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Identitari e no global
di Fabio Calabrese
Capita facilmente
di costatare come su temi quali globalizzazione, no global, mondialismo,
ci sia nel nostro ambiente umano molta confusione. Vediamo allora se è
possibile fare un po’ il punto, stabilire certi concetti con chiarezza.
Per prima cosa,
quando noi parliamo di globalizzazione, parliamo di un fenomeno
complesso dove esistono almeno quattro livelli che vanno considerati:
1) la
tendenza delle economie mondiali ad integrarsi sempre di più fino a
formare un unico mercato planetario.
2) La
posizione egemonica detenuta su questo mercato planetario dagli Stati
Uniti d’America.
3) La
mescolanza di popoli, etnie, culture in un unico calderone, in un
melting pot mondiale, nel quale infine essi si confondono e
spariscono.
4) La
tendenza di culture, stili di vita, tradizioni d’ogni parte del pianeta
ad appiattirsi, omologarsi su di un modello che è la versione
semplificata dello stile di vita americano.
Verrebbe quasi da
aggiungere un quinto elemento, vale a dire i no global stessi,
espressione di una contestazione della globalizzazione anch’essa
globalizzata, transnazionale, planetaria, oltre che unicamente violenta
e non propositiva, nonché contraddittoria in se stessa e priva di reali
obiettivi tranne quello di “dire” violentemente “no”.
La globalizzazione
è in gran parte qualcosa contro cui tutto il nostro essere si ribella,
ma un punto dovrebbe essere assolutamente chiaro: questi “no global” non
rappresentano nulla, non sono nulla in cui ci possiamo riconoscere, o
sentire nei loro confronti una sia pur vaga affinità.
In Italia, il
movimento no global ha esordito nel 2001, in occasione del vertice dei G
8 di Genova,
Forse l’aspetto più ironico della vicenda genovese, è che il vertice dei
G8 contro il quale i
no global si erano mobilitati, doveva affrontare il tema della
riduzione del debito dei Paesi del Terzo Mondo.
Dobbiamo dedurre
allora che i no global sono a favore della fame nel mondo? La
cosa non sarebbe, per la verità, lontana dalle tradizioni comuniste, in
fondo, i grandi genocidi per fame che hanno punteggiato la storia del XX
secolo (Ucraina anni ’30, Etiopia anni ’70) sono stati opera di regimi
comunisti (Stalin e Mengistu), ma in tutta franchezza io penso che
costoro non la conoscano nemmeno la storia del comunismo, come di
alcunché.
Il movimento non
sembra valere molto più del suo martire ed eroe. Diciamo la verità:
questi no global li conosciamo bene, e di nuovo non hanno che il nome
(nome, non a caso in inglese, lingua della globalizzazione), ospiti dei
Centri Sociali, pensionati del ’68, “autonomi” talmente autonomi da
essere in pratica dei parassiti della società che vorrebbero contestare,
capaci solo di fare cortei e picchettaggi.
Costoro sono anti
– globalizzazione, anti – americani, anti – occidentali, semplicemente
perché sono anti qualsiasi cosa; il loro è semplicemente un riflesso
condizionato politico che risale alla Guerra Fredda, ma se cercassimo
qualche cosa di positivo, di propositivo, non troveremmo altro che il
deserto più totale.
In più, va
aggiunto che costoro, mentre professano avversione per gli aspetti
economici della globalizzazione, si dimostrano invece estremamente
condiscendenti per quello che ne è l’aspetto più devastante a lungo
termine, l’immigrazione clandestina e selvaggia che da un Terzo Mondo
demograficamente esuberante si riversa su di un’Europa – e soprattutto
su di un’Italia – (che sono oggi ridotte ad essere, perché questo non è
un capriccio del destino ma il prodotto di precise scelte politiche),
sterili e senescenti, minacciandone le stesse basi etnico – biologiche.
Forse non ha
nemmeno senso chiedersi quale significato avrebbe cercare di mantenere
dei segmenti di economia e culture separati dal resto del mercato
globale planetario, quando le basi antropologiche di queste culture
fossero venute meno nell’universale meticciato; è inutile chiedersi cosa
passa realmente per la testa di questi no global: null’altro che
gli spifferi del vento che s’insinua nelle cavità vuote.

Come ho detto in
premessa, la globalizzazione è un fenomeno complesso, rispetto al quale
è semplicistico assumere un atteggiamento totalizzante. L’integrazione
delle economie nazionali ed anche continentali in un unico mercato
planetario è un fatto inevitabilmente insito nello sviluppo tecnologico
e dei mezzi di comunicazione, per tenersene separati occorrerebbe
accettare in partenza un pauperismo da Khmer rossi, e certamente per
imporre una soluzione del genere ad una moderna società industriale non
occorrerebbe meno violenza di quella che Pol Pot e la sua banda di
assassini comunisti hanno somministrato in grande stile al disgraziato
popolo cambogiano; e per ottenere alla fine che cosa? Una società che,
avendo rinunciato alla tecnologia, non disporrebbe neppure dei mezzi per
difendersi e sarebbe alla mercé di chiunque.
Sul mercato
planetario ci dobbiamo comunque stare; il punto è se vogliamo starci da
competitivi o da perdenti. Se vogliamo starci da competitivi, da
vincenti, allora una cosa è chiara, che il discorso non può limitarsi ad
essere un discorso economico: l’economia rappresenta l’ordine dei mezzi
che deve essere subordinato all’ordine dei fini che è dato dalla
politica: un discorso di liberismo puro, alla Berlusconi, ha come
premessa l’accettazione del quadro politico internazionale oggi
esistente e della supremazia americana.
Precisiamo subito
un punto della massima importanza: gli orrori dell’economia pianificata
di tipo sovietico, grande produttrice di miseria e strumento per
sopprimere la libertà dei cittadini, ci hanno spinti a pensare che il
liberismo puro sia la magica panacea di tutti i mali: ci si è spinti a
creare un brutto neologismo come “devoluzione” (o, all’inglese, “devolution”)
per indicare la dismissione delle aree d’intervento nell’economia da
parte dello stato, considerata come il mezzo più efficace per
raddrizzare i conti pubblici, ma questo non significa aver appreso le
lezioni della storia, bensì essere passati da un estremo ad un altro.
Noi dovremmo
sospettare di tutti coloro che predicano che, sottoponendo ad una
qualche forma di controllo la libertà d’impresa, noi lederemmo le
libertà civili, perché questa non è come le altre libertà, ma interessa
lo strato più alto, economicamente favorito, della popolazione, che
spesso finisce per coincidere con quegli apolidi di lusso per i quali
l’appartenenza giuridica all’una od all’altra comunità nazionale non è
che un mero, trascurabile dato anagrafico, che è poi lo strato di coloro
che sono i protagonisti ed i principali beneficiari della
globalizzazione.
In altre parole, è
probabilmente venuto il momento di riscoprire l’aspetto anticapitalista
della nostra tradizione, a cominciare da quel saggio che col tempo non
ha perso nulla della sua validità, anzi si rivela sempre più profetico,
e di cui consiglio vivamente la lettura: Denaro ed usura di Ezra
Pound.
Il problema della
predominanza americana nell’economia globale non è un problema
economico, è un problema politico; l’Europa di per sé avrebbe un
potenziale umano, economico ed industriale circa doppio di quello degli
Stati Uniti. La tecnologia non è altro che la conoscenza scientifica
applicata all’industria, ebbene, non vi dice nulla il fatto che la
maggior parte degli scienziati che lavorano negli Stati Uniti, con una
schiacciante preminenza fra i premi nobel, sono immigrati europei?
Proviamo a fare
un’ipotesi fantascientifica, che un’Europa politicamente unita si
confrontasse sul mercato planetario con un Nord America politicamente
sbriciolato: certo, ad esempio la California sarebbe comunque un
concorrente da tenere d’occhio, ma credete proprio che staterelli come
l’Idaho, il Wyoming, il Rhode Island, potrebbero impensierirci in alcun
modo?
Prevedo già
un’obiezione. “Abbiamo già provato l’Europa”, penserà qualcuno di voi,
“Non funziona”.
Quel che non
funziona è un’Europa economicamente integrata in assenza di unità
politica, un’Unione Europea fatta in questo modo serve gli interessi
degli USA.
I rapporti
economici Stati Uniti – Europa, sono un capitolo ancora tutto da
scrivere: certamente restaurare in Irak una democrazia che esso non
aveva mai sperimentato, come nessun altro stato del Medio Oriente, né
eliminare il pericolo fittizio di armi di distruzione di massa
inesistenti, sono stati i veri scopi della politica di aggressione
americana, e mettere l’ipoteca politica ed economica su tre milioni di
barili al giorno (minimo…).
L’unione economica
dell’Europa in assenza di unità politica non serve a nulla, se non siamo
padroni di prendere in mano il nostro destino.
Su ciò non occorre
soffermarsi oltre, ma occorre assolutamente rilevare un punto: contro la
globalizzazione ed anche contro la falsa alternativa dei no global di
sinistra, è la bandiera identitaria, la difesa della nostra identità
storica, culturale, etnica e politica, che dobbiamo innalzare; ma anche
qui è evidente che non è su di un identitarismo localistico, di corto
respiro, che dobbiamo fare conto, le “piccole patrie” basca, bretone,
catalana, padana, friulana o quello che volete, ed anche gli stati
nazionali, divisi, non possono recitare altro ruolo che quello degli
scogli destinati ad essere sommersi al montare della marea, una valanga
che è non soltanto economica ma anche – ed in primo luogo – culturale ed
umana; bisogna avere la capacità di sacrificare qualcosa per salvare
tutto il resto.
Forse i più
giovani fra noi non lo sanno, ma molto tempo prima che Naomi Klein
scrivesse il libro No logo, diventato poi “la bibbia” del
movimento no global, molto prima che comparissero sulla scena il
contestatori del cosiddetto “popolo di Seattle”, “L’Area” aveva intuito
con grande anticipo, visto venire avanti, e tempestivamente analizzato
questo movimento livellatore di dimensioni planetarie, e l’aveva
definito con un termine oggi meno popolare di “globalizzazione”, ma
forse più appropriato, perché considera il fenomeno nel suo insieme e
non si limita a considerarne i meri effetti economici, “mondialismo”.
Il concetto di
mondialismo è più ricco ed articolato di quello di globalizzazione,
perché non comprende soltanto l’omologazione economica planetaria ma
anche l’omologazione culturale dell’intero pianeta, e soprattutto
dell’Europa sugli standard americani, ed anche l’entropia etnica,
l’imbastardimento, l’universale meticciato effetto ultimo dei fenomeni
migratori.
In tutti i
fenomeni del mondo fisico che interessano l’energia e l’informazione, la
sparizione delle differenze, il mescolamento, comportano quel degrado
che è noto come entropia; solo riguardo al mondo umano, e senza alcun
appoggio da parte dei dati del reale, il dogma democratico impone la
presunzione che, al contrario, l’ibridazione equivalga ad un
arricchimento.
Parliamo
ovviamente dell’immigrazione extracomunitaria, un fenomeno estremamente
pericoloso per l’Europa, che rischia di intaccare e stravolgere proprio
quelle basi etniche e biologiche che ne sono il capitale più prezioso,
che si sono mantenute intatte per millenni, sulle quali essa ha
costruito la sua grandezza e le sue civiltà.
L’immigrazione è
per noi un danno in tutti i sensi, non ha effetti positivi di nessuna
specie; se ci consideriamo autenticamente identitari, il nostro dovere è
di contrastarla in ogni modo; immigrazione zero deve essere il
nostro obiettivo, e meglio ancora se fosse possibile procedere al
rimpatrio forzato degli immigrati.
Ma per
comprenderlo meglio, sarà il caso di sfatare alcune leggende ricorrenti
sull’argomento, a cominciare da quella che questo fenomeno migratorio
sarebbe paragonabile all’immigrazione europea ed in particolare italiana
verso gli Stati Uniti fra la metà del XIX e la metà del XX secolo.
A prescindere dal
fatto che i nostri emigranti andavano all’estero perlopiù per lavorare,
e non per spacciare, prostituirsi, mendicare e “vu cumprà”, a
prescindere dal fatto che si trattava di un’immigrazione legale che
passava attraverso “filtri” molto severi come Staten Island (ricordate
il famoso campo di quarantena, quasi di detenzione per i nostri
immigrati?), c’è la fondamentale differenza che i nostri immigrati
arrivavano sul terreno di una società in espansione verso i grandi spazi
dell’Ovest, che aveva effettivamente bisogno di braccia da lavoro più di
quante ne producesse il saldo demografico naturale. Oggi né l’Europa né
tanto meno l’Italia hanno un’economia in espansione, semmai siamo in
presenza di una progressiva contrazione dell’apparato industriale.
E’ ridicolo che ci
si venga a parlare di braccia che sarebbero indispensabili per la nostra
economia, quando sappiamo benissimo che non vi è innovazione tecnologica
che non comporti il taglio anche drammatico di posti di lavoro.
E’ assurdo che ci
vengano a dire che la presenza degli immigrati è resa necessaria dal
calo demografico delle popolazioni europee, quando questo calo non è un
destino iscritto nelle stelle, ma la conseguenza di precise scelte
politiche: ritardo dell’inserimento dei giovani nel mondo del
lavoro, nessuna politica per favorire l’acquisto della prima casa da
parte delle coppie giovani, nessuna tutela, o quasi, delle lavoratrici
madri, assenza di asili nido e gravi carenze delle scuole materne,
scomparsa in pratica dalle buste paga degli assegni familiari, e via
dicendo.
Se vi è una
volontà politica al riguardo, invertire la tendenza non è difficile:
l’eccellente lavoro svolto a questo riguardo da Jorg Haider come
governatore della Carinzia, ne è la dimostrazione più lampante.
La menzogna più
ipocrita, però, è quella secondo la quale gli immigrati andrebbero a
fare lavori che i nativi disdegnano; la verità, la cruda verità è che
molti datori di lavoro non si sognano nemmeno di offrire impieghi ai
nativi, poiché gli extracomunitari, specie se irregolari, possono essere
più facilmente sottopagati oltre che privi di diritti sindacali; in
barba al (o come conseguenza del) rivendicazionismo sindacale
all’eccesso che la sinistra ha spinto da noi da almeno trent’anni. Io
vivo a Trieste, una città dove sanno tutti benissimo che chi è italiano
non ha possibilità di trovare lavoro, altro che nel pubblico impiego, il
che equivale a vincere un terno al lotto.
Però, a dire il
vero, una fetta occupazionale disdegnata dai nativi che gli immigrati
tendono a ricoprire, c’è: spacciatori, prostitute, sfruttatori,
accattoni, rapinatori per strada ed in villa, “vu cumprà”, lavavetri
agli incroci stradali, ma dubito fortemente che siano costoro che un
domani pagheranno i contributi che permetteranno all’INPS di erogare le
nostre pensioni.

Vogliamo dire le
cose come stanno, come stanno veramente? Contrariamente al dogma
democratico che soffoca la possibilità di valutare adeguatamente, e
spesso di conoscere, i fatti, non tutti i gruppi umani hanno lo stesso
valore. All’indomani della seconda guerra mondiale l’Europa era un mare
di macerie: abitazioni, industrie, servizi, vie di comunicazione, ogni
cosa era sparita sotto le migliaia di tonnellate di bombe che gli anglo
– americani avevano profuso con inaudita generosità, ed ancora più gravi
erano le perdite in termini di vite umane, di energie, di braccia,
d’intelligenze, eppure nel giro di pochi decenni non solo l’Europa si è
rimessa in piedi, ma ha raggiunto livelli di sviluppo molto superiori a
quelli di anteguerra. Adesso facciamo il confronto con gli stati ex
coloniali, in particolare quelli dell’Africa subsahariana (quella che
una volta si osava definire l’Africa nera). Gli Europei li hanno fatti
arrivare all’indipendenza forniti di tutto: industrie, vie di
comunicazione, scuole, ospedali, perfino di eccellenti costituzioni che
erano il meglio di quanto la giurisprudenza europea aveva saputo
produrre. Risultato? L’Africa è risprofondata nel caos,
nell’arretratezza, nell’inferno delle lotte tribali da cui il
colonialismo l’aveva tolta, con l’unica differenza che oggi le lotte
tribali non si combattono più con le lance, ma con i blindati e i
kalashnikov. Oggi in Europa e nel mondo occidentale in genere si nutre –
o qualcuno cerca di farci nutrire – un mostruoso senso di colpa per le
condizioni di cronica sottoalimentazione di gran parte delle popolazioni
africane, ma è strano che nessuno si domandi mai quanta parte di questo
fenomeno dipenda dal fatto puramente indigeno che – due volte su tre, o
più – i raccolti sono distrutti prima di essere mietuti in conseguenza
di azioni di guerriglia che sono il prolungamento delle lotte tribali
dell’epoca pre – coloniale.
Un altro esempio:
dagli anni ’60, con il lavoro fatto in questo campo in particolare
dall’amministrazione Kennedy, sono state rimosse negli Stati Uniti tutte
le barriere e tutte le discriminazioni nei confronti della minoranza di
colore, ed oggi si può dire che un ragazzo di colore ha le stesse
possibilità di successo sociale di un suo coetaneo bianco. Noi oggi, in
conseguenza di ciò, vediamo che gli afroamericani competono alla pari
con i bianchi in tutte le attività per le quali non è richiesta una
spiccata propensione intellettuale: nello spettacolo, nello sport, nella
politica (certamente vi sono noti i nomi di Colin Powell e di Condoleeza
Rice), ma provate, solo provate, a citare qualche afroamericano eminente
nella ricerca scientifica, nella letteratura, nella filosofia!
E’ sicuramente un
materiale umano più scadente, quello che importiamo con l’immigrazione,
qualcosa che rischia di minare proprio quelle qualità umane che hanno
permesso all’uomo europeo di riprendersi da ogni crisi, anche dalle più
spaventose come le distruzioni della seconda guerra mondiale, e stiamo
attenti! L’idea che le comunità di extracomunitari possano rimanere
accanto a noi senza mescolarsi con noi, è pura illusione; come dice un
noto proverbio, il sesso non ha occhi!
Ho detto
all’inizio, ed è un punto sul quale devo ora tornare ad insistere, che è
venuto il momento di riscoprire la nostra vena anticapitalista. Siamo
sinceri! In anni che furono, la minaccia del comunismo ci ha portati ad
una situazione di oggettiva alleanza, quanto meno di cobelligeranza, con
il capitalismo: ora ciò non può più sussistere; le braccia da lavoro
hanno sempre un costo, ma importarle costa enormemente di meno che
metterle al mondo, allevarle, farle crescere, dare loro un’istruzione;
sulla questione dell’immigrazione la nostra posizione è e deve essere
inconciliabile con gli interessi del capitale, e torno a rimarcare che
soprattutto lo strato alto del capitalismo (non parliamo del bottegaio
all’angolo, parliamo di un Berlusconi o dei signori della FIAT, la
dinastia Agnelli – guarda caso! – diventata Agnelli – Elkann) è per sua
natura quanto di più lontano potremmo concepire dalla difesa della
cultura identitaria.
Ci piaccia o no,
oggi un Silvio Berlusconi si conta “oggettivamente” fra i nostri
avversari.
Riassumendo, io
penso che noi non possiamo non essere contro la globalizzazione, ma non
ci possiamo confondere con i “no global”; opporsi alla globalizzazione
se non si è contemporaneamente contro il mondialismo, l’universale
appiattimento ed ibridazione di etnie, tradizioni, popoli e culture, non
serve proprio a nulla: i “no global” che contestano contemporaneamente
la globalizzazione economica e qualsiasi misura tesa contrastare
l’immigrazione selvaggia sono semplicemente contro l’ordine razionale
della politica e dell’economia, sono loro stessi un prodotto della
globalizzazione, gli antesignani di un mondo ibrido dove “tutti” sono
irregolari, dove “tutti” non hanno altra “cultura” che la musica rap o
reggae, dove “tutti” fumano sigarette non in vendita nelle tabaccherie,
e che contengono tutto meno che tabacco, se ci stessero fuori dalle
scatole, noi non avremmo alcun motivo d’interesse verso di loro; noi
dovremmo avere l’ambizione di formare tra i nostri giovani camerati
degli uomini, non degli invertebrati.
Dobbiamo essere
identitari ma senza nessuno spirito localistico o campanilistico; nel
rispetto di tutte le reciproche differenze che esistono fra i popoli
europei, ma senza perdere la capacità di unire le forze, perché è la
divisione dell’Europa la causa della sua debolezza nei confronti del
colosso americano, un colosso che arriverebbe forse alle ascelle di
un’Europa realmente unita.
Occorre sbarrare
la strada alla trasformazione dell’Europa in un suk multietnico, ed
opporci con tutte le nostre forze al predominio americano sull’Europa,
prima e fondamentale causa dei nostri problemi.
La salvezza del
Vecchio Continente non è per nulla garantita, ma agendo abbiamo una
possibilità.
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