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www.israelshamir.net, traduzione a cura di www.arabcomint.com


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Le province dell'Impero Romano

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Da «Le radici degli italiani»
di Paolo Possenti,
Effedieffe edizioni, 2001.
Per gentile concessione dell’autore.

 

 

Le province
dell’Impero Romano

 

 

Carattere della conquista romana
Certamente i Romani furono un singolare popolo di conquistatori perché non cercarono di sostituire la loro etnia a quelle locali.
I Romani non furono un popolo che faceva migrazione di massa come i Germani, né conquistatori che sterminavano i popoli precedenti come gli Unni e i mongoli, né tanto meno come arabi o altri popoli orientali, che considerando la donna la preda più ambita, trasformarono profondamente le etnie precedenti.
Gli arabi, in particolare in un secolo, riuscirono a modificare la composizione etnica dei territori conquistati eliminando fisicamente gran parte degli uomini e immettendo le donne nei loro Harem.
Tale tipo di espansione etnica, il più odioso dal punto di vista occidentale, urtava completamente con la concezione monogamica della vita romana, con la disciplina ferrea delle legioni e con il rispetto che sempre i Romani portarono alla famiglia ed alla vita privata dei popoli vinti.
Negli insediamenti romani si sviluppò una famiglia di tipo tradizionale italico, anche qui basata sulla monogamia, magari sposando donne locali e dando luogo a una società mista che sarà anche in molte zone d’Europa il crogiolo di fusione con l’elemento romano, quello celtico e più tardi anche con quello germanico.
La conquista romana fu senza dubbio basata sulla forza delle armi, ma vi contribuì in maniera determinante la saggezza politica ed una severa moralità nella vita privata. Né la crisi e il collasso della classe dirigente tradizionale durante il I secolo dopo Cristo distrusse la sagacia e la capacità amministrativa degli elementi appartenenti alla piccola nobiltà e alla borghesia italica, che in realtà amministrerà l’Impero ancora per un paio di secoli.
La corruzione della corte imperiale, la ricchezza straordinaria di alcuni personaggi dell’Urbe, la decadenza di alcune famiglie, non intaccò la struttura sostanzialmente sana del mondo romano italico fino alla fine dell’Impero. Fatte proprie le istituzioni romane, furono poi le popolazioni provinciali romanizzate che più fortemente e con maggior decisione sostennero la causa di Roma negli ultimi secoli dell’Impero e più tardi anche dopo la caduta dell’impero stesso.
Il miracolo della romanizzazione in vasti territori non avanza quindi con l’insediamento di popolazioni che l’Italia non aveva. Anzi l’Italia ormai impoverita degli elementi migliori, non era nemmeno in grado di ripopolare le proprie città e le proprie campagne.
Fu una grande conquista che si consoliderà soprattutto fondandosi su elementi spirituali. E’ questo fu il retaggio più importante che Roma lasciò per esempio nella Gallia ed alla futura nazione di Francia.


L’Arabia
Un’ altra provincia era la Palestina e nell’attuale Arabia nord occidentale l’Arabia Nabatea. Va tenuto presente che i Romani occuparono anche buona parte del deserto arabo, organizzando come provincia tutti quei territori che oggi comprendono la Siria, la Transgiordania e la parte settentrionale dell’Arabia Saudita.
Essi costruirono anche una strada detta «nabatea», che si allungava verso il Golfo Persico fino ad Aele (oggi Eilat) e Fanibia sul Mar Rosso dalle parti dell’odierna Jehdda e che aveva la sua controparte sulla costa africana dell’Egitto sulla strada che arrivava fino ad Appolonia.
I Romani tentarono anche di occupare lo Yemen con una spedizione condotta per terra e per mare dal console Aulo Gellio. Egli si addentrò in queste remote regioni superando ostacoli naturali e climatici, resi ancor più difficili dalle enormi distanze. Purtroppo sappiamo poco di questa audace spedizione e le fonti romane e greche sono quanto mai scarse al riguardo.
Aulo Gellio andava alla ricerca dell’Arabia Felix ricca di oro, gemme e profumi e certamente sarebbe stato per noi di enorme interesse poter avere qualche ulteriore testimonianza di questa grande impresa. Si sa che Aulo Gellio conquistò Iathrib, la Medina di oggi e prese il villaggio di Mekke (la Mecca); indi proseguì per altri mille chilometri verso sud, fino a giungere a Maiaba (oggi Marib) nel cuore dello Yemen. Tali conquiste, però, furono tutte abbandonate per l’impossibilità di mantenere una linea di collegamento di tale lunghezza attraverso deserti immensi ed aspre montagne.
I Romani ebbero in genere con gli arabi rapporti amichevoli. Da una famiglia di autentici beduini del deserto discese l’imperatore Filippo, detto l’Arabo, che ebbe la ventura di celebrare il primo millennio della fondazione di Roma. Gli arabi furono alleati dei Romani in quasi tutte le guerre contro i Persiani; la città di Palmira, vera città araba, fiorì specialmente sotto la regina Zenobia nel III secolo dopo Cristo, discendente da nobile stirpe del deserto.
Palmira divenne il primo grande centro culturale e politico arabo in pieno deserto. Questa straordinaria donna, che pur non sottraendosi alla sovranità romana, fece di queste terre una specie di Stato nello Stato, sostenne anch’essa i Romani contro i Persiani. Perciò fu sul confine verso la Persia che si verificò uno scontro storico che sarebbe durato a lungo: i Romani in genere trovarono negli arabi dei naturali alleati.
Si può parlare, anzi, di un vero protettorato romano su buona parte delle tribù arabe ai confini dell’Impero e di un permanente legame economico e di difesa contro i Persiani. Questo vale in modo particolare per le tribù arabe dei Gassaniti, «clientes» alleati di Roma da sempre.


I «clientes» arabi
Le guerre dei Romani contro Antioco ed in seguito l’intervento in Giudea, li avevano all’inizio del I secolo avanti Cristo messi in contatto con questo popolo di valenti guerrieri, per la maggior parte allevatori nomadi e per il resto dediti all’ agricoltura ed ai commerci, che avevano le loro sedi principali nello sterminato deserto che da loro venne detto arabico.
Gli arabi erano un popolo autoctono di questa vasta regione e avevano da tempo una forte presenza in tutto il Medio Oriente. Si pensa anzi che anche le popolazioni semitiche, che avevano dato origine alla civiltà assiro - babilonese, avessero una comune origine nella penisola araba. L’intervento romano in Palestina e in Giudea fu causato dalla situazione venutasi a creare per l’espansione degli arabi verso la valle del Giordano, sotto la guida del loro re Areta. Questi aveva grandemente esteso i propri domini che andavano ormai dall’Eufrate fino al Mar Rosso. Erano detti Nabatei e l’origine più remota del loro dominio risaliva alla loro antica origine nel forte regno di Saba, sulle montagne ricche di acqua (le uniche in tutta l’Arabia del sud-ovest) in quello che è oggi l’odierno Yemen.
Pur mantenendo rapporti col sud del Paese, i Nabatei dominavano su gran parte dell’Arabia settentrionale, ed avevano resistito con successo al tentativo di Antigono I di conquistare i territori settentrionali del loro dominio e di occupare la città di Petra. Pompeo Magno li vinse in numerosi scontri ed infine li espulse dalla Palestina e, pur lasciando intatto il loro vastissimo regno, costrinse Areta a riconoscersi vassallo dei Romani. In quest’epoca il regno dei Nabatei, oltre ad occupare nel nord del Paese estesi territori all’incirca nella parte settentrionale di quella che è oggi l’Arabia Saudita e la Giordania, arrivava lungo il Mar Rosso ad estendere il suo dominio fino a comprendere lo stesso Yemen.
Così nel 25-24 avanti Cristo i Romani, sotto la guida del console Aulo Gellio, tentarono di sottomettere con l’aiuto dei Nabatei il regno di Saba e l’Arabia meridionale, ma l’impresa, memorabile per quei tempi, non ebbe esito positivo. Questa situazione di vassallaggio del regno dei Nabatei durò tuttavia fino al 105 dopo Cristo, quando Traiano, scontento del comportamento degli arabi durante le sue campagne persiane, decise di trasformare il regno in provincia romana retta da un governatore.
Così conquistò Petra e gran parte del regno dei Nabatei, arrivando a porre una guarnigione romana fino alla lontana Leuke Kome e sulle rive del Mar Rosso, ma perdendo ogni tipo di influenza sulle tribù del Grande Deserto e nelle città di Medina e Mekka, sulle quali almeno il regno vassallo dei Nabatei esercitava una qualche forma di sovranità.
D’altro canto i Romani avevano sempre più perso interesse al controllo della costa arabica ed allo Yemen, dato che la maggior parte dei commerci con l’Oceano Indiano si svolgevano lungo la valle del Nilo, saldamente nelle mani dei Romani. Dallo smembramento del regno nabateo nasceva la fortuna dei principati arabi della parte orientale e centrale della penisola arabica. Qui sorgevano infatti due regni, quello dei Lachemenidi, esteso lungo la parte orientale della grande penisola fino al Quatar ed al Bharein e legato ai Persiani, e quello dei Gassanidi, esteso al centro e ad occidente dell’Arabia fin nel profondo deserto, legato strettamente da vincoli di alleanza e di dipendenza ai Romani.
I Gassanidi, originari anch’essi dello Yemen, in epoca romana dominavano la penisola arabica fino a Medina, dove era parte della loro gente. L’appoggio di valorosi guerrieri arabi all’esercito romano fu sempre prezioso, e specie durante tutto il III secolo dopo Cristo, nel periodo più acuto della guerra contro i Persiani, veramente essenziale. In questo periodo, anzi, la causa araba si identifica interamente con quella romana, al punto che il figlio di un autentico beduino del deserto, entrato al servizio di Roma, divenuto prefetto del pretorio, riuscì a vestire per ben sette anni la porpora imperiale e a celebrare con fasto grandioso il millenario di quella stessa Roma, che egli amò come se fosse la sua patria.
Il fatto che Filippo, detto l’Arabo, riuscisse nella incredibile impresa di diventare imperatore, cosa mai riuscita ai capi degli ausiliari sarmati o germanici, dimostra non solo l’adesione profonda alla causa romana delle tribù e dei territori arabi, ma anche l’intelligenza e la duttilità di questa razza destinata un giorno a soppiantare il dominio romano in numerose province dell’antico Impero. Inoltre il caso di Filippo l’Arabo non rimase isolato: ben più importante deve considerarsi la vicenda storica di Odainath, (Odenato) principe arabo ed anch’egli generale dell’Impero.
Dopo aver combattuto con onore in numerose campagne, si era rafforzato con le sue truppe e la sua eccellente cavalleria nella grande oasi di Palmira; da qui, senza intenzione di danneggiare Roma, ma desideroso di tenersi fuori dalle furiose lotte fratricide fra i vari pretendenti dell’Impero, non solo riuscì ad estendere il proprio dominio su immensi spazi dell’Arabia, ma anche a sconfiggere e respingere i Persiani da quasi tutti i territori abitati dagli arabi.
Fu così il primo principe arabo ad acquisire una vera supremazia contro i Persiani in Mesopotamia e lungo le grandi carovaniere verso l’ Oceano Indiano. Odainath era figlio di Hairan, capo di Tadmor, e discendeva anch’egli da una gloriosa stirpe di beduini del deserto. Fu certamente il personaggio più straordinario del mondo arabo prima di Maometto.
Nel 260 dopo Cristo sorprese l’esercito persiano di Shapur al passaggio dell’Eufrate, di ritorno dal sacco di Antiochia e lo distrusse interamente. Rioccupò Edessa e Nisibe, attaccò per due volte la capitale persiana Ctesifonte, volgendo in fuga gli eserciti sassanidi mandati in soccorso. Penetrò poi oltre il Tigri e l’Eufrate, riconquistò all’obbedienza romana anche l’Armenia ed i territori dipendenti. Avrebbe potuto proclamarsi re di tutto l’Oriente, ma si rifiutò di promuovere una secessione ed anzi mise a morte, senza tanti complimenti, l’usurpatore Quietus, pur di mantenere l’unità dell’Impero.
Per sé tenne solo il titolo di «Corrector totius orientis». Una congiura di famiglia (fu ucciso dal nepote Moenius) lo condusse a prematura morte e la moglie Zenobia ne occupò la prestigiosa posizione per conto del figlio Wahab-allath, che gli orientali chiamavano anche Atenodoro.
Appare così per la prima volta nella storia di queste regioni il nome di Wahab, dato ad un principe arabo che governerà, seppure per breve tempo, l’Oriente e lo stesso Egitto, come collega dell’imperatore Claudio Gotico. Zenobia, sua madre, fu forse l’unica donna araba cui fu consentito dall’educazione romana di condurre vita pubblica e di occuparsi di affari politici. La sua straordinaria energia ed intelligenza le consentì di occuparsi di teologia e filosofia e di avere un posto permanente nella storia. Catturata infine dall’imperatore Aureliano, fu trattata con il massimo rispetto, ma costretta all’esilio in Italia, dove in una splendida villa nella città di Tivoli, vicino a Roma, visse serenamente gli ultimi anni della sua vita.
L’alleanza fra arabi e Romani durerà ancora per molti secoli. Nel 522 l’imperatore Giustino I restaurava il Regno dei Gassanidi e proclamava re, sotto il suo protettorato, Hirath, che prendeva anche il titolo di patrizio romano.
La nuova dinastia durerà fino alle conquiste di Maometto, quando gli arabi nella loro grande espansione si insediarono in Africa ed in varie province anche sulla struttura di quell’Impero Romano d’Oriente che avevano con molto valore difeso nei secoli passati.

Traiano, 53 d.c. - 117 d.c. Imperatore dal 98 d.c. all 117 d.c.

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