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IPAZIA
Martire
del fanatismo cristiano
C.D.A.
Figlia
di un celebre matematico del Museo dell’insegnamento di Alessandria
d’Egitto, Teone, il cui Commentario all’Almagesto di Tolomeo viene
considerato uno dei migliori lavori di astronomia della scuola
alessandrina, Ipazia, nata intorno al 370, fu istruita dal padre nelle
scienze esatte (specialmente astronomia e geometria), ma subì anche
influenze teosofiche e occultistiche, in quanto frequentò la scuola
neoplatonica di Alessandria.
A quel tempo ogni filosofo o scienziato alessandrino era un po’
alchimista, in quanto i confini tra scienza e magia non erano
rigorosamente tracciati. Non dimentichiamo che i greci avevano raccolto
in Alessandria il sapere magico, mistico ed esoterico, andato poi
distrutto, delle filosofie e religioni egizie e assiro-babilonesi.
Si devono a Ipazia e a suo padre le edizioni delle opere di Euclide,
Archimede e Diofanto che presero la via dell’Oriente durante i secoli, e
tornarono in Occidente in traduzione araba, dopo un millennio di
rimozione.
Ed è noto anche il loro lavoro a proposito del “Sistema matematico” di
Tolomeo, astronomo, matematico e geografo alessandrino del II sec. la
cui teoria astronomica geocentrica restò in auge fino alla “rivoluzione
copernicana” del XVI secolo.

Su di lei non vi sono dati sicuri, non essendoci rimasto alcuno scritto:
sono citati solo tre titoli di tre opere di matematica e di astronomia:
Commentario alla Aritmetica di Diofanto, Commentario al Canone
astronomico e Commentario alle sezioni coniche d’Apollonio Pergeo,
considerato il suo capolavoro All’insegnamento delle scienze esatte è
certo che aggiunse quello della filosofia, commentando Platone,
Aristotele e i filosofi maggiori.
Il suo discepolo più illustre fu Sinesio di Cirene, filosofo
neoplatonico, poeta e oratore, che poi divenne, forse tradendo
l’insegnamento di Ipazia, vescovo cristiano di Tolemaide. Dopo la morte
di Ipazia egli cercherà di fondere le dottrine gnostiche con quelle
neoplatoniche, senza tuttavia perdere mai di vista la fondamentale
concezione platonica alla quale si attenne da vicino in due opuscoli:
uno “sugli Egizi”, dove espose in forma allegorica le condizioni della
corte di Costantinopoli, l’altro “sui Sogni” in cui sostenne la
possibilità di servirsi del sogno a scopo divinatorio.
Le coniche di Apollonio
Insegnava come Socrate per le strade e il prefetto romano Oreste si
diceva che cercasse il suo consiglio nelle questioni di carattere
pubblico e che addirittura fosse suo discepolo. Ipazia non teneva il suo
sapere per sé, né lo condivideva soltanto con i suoi allievi. Al
contrario, lo dispensava con grande liberalità a chiunque e per questo
si conquistò grande considerazione fra i suoi concittadini. Ipazia
insegnò ininterrottamente ad Alessandria per più di vent’anni.
Molto importante per la sua formazione culturale fu un viaggio compiuto
ad Atene, ove si aggregò alla scuola teosofica di Plutarco.
Ipazia vedeva nel cristianesimo soprattutto il fanatismo e la violenza,
in quanto il vescovo Teofilo aveva fatto distruggere, oltre a vari
monumenti della civiltà greco-orientale, anche il famoso tempio di
Serapide e l’annessa biblioteca.
Seguace di un sistema eclettico di filosofia, Ipazia può essere
considerata come una gnostica che cercò di difendere la rinascita del
platonismo contro il cristianesimo. I neoplatonici, che si diffusero dal
III al V sec., volevano la fusione di tutte le chiese in un unico
organismo a sfondo più filosofico che teologico, o se vogliamo più
intellettuale che ecclesiale.
La scuola di Alessandria appartiene, stando alle fonti classiche,
all’ultima grande corrente del neoplatonismo, fiorita tra la prima metà
del V e la prima metà del VII secolo. La tendenza erudita, che aveva man
mano acquistato rilevanza nelle scuole che la precedettero, era
diventata qui prevalente, respingendo in secondo piano la speculazione
prettamente metafisica. Il disinteresse per la costruzione della
gerarchia emanatistica che era stata concepita nei suoi tre momenti
della permanenza in sé, dell’uscita da sé e del ritorno in sé, aveva
condotto all’abbandono di quel politeismo classico che in tale gerarchia
era stato inquadrato, soprattutto ad opera della scuola siriaca.
In teoria le possibilità d’intesa col cristianesimo (ovvero con la
scuola catechetica alessandrina) sembravano essere maggiore che altrove,
ma proprio la sensazione che questa forma di neoplatonismo potesse
costituire un’alternativa valida al cristianesimo, faceva dei cristiani
i nemici più accesi, che mal digerivano peraltro l’accentuato interesse
del neoplatonismo per le questioni di carattere scientifico.
Dopo la morte del vescovo Teofilo, la cattedra vescovile fu occupata,
nel 412, da suo nipote Cirillo, di idee fondamentaliste, specie contro i
novaziani e i giudei, e che venne subito in urto col prefetto romano
Oreste.
Come noto il cristianesimo, che cessò d’essere perseguitato con l’editto
di Costantino nel 313, diventando religione di stato con l’editto di
Teodosio nel 380, iniziò a sua volta a perseguitare nel 392, quando
furono distrutti i templi greci e bruciati i libri pagani.
Vari scritti del cristianesimo primitivo, quali l’Epistola agli Ebrei,
quella attribuita a Barnaba, la Didachè, secondo molti storici
proverebbero che in Alessandria c’era una spiccata tendenza della stessa
chiesa ufficiale verso lo gnosticismo.
A questo tendenza intellettualistica aveva cercato di porre rimedio la
scuola catechetica, ma la difesa non era stata condotta senza far gravi
concessioni all’avversario, ammettendo, oltre all’interpretazione
allegorica delle scritture, l’esistenza di una gnosi ortodossa, che
rendeva perfetto chi la possedeva e l’innalzava al di sopra del semplice
fedele.
Cirillo si trova nella difficile situazione di porre un argine alla
scuola catechetica che intreccia rapporti sempre più stretti con i
rappresentanti neoplatonici alessandrini e la necessità di dettare la
formula della retta fede in Oriente, in virtù di quella tradizione
dottrinale che gli derivava da Demetrio.
Ad Alessandria vi erano, allora, pagani e idolatri d’ogni culto, e
cristiani di tutti gli scismi ed eresie, nonché una cospicua colonia di
ebrei fatta oggetto di discriminazioni da parte dei cristiani. Gli
ebrei, risentiti, si difesero e il patriarca Cirillo li cacciò dalla
città saccheggiandone le sinagoghe.
Il prefetto Oreste fece arrestare un seguace di Cirillo, sottoponendolo
a pubblica punizione, ma una folla cristiana, per rappresaglia, ferì il
prefetto. A motivo di ciò l’attentatore, che era monaco, fu giustiziato
e Cirillo ne fece l’elogio come fosse stato martirizzato.
Cirillo tentò di conciliarsi con Oreste, ma il tentativo fallì, forse
anche a causa di Ipazia. Oreste invano sollecitava l’intervento
dell’imperatore d’Oriente Teodosio II, il quale però era soggetto alla
volontà della sorella Pulcheria, imperatrice di fatto e strettamente
legata al cristianesimo di Cirillo.
Cirillo, che mal sopportava la predicazione pagana di Ipazia, divenuta
ad Alessandria la rappresentante più qualificata della filosofia
ellenica, si convinse che l’ostacolo maggiore alla risoluzione della
controversia fosse proprio lei.
Pur non dando un espresso ordine, egli istigò il gruppo fanatico di
monaci parabolani ed eremiti della Tebaide guidati da Pietro il Lettore
a togliere di mezzo Ipazia. E così, dopo averla trascinata fino alla
chiesa che prendeva il nome da Cesario, quasi volessero compiere una
sorta di sacrificio umano, prima Pietro con una mazza ferrata, poi gli
altri monaci con pugnali fatti di conchiglie, massacrarono il corpo di
Ipazia e lo bruciarono. Era l’anno 415, il IV dell’episcopato di
Cirillo.
Gli assassini rimasero impuniti. Oreste chiese un’inchiesta;
Costantinopoli non poté non concederla, e mandò ad Alessandria un tale
Edesio, il quale non fece nulla, poiché si lasciò corrompere da Cirillo.
Oreste ottenne soltanto dei provvedimenti per arginare l’ingerenza
politica dei vescovi nei poteri civili. Cirillo in seguito verrà
addirittura santificato come esempio di sicura ortodossia.
Fu Damascio, filosofo neoplatonico (480/prima metà del sec.VI d.C.),
quinto successore di Proclo nello scolarcato dell’Accademia, che per
primo, nella Vita di Isidoro, incolpò Cirillo del delitto.
Nella Storia ecclesiastica dell’ariano Filostorgio, nato circa il 368
d.C. e dunque contemporaneo dei fatti narrati, si arriva a sostenere che
l’assassinio non era opera di una amorfa folla fanatica, ma di quel
clero cristiano che, ad Alessandria in modo particolare, voleva
spadroneggiare su tutti.
In ogni caso, la partenza frettolosa, successivamente, di molti dotti,
segnò l’inizio del declino di Alessandria come il più grande centro di
erudizione antica.
Gli ultimi neoplatonici furono tolti di mezzo dall’imperatore
Giustiniano, che chiuse la scuola platonica nel 529 d.C. Essi fuggirono
in Persia presso Chosroe I, il quale era curioso di filosofia e garantì
di professare liberamente il platonismo (531). Questo diritto fu
addirittura sancito nel trattato di pace tra Giustiniano e Chosroe. E’
degno di nota come, al crepuscolo ormai del pensiero greco, la libertà
di filosofare venisse garantita ai Greci, contro il loro cristianissimo
imperatore, dall’ultimo grande sovrano persiano, della dinastia dei
Sassanidi.
Ipazia viene ricordata, ancora oggi, come la prima matematica della
storia, anzi, fu la sola matematica per più di un millennio: per
trovarne altre, da Maria Agnesi a Sophie Germain, bisognerà attendere il
Settecento. Ipazia fu anche l’inventrice dell’astrolabio, del planisfero
e dell’idroscopio.
C.D.A.
Fonti su Ipazia - Cirillo di Alessandria
Sinesio di Cirene, Epistolario, Milano 1969.
Sinesio di Cirene, Il Regno, Milano 1970.
Gemma Beretta, Ipazia d’Alessandria, Editori Riuniti
Augusto Franchetti (a cura di), Roma al femminile, ed. Laterza
Q. Bigoni “Ipazia alessandrina” in Atti Istituto Veneto K. Prachter
“Filosofia dei greci”
“Il Teurgo” settembre-ottobre 1985
G. Quiriconi, Notizia storico-critica su Ipazia e Sinesio, Milano 1978.
A. Agabiti, Ipazia, Ragusa 1979.
G. Bigoni, Ipazia alessandrina. Studio storico, Venezia 1887.
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