Anum[15]? I Popoli Mesopotamici, dalla propagazione dell’Enuma Elis[16]? Gli antichi Egiziani, dalla pubblicazione degli Insegnamenti[17], dei Testi sacri[18] e/o del Libro dei morti[19]? I Greci, a partire dalla composizione dell’Iliade[20] e dell’Odissea[21] di Omero? I Romani, dall’apparizione dall’Eneide[22] di Virgilio? I Germani e gli Scandinavi, dalla volgarizzazione degli Edda[23]? I Gallo-Celti, dal momento della nascita della Leggenda di Avalon[24]? I Frisoni (o Fryas), dall’epoca della compilazione degli Oera Linda[25] (o «Ura Linda»)? I Norvegesi, i Danesi e gli altri Popoli Nordici, dalla formulazione delle Saga[26]? I Finlandesi e gli Estoni, dall’inizio delle declamazioni del Kalevala[27] e del Kalevipoeg[28]? I Lettoni, dalla compilazione delle Dainas[29]?I Lituani, dalla prima recitazione dei Dainos[30]? I Russi, dalla prima narrazione dei Byliny[31]?

Chi potrebbe sostenere e documentare che l’antico «Popolo Ariano» dell’India - come «Popolo-Nazione» - abbia incominciato ad essere, esistere, agire o operare, a partire dai Veda[32], dal Mahabharata[33], dal Ramayana[34], dalle Upanishad[35]edalla Baghavad-gîta[36]? I «Cinesi», a partire dai Ging[37] attribuiti a Confucio, dai Lunyu[38] di Zhu e/o dal Daodeging[39] (o «Tao Teu Tsing») imputato a Lao-Tsè? I «Giapponesi», dal Koigiki[40] e dal Ginno shoto-ki[41], nonché dal Nihon shoki[42], dall’Heike monogatari[43], dallo Gindaiki[44] e/o dall’Engi-shiki[45]? I «Vietnamiti», dal Thien Uyen tap anh[46] e/o dal Viet dien u linh tap[47]? I «Coreani», dai Samguk sagi[48]? I «Malesi», dall’Hikayat Hang Tuah[49]? I «Popoli precolombiani» dell’America Latina, dall’Huehuetlatolli[50], gli Scilam Balam[51] edil Popol Vuh[52]? I «Tibetani», dal Gesar[53]? I «Mongoli», dal Geser[54]? I «Camerunesi» ed i «Gabonesi», dal Mvet Ekang[55]?

Nessuno potrebbe pretenderlo!

La nascita della «Simulata Societas»

Eppure, ad un certo momento della Storia dell’umanità, si è incominciato ugualmente a sostenere il contrario: cioè, che le «Società umane», i «Popoli» e le «Nazioni» potessero parimenti nascere e svilupparsi a partire da una semplice «costruzione intellettuale» (probabilmente animata da «monoideismo»[56] e/o «monomania»[57])… O, se si preferisce, da una contro-Weltanschauung completamente iconoclasta[58] e sovversiva[59] della Storia e della realtà: una «visione o concezione dell’uomo, della società e del mondo», cioè, che tende a ribaltare diametralmente i termini dell’equazione umana e dell’assetto naturale del mondo,in quanto pretende imporre una visione delle cose che lascia direttamente o indirettamente credere che il reale delle nostre naturali percezioni,è sempre e comunque irreale, e che l’irreale o l’immaginario delle sue soggettive ed arbitrarie descrizioni o costruzioni intellettuali,è la vera realtà.

E’ il caso, tra gli altri, delle «Gatha»[60] dei Mazdeisti; dell’ «Hamifla Humfley Torà»[61] degli Israeliti (o «Pentateuco»); delle «Tripitaka»[62], del «Saddharmapundarika Sutra»[63] e/o del «Praginaparamita»[64] dei Buddisti; dei «Vangeli» dei Cristiani (o «Nuovo Testamento»); del «Corano» dei Musulmani; del «Granth Sahib»[65] dei Sikh[66]; del «Tirumurai»[67], del «Tirumurukarruppatai»[68] e del «Tiruvacakam»[69] dei Tamul[70]; del «Bayan»[71], del «Ketab-E-Hukkam»[72]e/o del «Kitab al-aqdas»[73] dei Baha’is[74].

Per quei diversi e distinti (ma senz’altro simili o equipollenti) «corpus culturali», l’uomo non è mai quello che è in natura, ma quello che i loro testi vorrebbero che fosse o pretendono che dovrebbe essere!

Identica constatazione, per quanto riguarda la «società» ed il «mondo».

Anche in questo caso, insomma, per quei «corpus culturali», il «mondo» e la «società» nella quale viviamo, non sono ciò che sono nella realtà, ma ciò che le loro teorie vorrebbero che fossero o pretendono che dovrebbero essere…

Le rispettive e parificabili «contro-Weltanschauung» che ne sono derivate, infatti - pur non spiegandoci mai razionalmente, come potrebbe fare un cavallo a diventare realmente una gazzella, o una patata a trasformarsi concretamente in un pomodoro - hanno incominciato a pretendere che l’uomo - attraverso l’adesione incondizionata ai principi ed ai valori assoluti ed indiscutibili della «fede» che le loro opere veicolano e/o suggeriscono - potesse diventare qualcosa di diverso da ciò che effettivamente è in natura. E per rendere logica ed accettabile quella loro astrusa ed artificiale equazione, hanno operato un sistematico rovesciamento[75] o ribaltamento di nozioni e di concetti nei confronti della quasi totalità dei principi e dei valori che, sin dai primordi, erano stati all’origine della naturale e spontanea aggregazione umana e della formazione e costituzione dei diversi «Popoli-Nazione» del mondo. Principi e valori che avevano ugualmente rappresentato lo «stimolo», il «cemento» e la principale «architrave di supporto», sia per la coesione civile interna di quelle popolazioni che per le loro specifiche e variegate forme o modelli di espressione culturale e civile e/o di organizzazione politica.

Quel rovesciamento o ribaltamento di principi e di valori della «Società tradizionale» ha cominciato a farsi strada ed a minare in profondità il significato ed il senso culturale, civile e politico della parola «Societas», a partire dal concetto di «Comunità[76] ideologica[77]»

Dal latino «comunitas, -atis», e dal greco «idéa» (aspetto, apparenza, forma) e «logos» (discorso, ragione, conto, proporzione), una «Comunità ideologica» è un «sodalizio umano» che – indipendentemente dalla lingua, la cultura, l’origine etnico-storica, i costumi e le tradizioni particolari dei suoi membri – tende a formarsi e/o a costituirsi a partire da una «idea»; oppure, da una soggettiva ed arbitraria «costruzione intellettuale» e/o da un’unilaterale «descrizione» o «interpretazione della realtà»; o ancora, da una «visione parziale e partigiana dell’uomo, della società e del mondo»; ovvero, da una pretesa o presunta «rivelazione d’ordine divino»[78].

Chi decide di aderire a quel genere di «Comunità», lo fa esclusivamente a titolo individuale o personale, senza altro «legame» iniziale, con gli altri «membri» del medesimo «sodalizio», che quello di un «Credo comune» o di una comune percezione e/o interpretazione (effettiva o presunta) di un’ «idea» e/o di una «costruzione intellettuale» e/o di una «descrizione» o «interpretazione della realtà e/o di una «visione dell’uomo, della società e del mondo» e/o dei termini di una specifica «rivelazione».

Un altro caso di figura possibile, potrebbe essere quello di un gruppo di persone che – all’interno di una medesima «Società» o appartenenti, in origine, a diverse «Società» affini o estranee, concordi o antagoniste – decide di riunirsi, coalizzarsi ed organizzarsi, in quanto ha constatato che ognuno di loro possedeva comuni punti di vista, comuni idee, una comune visione delle cose, una comune fede, una comune etica, comuni interessi, comuni preferenze, comuni predisposizioni, comuni stili, comuni consuetudini di vita, ecc.

In tutti i casi, si tratta di persone che, a partire dalle loro «idee» (simili e condivise), scelgono volontariamente di formare un «raggruppamento umano», prendendo principalmente in conto la loro scelta ideologica e/o il loro comune denominatore filosofico, dottrinale e/o esistenziale.

Questo, che cosa vuole dire?

Vuole dire che non abbiamo più a che fare con una «Societas» di tipo tradizionale, ma con una «factio, factionis», un «pars, partis» o una «secta, ae» (cioè, una «fazione», un «partito» o una «setta») che tende ad aggregarsi, ad esistere e ad operare all’interno di una medesima società (oppure, a costituirsi, esistere, agire o operare transnazionalmente, magari in chiara ed aperta opposizione o contrasto con la «Innata Societas» d’appartenenza), indipendentemente dall’origine etnico-storica, dalla lingua, dalla cultura, dai costumi e dalle tradizioni dei suoi singoli adepti.

E’ ciò che io considero - con tutte le sue possibili ed immaginabili varianti politiche, economiche, sociali e culturali interne - il modello artificiale di aggregazione umana e di coesione civile e politica che mi permetto di definire «Simulata Societas» o «Società antitradizionale», fittizia ed innaturale.

Contrariamente alla «Innata Societas», questo tipo di «sodalizio umano» - per potersi realmente costituire ed essere parimenti in grado di esistere, di agire o di operare, e di durare nel tempo - ha necessariamente bisogno di tutta una serie di finzioni ideologiche e di artifizi politici, sociali e culturali che non hanno (anche quando, esteriormente e apparentemente, riescono ad imitare le «Società tradizionali»…) nessuna correlazione, né attinenza, con i motivi naturali e spontanei di aggregazione umana e di coesione civile e politica che caratterizzano invece i diversi «Popoli-Nazione» del mondo.

Una «Simulata Societas», infatti, per potersi effettivamente costituire e concretamente strutturare e funzionare, ha sempre ed invariabilmente bisogno di:

1. un iniziatore[79] ideologico, animato da una fede, da una credenza, da una certezza, da una convinzione, da un interesse, da una capacità o da una volontà specifica;

2. un principio apertamente innovatore o apparentemente rinnovatore o falsamente assertore e difensore dei principi e dei valori che determinano e caratterizzano le società naturali e spontanee;

3. un modello ideale di aggregazione e di coesione umana, sostitutivo o surrogativo di quello proposto in natura dalle diverse «Società tradizionali»;

4. una maniera pratica di attirare, aggregare e compattare le diverse genti che una specifica teoria vuole raggruppare, inquadrare o omologare all'interno di un nuovo gruppo umano, differente e/o indipendente da quello tradizionale;

5. un dogma (politico, economico, sociale e/o religioso) assoluto ed indiscutibile, un postulato, un assioma ideologico o teologico, una verità acquisita (ma non dimostrabile), uno schema (pseudo-scientifico o pseudo-spirituale), uno scopo (ideale o concreto) o un progetto (teorico e/o pratico) che, in definitiva, non sono altro intrinsecamente che delle semplici riduzioni ortogonali o degli scorci partigiani e parziali della realtà tutta intera;

6. una contro-Weltanschauung, una «Dottrina specifica» (politica, economica, sociale e/o religiosa), una «Costituzione», uno «Statuto», un «Programma», un «Contratto» (politico, economico, sociale e/o religioso) e/o delle «Regole di adesione» e di «condotta» (politiche, economiche, sociali, giuridiche e/o religiose) relative al comportamento interno ed esterno del nuovo gruppo umano;

7. un quadro o un ordinamento organizzativo ed operativo (politico, economico, sociale, giuridico e/o religioso), un organismo di accoglienza e di inquadramento, una struttura istituzionale, la cui esistenza e persistenza nel tempo, deve essere sistematicamente garantita da una continua e costante capacità di persuasione (come il carisma, la coerenza del discorso, l'inalterabilità e l'indiscutibilità dei dogmi, l'indimostrabilità dei miti o delle certezze evocate, l'incontrollabilità o non verificabilità delle promesse tenute, ecc.) e da una continua e costante capacità di coercizione psicologica e/o fisica, come la minaccia, il ricatto, la riprovazione morale, il rigetto civile e/o politico, la condanna e/o la sanzione giuridica o amministrativa.

Come sappiamo, quel «modello associativo» - dopo avere preso origine in un’area geopolitica che era completamente estranea a quella europea; essere scaturita da fonti culturali che niente avevano a che fare o a che vedere con la civiltà greca-latina-celtica-germanica-iberica-illirica-ugrofinnica-slava-ecc.; avere progressivamente trasmigrato e fissato la sua dimora ideologica e pratica nei nostri paesi - è riuscito ad affermarsi e ad imporsi su tutto il nostro Continente (ma anche su altri…) ed a diventarne il «modello dominante».

Quel «modello», è riuscito ad imporsi per due ragioni:

1. grazie al monopolio culturale instaurato in Europa – per più di 1.700 anni – dalla contro-Weltanschauung «giudeo-cristiana» dapprima, e da quella «giudeo-cristiano-musulmana»[80] in seguito;

2. grazie alla laicizzazione delle suddette contro-Weltanschauung che è stata operata nel tempo (dal XVII° secolo ad oggi), dalle diverse e variegate «ideologie anti-tradizionali» che hanno dato origine alla «Massoneria», all’ «Illuminismo», alla «Rivoluzione francese», alla «Rivoluzione americana», al concetto di «Stato-Nazione»[81]ed a quello di «Dominion»[82], all’ «Imperialismo»[83], al «Colonialismo», al «Liberalismo», al «Marxismo», all’ «Internazionalismo», alla «Rivoluzione bolscevica», al «Mondialismo», all’ «alter-Mondialismo», alla «Società multietnica e multiculturale», ecc.

Come precisa Julius Evola, «vi sono malattie che covano a lungo, ma si palesano solo quando la loro opera sotterranea è quasi giunta al termine»[84].

Inutile meravigliarsi…

Dobbiamo, dunque, sorprenderci, se la «Politica» – dal greco «politichè» (o «arte della «Polis» o della «Città-Stato» e, per estensione, l’arte o la tecnica degli affari pubblici[85] e del governo delle genti) – da «interesse generale di una società, nei confronti, nei riguardi o nell’indifferenza di un’altra società», è diventata, «il mio interesse di parte contro il tuo, il tuo contro il mio, il nostro contro il loro, il vostro contro il nostro o contro il loro e così via, tutti facenti parte della stessa società»?

Dobbiamo stupirci, se l’ «Economia» - dal greco «oikonomia»[86] (o arte del ben gestire o del ben amministrare; in ogni caso, del «non sprecare», del «non sperperare» o del «non scialacquare»; oppure, se si preferisce, del «non dilapidare» o del «non dissipare» impunemente) – da «interesse economico generale del mio Popolo o della mia Nazione, al quale dovrei ogni volta ispirarmi, per esprimere o manifestare il senso dei miei affari», si è trasformata nel «fare i miei affari, ignorando, contrastando o sopraffacendo l’interesse economico generale del Popolo o della Nazione di cui faccio parte»?

Dobbiamo sbalordirci, se il «Sociale» - dal latino «socialis, e» (lo spazio fenomenologico che emerge dalla sodalitas[87] e l’oggetto e la risultante del vinculum[88] che tende a scaturire dai mutui rapporti o dalle interrelazioni che possono esistere tra i diversi socii di una medesima societas); è ciò che gli antichi Greci, senza conoscerne il vocabolo, assimilavano simultaneamente alla nozioni di pratica quotidiana e reciproca del senso dell’onore, del dovere e del sacro (aidos), di reciproca solidarietà (filallelian) e di complementare e mutua amicizia (filìa alleloisin) nel contesto della «Polis» o della koinonia polikè[89], per cui tendevano a considerare tutto ciò che riguardava la sfera del sociale come l’arte di stare insieme per stare bene (politikos bios) – da «spazio di autocoscienza collettiva che, collettivamente alimentato, permetteva ad ognuno di essere, di esistere e di ricevere, senza per altro doversi mai umiliare o genuflettere nei confronti di nessuno», si è trasfigurato in «una specie di gioco del Risiko, all’interno del quale, nella speranza di essere e di esistere, cerco semplicemente di prendere quel che posso prendere (o ciò che mi viene concesso di prendere) e rifiuto sistematicamente di dare o faccio invariabilmente finta di non potere dare ciò che invece potrei senz’altro dare o sicuramente offrire o condividere»?

Dobbiamo sbigottirci, se la «Cultura» - dal latino colo,- is, colui, cultum, colere (è ciò che per i Greci era la paideia, cioè l’arte di migliorarsi o di raffinarsi, per valorizzare la propria natura – «kalokagathía» – e per meglio raffinare e migliorare quella degli altri membri della medesima Polis) – da «orgoglio di ogni membro del mio Popolo di sentirsi, allo stesso tempo, radice e frutto, padre e figlio, maestro ed alunno delle migliori opere, del miglior sapere e dei migliori ingegni della mia Civiltà», si è tramutata nello «sterile vanto della mia individuale conoscenza, nei confronti del mio Popolo ignorante»?

Dobbiamo sgomentarci, se gli pseudo-pedagoghi del nostro tempo, per dispensare l’ «educazione scolastica» ai nostri figli o ai nostri nipoti, piuttosto che ispirarsi al verbo latino educo,- is, eduxi, eductum, educere[90] (trarre, tirare fuori, condur fuori, estrarre[91] nel senso di fare emergere o di fare uscire allo scoperto[92] o di mettere in luce le innate qualità e capacità dell’allievo, per poterle pedagogicamente affinare, ingentilire e valorizzare nel contesto di un’istruzione mirata e personalizzata che corrisponda ad un reale insegnamento specificatamente destinato a degli esseri umani[93]), preferiscono indolentemente e correntemente riferirsi al verbo educo, as, educavi, educatum, educare[94] che vuole semplicemente dire: educare, allevare, istruire, nel senso di addestrare, allenare o ammaestrare dei semplici animali[95]?

Dobbiamo strabiliarci, se la «Gerarchia» - dal greco ierarchès («hieros», sacro, e «arkia», comando = «ordine sacro»), la gerarchia era un ordine politico, sociale, religioso e morale composto di qualità e di capacità individuali e collettive, nonché di dignità, di competenze e di responsabilità particolari che tendeva invariabilmente a manifestarsi, a costituirsi ed a concretizzarsi dal basso verso l’alto, prendendo a modello la complessa ed innata armonia della disposizione cosmica[96] (in altri termini, era un ordine senza allineamenti geometrici, nel quale il concetto di «migliore» in senso assoluto, globale e definitivo, non esisteva affatto; il «responsabile designato» di un qualunque campo di attività, era semplicemente colui che era stato scelto ad hoc dai «pari» di quella comunità, in qualità di primus inter pares[97]; quest’ultimo, insomma, era un «primus» a cui era stato affidato un mandato imperativo e pro tempore, volto esclusivamente a risolvere un problema specifico e contingenziale, essendo egli considerato, in quel campo di attività, dalla sua koinos bios o dalla sua societas, come il più abile, il più esperto, il più valido, il più capace e/o il più competente; risolto il problema per cui era stato elevato alla dignità suprema di quel campo specifico, quel primus ridiventava uno dei pares, ed altri, al suo posto, venivano designati a quella funzione, semplicemente per tentare di risolvere, a loro volta, gli eventuali ed imponderabili problemi del momento di quella «Polis» o di quella «Civitas») – da «ordine naturale e spontaneo, organico e differenziato, centripeto e piramidale», è contraddittoriamente diventata un «ordine soggettivo ed arbitrario» o una specie di «ordine mafioso»[98]? Un «ordine», cioè, che viene esclusivamente dall’alto e che tende a costituirsi ed a concretizzarsi a partire da un «promotore» o da un «leader» che, a sua volta, oltre a ritenersi un «tuttologo», si considera soggettivamente ed arbitrariamente al di sopra dell’insieme delle parti».

 Dobbiamo ancora chiederci, come mai un Danese, un Inglese, un Tedesco, un Polacco, un Cinese, un Italiano, ecc., che decidono di trasferirsi negli Stati Uniti, di aderire all’ideologia di quel paese e di pagarvi le tasse, possano tranquillamente considerarsi degli «Americani»? Oppure, un Inglese, un Irlandese o uno Scozzese – deportati manu militari nei «Dominion» australi dai responsabili dell’allora Impero britannico – possano automaticamente trasformarsi in «Australiani» o «Neo-Zelandesi»? O ancora, degli Israeliti polacchi, lituani, tedeschi, ungheresi, rumeni, russi, etiopi, francesi, ecc. – andati, in nome della loro «fede», ad occupare e colonizzare un territorio che apparteneva ad altre popolazioni – possano diventare degli «Israeliani»? Ovvero, i membri di Sette politico-religiose olandesi, trasformarsi in «Africaners»? Ossia, dei conquistadores Spagnoli, trasfigurarsi in Cileni, Peruviani, Boliviani, Argentini, Paraguaiani, Uruguaiani, Colombiani, Cubani, Messicani, ecc.? Oppure ancora, dei colonizzatori Portoghesi, mutarsi in Brasiliani, in Angolani, Cinesi, Capo-verdiani, ecc.? Senza dimenticare, i Congolesi, i Senegalesi, i Gabonesi, i Centrafricani, i Ciadiani, gli Ugandesi, i Turchi, i Curdi, gli Armeni, i Mauritani, i Marocchini, gli Algerini, i Tunisini, i Libici, gli Egiziani, i Sudanesi, gli Eritrei, i Siriani, gli Iracheni, gli Iraniani, gli Afgani, i Pachistani, gli Indiani, i Cinesi, i Vientnamiti, ecc., che – noncuranti del ridicolo che potrebbero suscitare tra le loro stesse popolazioni di origine – tendono orgogliosamente e stoltamente a sfoggiare i loro nuovi passaporti francesi, italiani, tedeschi, svizzeri, spagnoli, greci, portoghesi, olandesi, inglesi, belgi, ecc., come se fossero degli effettivi, ultra radicati ed inveterati autoctoni dell’Europa?

Dobbiamo ancora scoprire per quale ragione la «Chiesa di Roma» è assolutamente contraria all’insediamento ed alla naturalizzazione, in Europa, di immigrati di religione musulmana, mentre invece è totalmente interessata e favorevole all’immigrazione ed alla naturalizzazione generalizzata di Filippini, di Latino americani e di Africani cattolici?

Dobbiamo ancora accertare il motivo per cui, una certa «Area politica»[99] - che afferma di riferirsi «ideologicamente» (sic!) all’esperienza storica mussoliniana e/o nazional-rivouzionaria in generale - continua puerilmente a disperdere le sue sparute forze, in mille rivoli di contraddittoria «ortodossia»[100] ed in “orticelli privati” di facile controllo e “manutenzione”, nonché ad opporsi sconsideratamente a qualsiasi genere di riunificazione politica?

Dobbiamo ancora interrogarci, per sapere come mai certi Camerati, di sicuro e provato impegno «nazional-popolare», tendano geopoliticamente a considerare la Turchia[101] come parte integrante di un ipotetico e stravagante «progetto Eurasia»[102]? Altri, confondano le loro radici politiche, con quelle dell’affermazione e del trionfo del «vero… Israele»? Mentre, altri ex-camerati ancora (in questo caso, notori prezzolati e rinnegati confessi della loro stessa storia!), non troverebbero nulla da ridire o da eccepire, se l’attuale «Stato Sionista» del Vicino-Oriente fosse automaticamente e rapidamente integrato nell’Unione Europea?

In fine, dobbiamo ancora domandarci, per quale ragione le nostre antiche ed armoniose «Societas» naturali, sono diventate il luogo privilegiato di scontro e di guerra civile permanente tra le diverse «fazioni» politiche, economiche, sociali, culturali e religiose (autoctone e/o allogene) che infestano impunemente, da molti anni ormai, le nostre sconvolte e martirizzate contrade?

C’è «amalgama» e… «amalgama»!

Come il lettore l’avrà senz’altro intuito o dedotto, il problema dell’attuale scomparsa (o dell’estrema carenza) dell’identità dei «Popoli europei», non risiede affatto nei semplici «miscugli» etnici, culturali e storici (in realtà, la «causa apparente» o «profasis») che le nostre «Societas» naturali hanno dovuto subire nel corso dei secoli (e che volenti o nolenti, saranno comunque costrette a sopportare anche per il futuro…), ma nell’innaturale «modello di amalgama» (cioè, la «vera causa» o «aitia») che è stato loro imposto da un’infida e nefasta «colonizzazione culturale» che era (e continua ad essere) completamente estranea ai nostri substrati politici, economici, sociali e culturali originari.

Come sappiamo, infatti, qualunque «lega» è sempre composta da un «elemento iniziale» o «centrale», a cui vengono aggiunti e/o mescolati altri elementi affini, attinenti o pertinenti.

Se, invece, a quell’ «elemento iniziale» o «centrale», aggiungiamo o mescoliamo elementi discordanti, inadatti o inappropriati, non otterremo più una vera e propria «lega», ma semplicemente di una «bassa lega»: un «miscela», cioè, che – oltre a non valorizzare o a non migliorare affatto le proprietà intrinseche dell’ «elemento iniziale» o «centrale» da cui eravamo partiti – è sicuramente inferiore e senz’altro più scadente dell’ «ingrediente di base».

E’ ciò che, purtroppo, è avvenuto in Europa (ed in altri Continenti), negli ultimi 1.700 anni.

Quest’amara constatazione, però, non deve per nulla essere fonte di gratuito ed inutile scoraggiamento.

Non dimentichiamo, infatti, che la «natura» è sempre e comunque più forte, irresistibile ed efficace di qualsiasi tipo o genere di «impostura».

In altre parole, qualora noi Europei (e gli altri «Popoli-Nazione» del mondo) considerassimo che l’ «elemento iniziale» o «centrale» delle nostreantiche «Società naturali», è molto più pregevole e prezioso di quello che abbiamo involontariamente ottenuto con la suddetta «bassa lega», non ci resterebbe nient’altro da fare – per cercare di recuperare concretamente la nostra effettiva e reale «Identità» – che tentare con tutti i mezzi a nostra disposizione, di ri-separare culturalmente, dall’ «ingrediente di base» che adesso conosciamo, quelle «componenti» che, nel tempo, hanno esaurientemente dimostrato di essere abbondantemente e nocivamente discordanti, inadatte o inappropriate al nostro naturale essere, al nostro spontaneo esistere e al nostro coerente, confacente e corrispondete divenire.  ◊◊◊


 

 

[1] Come precisa il Dizionario Garzanti della Lingua italiana, «parte della metafisica che studia il concetto e la struttura dell’essere in genere, e non le peculiari caratteristiche dei singoli esseri particolari» (XIXª edizione, Aldo Garzanti Editore, Milano, 1980, pag. 1155).

[2] Letteralmente: «colui che vive insieme». Il «meteco», per i Greci, era semplicemente il «forestiero» che era domiciliato o che lavorava all’interno di una delle loro Città-Stato. I matrimoni tra cittadini e metechi erano permessi, ma - ad Atene, a partire dal -451 - i figli di un cittadino e di una meteca o di un meteco e di una cittadina, non potranno più automaticamente rivendicare la qualità di cittadino, né possedere immobili o terre nel contesto della Polis.

[3] Per «straniero», i Greci, intendevano il «viaggiatore occasionale», il «pellegrino» o «l’ospite» che soggiornava per un breve periodo all’interno di una delle loro Città-Stato. Protetto dagli Dei (in particolare, da Zeus Xénios e da Athena Xénia), «l’ospite straniero» era considerato sacro e poteva beneficiare di un trattamento di riguardo nell’ambito delle diverse Città-Stato, grazie alle leggi e convenzioni che i Greci avevano previsto nei suoi confronti, sia per regolamentare la sua visita che per organizzare e rendere piacevole il suo soggiorno.

[4] In altri termini, i «barbari» erano i «non Greci». La differenza tra «straniero» (Xénos) e «barbaro» consisteva nel fatto che lo «straniero» era un Greco o un «grecizzato» che non apparteneva alla Polis che lo aveva recensito, mentre il «barbaro», era semplicemente uno straniero che era etnicamente e culturalmente estraneo alla società greca.

[5] La condizione di schiavo era in generale riservata: ai prigionieri di guerra, ai metechi che avevano tentato di farsi passare per cittadini autoctoni, agli ex cittadini che avevano contratto dei debiti sapendo di non essere in grado di onorarli, nonché a coloro che erano nati schiavi. Lo «schiavo», pubblico o privato, aveva uno statuto legale che lo proteggeva dagli eventuali abusi del funzionario preposto al suo utilizzo o da quelli del suo padrone. Poteva essere acquistato, venduto o liberato. Pur non potendo esercitare nessun diritto civico, godeva, in generale, di grande libertà. Poteva sposarsi, creare una famiglia ed allevare figli. Poteva partecipare ai culti pubblici e poteva svolgere, secondo le sue attitudini e capacità, qualunque mestiere e qualunque professione. Poteva essere impiegato nell’ambito della pubblica amministrazione, nella gestione diretta di attività industriali, commerciali, marittime o agricole, con la sola restrizione di dover rendere conto - moralmente, giuridicamente e finanziariamente - della sua attività al funzionario preposto al suo controllo o al suo padrone specifico.

[6] In greco antico: «demo-poiètos». Nella Città-Stato greca la naturalizzazione degli stranieri era raramente una procedura di tipo individuale. Essa era piuttosto un atto che era esteso a dei «gruppi specifici» o a delle «popolazioni particolari» che, agli occhi dell’Assemblea dei cittadini, erano meritevoli di assurgere ad una tale dignità.

[7] La cittadinanza, nella Grecia antica, non era affatto una prerogativa che poteva considerarsi definitivamente acquisita. Essa poteva essere temporaneamente sospesa o definitivamente revocata per una serie di motivi. Tra questi, il fatto di essersi in qualche modo disonorato davanti ai suoi pari, di non aver rispettato la parola data, di aver mancato al suo dovere di cittadino o di soldato, di essersi fatto corrompere, di aver fatto dei debiti sapendo di non poterli onorare, ecc.

[8] Condannato in contumacia.

[9] Letteralmente: esiliato.«Dal greco ostrakismos,deriv. di ostrakizein «bandire con l’ostracismo», deriv. di ostrakon «coccio», perché su un coccio i partecipanti all’assemblea popolare scrivevano il nome del cittadino, di cui si votava l’esilio» (Dizionario Garzanti della Lingua Italiana, Garzanti Ed., Milano, XIX edizione, 1980, pag. 1176 e 1177). L’istituzione dell’ostracismo fu stabilita da Clistene, ad Atene, nel - 508/7.

[10] XIXª edizione, Aldo Garzanti Editore, Milano, 1980, pag. 1106.

[11] La protopatria originaria delle antiche popolazioni «Indoeuropee».

[12] E’ nella «differenza», e non nell’ «uniformità», che c’è lo «scambio». Se tutti possedessimo la medesima Civiltà, non avremmo più nulla da dirci o da comunicarci, e le nostre generazioni e quelle che ci succederanno sarebbero costrette a vivere il resto dei loro giorni, in un immenso e kafkaiano «Museo delle Cere»!

[13] Parola tedesca letteralmente intraducibile nella nostra lingua. Approssimativamente, però, possiamo attribuirgli il significato di: «visione o concezione globale dell’uomo, della società e del mondo».

[14] Titolo originale: Sa nagba imuru (cioè, «Colui che ha visto tutto»). Questa epopea- il cui testo meglio conservato è quello che è stato trovato nella biblioteca di Assurbanipal a Ninive - risale alla prima metà del III° millennio a.C.. Essa è composta da 3600 versi (di cui 3450 giunti fino a noi) trascritti in dodici tavolette. Racconta la vita e le avventure di Gilgamesh, il principale e mitico eroe sumero e (probabilmente) quinto Re della Iª dinastia d’Uruk (l’attuale Warka) in Mesopotamia (l’odierno sud dell’Iraq).Racconta ugualmente la vita e la morte di Enkidu (l’amico intimo e l’alter ego pratico di Gilgamesh); l’incontro con Uta-Napishtim, il sopravvissuto al «diluvio» che nel frattempo era diventato immortale (questo episodio è narrato nella XIª tavoletta); nonché la ricerca, da parte di Gilgamesh, della pianta della vita o dell’immortalità. Pianta che egli riuscirà a trovare e portare con sé grazie alle indicazioni che aveva ricevuto da Uta-Napishtim, ma che ben presto perderà per sempre a causa di un serpente che riuscirà a sottrargliela prima del suo rientro ad Uruk, condannandolo così indirettamente al triste destino di ogni mortale.

[15]Il «Chi è Chi» del Pantheon babilonese. Un Pantheon che era diviso in otto specifici gruppi di divinità ed al cui vertice regnavano Anu, Enlil, Ea, Sin, ecc. Opera di un autore babilonese anonimo, redatta originariamente su una decina di tavole, di cui le prime sei elencavano in ordine gerarchico i nomi dei numerosi dei di quella civiltà e le altre quattro dettagliavano i componenti delle diverse famiglie degli dei elencati, nonché i loro abbigliamenti, i loro modi di fare e di agire, gli oggetti di culto che per ciascuno dovevano essere adottati. La copia originale essendo andata distrutta, attualmente disponiamo (British Museum) di una copia in lingua assira che è stata ritrovata dagli scavi archeologici effettuati il secolo scorso nel sito dell’antica biblioteca di Assurbanipal a Ninive, in Mesopotamia.

[16]Letteralmente (in lingua akkadiana): Quando, lassù (nei cieli). Molto più conosciuto come il Poema della Creazione, quest’opera comprende all’incirca 11.000 versi e risale all’incirca alla fine del II° millennio prima della nostra èra. Probabilmente favorito o voluto dal clero babilonese, questo «poema mitologico» tenta di giustificare ideologicamente un importante cambiamento di ruoli intervenuto all’interno del pantheon babilonese. In particolare, la sostituzione del dio Enlil (l’antico «dio supremo» dei Sumeri) con il dio Marduk (l’antico «dio locale» dei babilonesi) alla guida del pantheon mesopotamico.

[17]Una serie di scritti sapienziali dell’Egitto dei Faraoni. I più antichi - come il papiro Prisse - risalgono all’epoca dell’antico Impero (tra il -2797 ed il -2586). I più numerosi risalgono all’epoca del Medio Impero (dinastie dalla IX alla XIV) tra il 2336 ed il 1753 a.C. Ci sono poi una serie di Insegnamenti attribuiti a grandi sovrani, come Amenembat I° (2000-1970 a.C.) e Thutmosis III° (1490-1436 a.C.). Altri scritti sapienziali, risalgono all’epoca del Nuovo Impero (XIV-XXV dinastie) tra il 1644 ed il 664 a.C.. La stessa raccolta è completata, in fine, dagli Insegnamenti di un tale Enej e di un tale Amenemope ai loro rispettivi figli. Questi testi, forniscono numerose informazioni sul modo di essere, di esistere e di agire degli Egiziani dell’epoca dei Faraoni. Come precisa Le Nouveau dictionnaire des oeuvres (Ed. V. Bompiani e Robert Laffont,1994, pag. 2274), è ormai accertato che i famosi «Proverbi attribuiti aSalomone» prendono direttamente origine dagli Insegnamenti dell’antico Egitto. Per saperne di più, consultare: Texte sacrés et textes profanes de l’ancienne Egypte, t. I, Ed. Gallimard, Paris, 1984.

[18]Tra questi: i Testi delle Piramidi o «Divenire celeste del Faraone» (testi scolpiti in caratteri geroglifici all’interno di cinque piramidi di Saqqara che risalgono alla Vª ed alla VIª dinastia dell’Antico Impero, scoperti nel 1881); il Libro dell’Amduat (ritraccia il viaggio del dio Râ al di la dell’Occidente e risale agli inizi dell’Impero); senza dimenticare, il Libro del giorno e della notte, il Libro delle porte, il Libro di Aker, il Libro delle caverne (libri che ritracciano il percorso notturno dello stesso dio) ed il Testo dei sarcofagi.

[19] Rotoli di papiro che erano deposti nei sarcofagi, a partire dal Nuovo Impero e che contenevano delle prescrizioni per permettere ai morti di accedere all’immortalità. Le stesse prescrizioni - scritte in geroglifico, in ieratico o in demotico - figuravano già sulle pareti delle piramidi dell’Antico Impero e sui sarcofagi del Medio Impero. Un importante studio sui testi funerari dell’antico Egitto ed in particolare sul «Libro dei morti» è stato intrapreso, nel 1842, dall’egittologo tedesco Karl Richard Lepsius (1810-1884).

[20]Questa epopea, capolavoro della letteratura greca attribuito ad Omero, è uno dei pilastri culturali della Civiltà europea. Composta da 15.537 versi e divisa in 24 canti, essa descrive l’ultima fase della «guerra di Troia» (una guerra che da dieci anni opponeva - senza vincitori o vinti - una coalizione militare Achea all’esercito troiano, sulle spiagge egee dell’antica Asia Minore) e trasmette l’immagine di un mondo divino completamente umanizzato dal pensiero religioso e sacrale di quella società.

[21]Ugualmente attribuita ad Omero, questa epopea è composta da 12.109 versi ed è suddivisa in 24 canti: dal I° al IV°, viene narrato il viaggio di Telemaco alla ricerca di suo padre Ulisse (Odysseus); dal V° al XIII° canto, vengono descritti il «naufragio di Ulisse» nella terra dei Feaci, l’incontro di quest’ultimo con il re Alcinoo al quale narra l’interminabile ed avventuroso viaggio di ritorno che egli ha dovuto intraprendere per raggiungere Itaca (la sua patria) dopo la fine della guerra di Troia; dal XIV° al XXIV° canto, vengono presi in conto, il ritorno di Ulisse ad Itaca, la sua «vendetta» contro i Proci (i pretendenti che bivaccavano nella sua dimora, nella speranza di sposare sua moglie e di impadronirsi del suo trono), il suo ricongiungimento con Penelope, l’amata sposa.

[22] Poema epico (incompiuto) in dodici canti che narra delle peregrinazioni di Enea (principe sfuggito alla distruzione della sua città, Troia, da parte degli Achei) e del suo approdo sulle coste laziali dove, secondo la leggenda, avrebbe dato origine (dopo la sua vittoria contro Turno, re dei Rutuli, ed il suo matrimonio con Lavinia, la figlia del re Latino), alla stirpe romana. Scritto da Publius Vergilius Maro o «Virgilio» (-79 / -19), e pubblicato al tempo di Augusto (-63 / 14) dai poeti Varrius e Tucca, questo poema - che ha l’ambizione di essere, per i Romani, ciò che era stata «l’Iliade» di Omero per i Greci - miticizza e sacralizza l’origine di Roma e giustifica a posteriori la grandezza e la potenza del suo Impero.

[23] In particolare: «l’Antica Edda»(o «Edda poetica»che è composta da 35 poemi che espongono la mitologia, i riti magici, le gesta eroiche di questi popoli nella loro antichità più remota) e «l’Edda di Snorri»(o «Edda in prosa»che è un manuale di iniziazione alla poesia scaldica ed, allo stesso tempo, una fonte di preziose informazioni sulla religione e le credenze dei popoli nordici). Persaperne di più, esistono delle ottime traduzioni: Edda poétique, Ed. Fayard, Paris, 1992; Edda de Snorri, Ed. Gallimard, Paris, 1991.

[24] La leggenda di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda, recuperata successivamente dal cristianesimo.

[25] Letteralmente: «Al di là dei tigli».Si tratta di una raccolta di antichi manoscritti (sulla cui reale autenticità è tuttora in corso un dibattito tra diversi specialisti della materia e di cui alcuni sono incompleti e frammentari), in parte redatti (o ritrascritti) in frisone arcaico ed in parte in caratteri runici, che sarebbero stati composti o organizzati da differenti autori, probabilmente nei primi secoli della nostra èra. Il nome attribuito a questa raccolta è completamente arbitrario. Esso fu scelto dal suo traduttore in lingua olandese, il dr. J.G. Ottema, che lo pubblicò con il titolo «Thet Oera Linda Bok»(Edizioni H.Kuipers, Leeuwarden, 1872) in quanto, sette dei principali autori del manoscritto appartenevano alla famiglia «Oera Linda» (o «Ura Linda»). All’interno di questa raccolta, si parla di leggende (come quella della scomparsa di Atlantide, nel manoscritto «Atland»), di miti, di cosmogenesi, di antiche leggi, di canoni religiosi, di souvenirs di viaggio, di invasioni straniere, di nascite di regni e di cronologie dinastiche. Si parla altresì - in modo particolare - del mitico «Fryaland»: un territorio, cioè, geograficamente compreso tra il mare del Nord ed il Baltico, tra il “Twiskland” (o Germania) ed il paese degli Juti (forse, il sud della Svezia), tra le “Saksenmarken” (le «marche Sassoni») e l’attuale Bretagna, che sarebbe stato abitato e posseduto, in epoche remote, dagli “Anglo-Frisoni” o “Fryas” (probabilmente i popoli che Plinio chiama gli “Ingveones”).

[26]La parola «saga» è un sostantivo femminile («sögur», al plurale) che deriva dal verbo germano-nordico «sègia» o «segja» che, a sua volta, significa «dire», «raccontare». E’, dunque, nel senso di «racconto di storia» e/o di «storie», di «declamazione di gesta» e/o di «evocazione di miti e leggende», di «narrazioni genealogiche reali» e/o «presupposte», nonché di «invenzione», «elaborazione» e «presentazione di favole» che questo termine simultaneamente va inteso. La «saga» è un genere letterario (prosa o prosa mista a poesia) che affonda le sue radici nel mitico passato dei popoli nordici. Dopo essere stato tramandato per secoli dalla tradizione orale, questo genere letterario ha trovato la sua espressione scritta a partire dal XI°/XII° secolo della nostra èra. Tra le più conosciute, spiccano le «Saga reali»(come la «Saga di Hallfredar», la «Saga di Gunnlaugur», la «Saga di Kormakr», ecc.);le «Gesta Danorum»(o «Le Gesta dei Danesi»), un’opera trascritta e/o composta da Saxus Grammaticus (1140-1206) che racconta l’iter storico di questo popolo dalle sue origini mitiche al 1220 della nostra èra); l’ «Haimskringla»(o «sfera del mondo»), un compendio di 16 saga riunite e/o elaborate e trascritte da Snorri Sturluson (1179-1241) che racconta i fatti e le gesta dei re di Norvegia dall’origine fino al re Magnus Erlingsson; senza dimenticare, la «Groenlendinga Saga»,la «Saga di Enrico il Rosso»,la «Saga dei Ynglingar»,le «Islendigasögur» , la «Völsunga Saga» , ecc.

[27] Letteralmente: «Il paese di Kaleva».Si tratta di una raccolta di poemi epici e lirici che raccontano l’epopea, i miti e le leggende del popolo Finlandese. Questa raccolta - che è composta da 12.000 versi ed è divisa in dodici canti - è stata per la prima volta organizzata e messa per iscritto da Elias Lönnrot (1802-1884) un medico e folclorista finlandese, tra il 1828 ed il 1834, a partire dall’antica tradizione orale che era stata tramandata, nel corso dei secoli, dai poeti popolari di questo paese.

[28] Letteralmente: «Il figlio di Kalev». Questo poema epico è un’estensione delle tradizioni legate al «Kalevala».

[29] Ballate e rappresentazioni popolari della cultura Lettone. La più grande raccolta di testi di questo antico genere letterario è stata effettuata tra il 1928 ed il 1932 con il titolo Latvgiù tantas Dainas(le «Dainas» del popolo Lettone). Le «Dainas» descrivono le diverse faccette delle tradizioni e delle credenze ancestrali di questo popolo.

[30] I «Dainos» sono raccolte di canti e di poemi popolari. Vi vengono descritte le condizioni della vita di tutti i giorni della popolazione rurale con in sottofondo i rapporti con le divinità dell’antica religione pagana. Trasmessi oralmente per secoli, una buona parte di «Dainas» è stata pubblicata per la prima volta negli anni ‘30 dal poeta Kazys Binkis (1893-1942). L’ultima edizione conosciuta dei «Dainos», è quella realizzata in sei volumi dallo scrittore lituano Krevé-Mickevicius (1882-1954).

[31] Titolo intraducibile che possiamo interpretare con: Le Filastrocche. Imparentati alla «chanson de geste» dei menestrelli del Medioevo provenzale ed europeo, i Bylinysono una raccolta di storie mitiche e di leggende epiche dell’antico passato russo. Probabilmente risalenti a prima dell’anno 1000/1100 della nostra èra e tramandate oralmente dalla tradizione popolare nel corso dei secoli, le «Filastrocche» in questione sono state ordinate, trascritte e pubblicate a partire dal XVIII° al XIX° secolo. I Bylinymettono in scena il passato mitico degli «eroi» (i «bogatyr») della cultura russa. Nei racconti che presentano, i Byliny mischiano le gesta degli «antichi bogatyr» (quelli dell’antico passato pagano di questo popolo) ed i «nuovi bogatyr», quelli dell’epoca dell’introduzione del Cristianesimo in Russia da parte di Vladimiro il Bel Sole, principe di Kiev e principale artefice della cristianizzazione di questo paese.

[32] Letteralmente: «conoscenza» o «sapere». Per «Veda»s’intende in particolare: il «Rigveda», il «Samaveda», lo «Yajurveda» e «l’Altharvaveda», cioè la quadrilogia di libri che sarebbero stati «rivelati»agli uomini dalle divinità.

[33] Incluso nella raccolta di precetti denominata «Smrti»(memoria), il «Mahabharata» è un vasto poema di 120.000 versetti, diviso in 19 libri, risalente all’epoca vedica (-1000) che racconta l’avventura di 5 fratelli in guerra tra di loro, nonché le gesta eroiche di Krishna e l’epopea dell’invasione e dell’insediamento indoeuropeo nel bacino tra l’Indo ed il Gange.

[34] Letteralmente: Le Gesta di Rama. Ugualmente incluso nella «Smrti» (memoria), il «Ramayana»è un poema epico in 7 parti e 48.000 versetti che racconta le avventure eroiche di Rama: un personaggio delle leggende e dei poemi epici dell’India che è considerato come la settima metamorfosi e/o trasformazione di Vishnu, la seconda divinità della «Trimurti» brahmanica e divinità suprema di numerose sette Indù.

[35] Il termine «Upanishad» è comunemente tradotto: «Trattati delle equivalenze». Questo termine, però, è praticamente intraducibile nelle nostre lingue, in quanto racchiude in sé, contemporaneamente, l’idea di «stare seduti nei pressi di un maestro, per apprendere», l’idea del «contatto con qualcuno e/o con qualcosa» e l’idea di «porre delle equivalenze». Chiamate pure «Vedanta» (fine del «Veda»), le «Upanishad», sono dei testi filosofici indiani che appartengono in parte (probabilmente i primi 13 o 14 «trattati») alla letteratura vedica e, per il resto, a quella post-vedica. Ufficialmente e convenzionalmente raggruppate all’interno di 108 «trattati» (in realtà, ne sono stati recensiti più di 200...), le prime «Upanishad»vengono fatte risalire all’epoca della predicazione del Buddha (all’incirca il VI° secolo prima della nostra èra) e le ultime, al nostro XVI° secolo.

[36] Letteralmente: «Canto del Beato (o Felice) Signore». Quest’opera - inserita nel «Mahabharata»e conosciuta ugualmente con il nome di «Gitopanisad»- espone l’insegnamento mistico e metafisico che Vishnu, sotto le spoglie di Krishna, avrebbe dato al principe Argiuna.