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Rivolta contro il
mondialismo
moderno

Attualità
rivoluzionaria
dell’opera di Julius Evola nell’era della globalizzazione
Carlo Terracciano
“E anche se non dovesse verificarsi la
catastrofe temuta da alcuni in relazione all’uso delle armi atomiche, al
compiersi di tale destino tutta questa civiltà di titani, di metropoli
di acciaio, di cristallo e di cemento, di masse pullulanti, di algebre e
macchine incatenanti le forze della materia, di dominatori di cieli e di
oceani, apparirà come un mondo che oscilla nella sua orbita e volge a
disciogliersene per allontanarsi e perdersi definitivamente negli spazi,
dove non vi è più nessuna luce, fuor da quella sinistra accesa
dall’accelerazione della sua stessa caduta”…potrebbe salvare l’occidente
soltanto un ritorno allo spirito Tradizionale in una nuova coscienza
unitaria europea”.
(Julius Evola, Rivolta contro il mondo
moderno)
“E’ allora che anche sul piano
dell’azione potrebbe venire in evidenza il lato positivo del superamento
dell’idea di patria, sia come mito del periodo romantico borghese, sia
come fatto naturalistico quasi irrilevante ad unità di diverso tipo:
all’essere di una stessa patria o terra, si contrapporrà l’essere o non
essere per una stessa Causa”. (Julius Evola, Cavalcare la tigre)
“Conosco il mio destino. Un giorno si
ricollegherà il mio nome al ricordo di qualcosa di enorme, d’una crisi
come mai ce ne furono sulla Terra, del più formidabile urto di
coscienze, d’una dichiarazione di guerra a tutto ciò che fino allora era
stato creduto e santificato. D’ora in poi il concetto di politica entra
in piena fase rivoluzionaria, tutte le formazioni di potenza della
vecchia società saltano in aria perché tutte riposano sulla menzogna: ci
saranno guerre come mai se ne videro al mondo. DA ME IN POI COMINCIA
SULLA TERRA LA GRANDE POLITICA”.
(Friedrich Nietzsche, Ecce
Homo / Perché sono una fatalità)
“Rivolta contro il mondo moderno”,
l’opera fondamentale di Julius Evola, uscì in prima edizione italiana
nel 1934 e già l’anno successivo veniva pubblicato nella Germania
Nazionalsocialista. Un testo rivoluzionario che ha rappresentato, per
uomini di luoghi lontani e di diverse generazioni, una vera e propria
“folgorazione”, un cambiamento radicale di prospettive ed aspettative,
di “Visione del Mondo” nell’epoca del tramonto dell’occidente,
alla fine del ciclo epocale, il Kali-yuga della tradizione
induista, l’èddico Ragna-Rökkr o l’ “Oscuramento degli Dei” delle
saghe nordiche.
ANNI “FATALI”
Un
anno importante il 1934, in un decennio che rappresentò una svolta nei
destini dell’Europa e dell’intero pianeta. In Germania Hitler da poco
Cancelliere del Reich si apprestava a gettare le basi di una rinnovata
potenza tedesca mitteleuropea, assetata di Lebensraum, che
avrebbe incendiato da un capo all’altro il continente, quell’Europa che
rappresentava ancora, geopoliticamente parlando, il motore della
politica mondiale. In essa infatti risiedevano ancora i centri politico
militari, economici ed intellettuali di piccole nazioni in possesso di
grandissimi imperi coloniali: la Gran Bretagna, come sempre più rivolta
agli oceani aperti che al retroterra continentale, la Francia che
preparava nelle proprie scuole ed università quelle élites
rivoluzionarie di Asia e d’Africa, le quali nella seconda metà del XX°
secolo avrebbero guidato le lotte di liberazione nei rispettivi paesi
proprio in nome della Libertè ed Egalitè (per la
Fraternitè ci sarà sempre tempo..) degli “Immortali Principi” che
avevano fatto potente Parigi e succube il mondo.
L’Italia, per parte sua, sotto il segno del fascio romano, cercava il
suo spazio nella geopolitica marittima, al la ricerca di un impero
unitario mediterraneo-africano che le aprisse le porte dell’Oceano
Indiano e delle grandi rotte commerciali e politiche. Ad Est “l’Uomo
d’Acciaio”, Stalin, liquidava, purga dopo purga, i rottami cosmopoliti
di una rivoluzione trotskijsta-bolscevica che aveva inteso utilizzare
l’impero russo come trampolino del marxismo mondiale, trasformando
invece questo nella bandiera dell’espansionismo politico e poi militare
della Russia Sovietica in Eurasia e oltre. Nell’acciaio e nel sangue il
Piccolo Padre della Santa Russia Rossa aveva gettato le basi della
industrializzazione e modernizzazione di un impero che sarebbe diventato
la seconda potenza mondiale, in grado di contendere per quasi mezzo
secolo il mondo al vero vincitore finale. In estremo oriente era
l’Impero Nipponico a levare la bandiera solare in nome dell’unità
asiatica antioccidentale, ma anche in antitesi al gigante cinese
dilaniato da guerre intestine e occupazioni straniere di grandi parti
del territorio nazionale. E già Mao marciava… Ma sarebbe stata alfine la
più giovane nazione americana a prevalere su tutti, imponendo al pianeta
il dominio della propria potenza militare e politica, della tecnologia,
della propria moneta, della lingua inglese, del modello di vita yankee,
nonché il controllo mediatico sugli strumenti di comunicazione di massa
del globo: in una parola la globalizzazione. L’America, il mito
americano del progresso tecnologico e dell’efficientismo fordista,
rappresentava e rappresenta il coronamento di quel processo di
modernizzazione contro il quale J. Evola aveva scritto il testo più
completo ed esauriente dal punto di vista della visione del mondo
Tradizionale. E si tenga presente che “modernizzazione” qui non va
intesa solo in senso tecnico-scientifico, nel quale tutto sembra oggi
risolversi, bensì come visione “idealtipica” del reale, della Storia e
della vita: “Mondo moderno e mondo tradizionale – affermava Evola
nell’introduzione – possono venir considerati come due tipi
universali, come due categorie aprioriche della Civiltà”. La
quale affermazione, per inciso, taglia la testa al toro su tutta la
polemica sul rapporto tra uomo e macchina, tra essere uomini della
Tradizione e usare la tecnologia più avanzata.
Con
l’implosione dell’URSS, ultimo anello di una catena plurisecolare, non
solo si sbarazzava il campo da un’ideologia concorrente con pretese di
universalismo e scientificità: “Si affermava una nuova filosofia della
Storia. L’idea che il cammino dell’umanità abbia un senso. A questo
senso fu dato il nome di globalizzazione”.
DETERMINISMO E GLOBALIZZAZIONE
Questa idea di un fatalismo monocentrico e unidirezionale dei
destini di tutti i popoli, in marcia (seppur in ordine sparso su vari
livelli di “progresso”), verso un’unica meta di “redenzione che instauri
il paradiso in Terra” non è certo nuova. Siamo di fronte all’ennesima
riproposizione della concezione biblica linear-progressista di una
storia unitariamente intesa, ovviamente sul modello dell’occidente. Essa
parte dal creazionismo, si manifesta nella perfezione di un Eden
originario, nel quale l’Uomo è la creatura per antonomasia, passando poi
ad una caduta (nel peccato d’orgoglio, nella divisione del
lavoro, nella rottura del Patto con dio, ecc. …), e tramite una
redenzione (Cristo, Marx , il Messia…) all’ascesa verso la nuova
perfezione, tramite la catarsi purificatrice (dell’Olocausto, della
Lotta di Classe, del Giudizio Universale).
Questa ideologia fondamentalista d’impronta giudeo-cristiana ha trovato
in America la terra di massimo radicamento, divenendo l’infrastruttura
ideologica portante, lo strumento propagandistico indiscusso ed
indiscutibile per l’affermazione dell’imperialismo capitalista,
dell’espansionismo economico e politico USA, seguendo le direttrici
delineate dalla Geopolitica per la più grande potenza talassocratica mai
apparsa sull’orbe terracqueo. Il “Destino Manifesto” rende gli americani
nientemeno che i portavoce e gli esecutori della volontà di dio in
terra. Chi vi si oppone si oppone a dio stesso, quindi più che un
criminale è il Male personificato o perlomeno un suo strumento nel mondo
che vorrebbe dominare in contrasto con i “predestinati” della Seconda
Israele, gli USA appunto. Accusando volta a volta i demonizzati nemici
di turno, Hitler o Stalin, Mao o Khomeini, Saddam Hussein o Milosevic
(!), fascismo/nazismo, comunismo o islamismo, di voler “conquistare il
mondo”, le élites economiche, politiche ed intellettuali statunitensi
hanno ottenuto esattamente lo scopo prefissato: appunto…conquistare
il mondo!
Credere che la Globalizzazione sia una necessita’ ineluttabile
della Storia, un processo naturale ed automatico, impersonale ed
autogenerantesi sul cammino del Progresso, non soltanto è l’
accettazione senza riflettere un falso ideologico, ma rappresenta già
una sconfitta strategica, determinata dall’assunzione acritica della
visione del mondo dell’avversario. Chi dà per scontato l’ altrui assioma
di partenza, per quanto laicizzato e storicizzato esso si presenti, ha
già perso prima di cominciare a lottare. Si introita mentalmente
l’impianto ideologico portante impostoci dall’avversario contro il quale
si vorrebbe combattere; e ciò in nome di un’utopia egalitaria e
assolutamente livellatrice che è esattamente funzionale ai progetti di
globalizzazione totale del Capitalismo, al termine del suo processo
espansionistico. Processo degenerativo che s’ identifica ogni giorno di
più con la distruzione accelerata delle economie subordinate, delle
risorse energetiche e del ’ecosistema nel suo complesso: etnocidio e
spesso genocidio tout court. Il mito mobilitante di “Progresso”
indefinito e necessario, prodottosi nella fase della secolarizzazione e
laicizzazione del Pensiero Unico, radicato nel biblismo in specie di
matrice protestante-calvinista, all’inizio del suo III millennio si è
rovesciato nel suo contrario, ma non ancora nel suo “opposto”.
“IL”PROGRESSO” CHE UCCIDE
Biotec, clonazione, mutazioni genetiche animali e vegetali,
manipolazioni del DNA con la scusa di migliorare e prolungare la vita,
sconvolgimenti climatici e ambientali, scomparsa di specie animali e di
culture umane differenziate, ecc… stanno convincendo sempre più persone
al mondo che il cosiddetto “progresso”, imposto dall’Occidente al resto
del mondo, si è rovesciato nella prospettiva di una catastrofe
incontrollata e sempre più incontrollabile nel futuro prossimo. Non un
progresso dunque, ma un regresso che ha determinato una perversa
disintegrazione di ogni tessuto sociale e comunitario, un cancro
devastante che calcifica ogni struttura organica delle società in ogni
più remoto anfratto del pianeta, una autofagocitazione della specie
umana, avviata in breve a quella che è stata definita la “Sesta
Estinzione”, dopo le precedenti delle specie che ci precedettero nel
dominio della Terra. Il modernismo, il progresso tecnico, le macchine
sono divenute in prospettiva gli elementi distruttori del pianeta; gli
scienziati, sempre più folli e incontrollabili, una casta intoccabile di
“apprendisti stregoni” della distruzione: “Se questo è il progresso,
vogliamo tornare al passato”, dice la vecchia saggia Masai di fronte
alla siccità e alla desertificazione causate dai cambiamenti climatici.
Il giornalista e scrittore Massimo Fini ha paragonato il mondo
globalizzato ad un treno in corsa che, oramai senza più freni, aumenta
esponenzialmente la sua velocità, destinato a deragliare e schiantarsi
con tutti i suoi occupanti. Per di più carico di esplosivi e veleni tali
da annientare la Terra stessa ed ogni altra forma vivente. E già i
macchinisti responsabili del disastro futuro preparano le armi per
difendersi dalla reazione dei popoli, pensando di preservarsi dalla
catastrofe nell’inespugnabile fortezza-continente nordamericana. A tale
lenta e confusa presa di coscienza dei pericoli della globalizzazione
non corrisponde d’altra parte una chiara cognizione delle cause,
prossime e remote, del fenomeno e dei suoi agenti; né tantomeno un
progetto realistico di resistenza e riscossa. Al massimo si è contro gli
effetti della globalizzazione, ma non opposti ad essa, alle sue vere
cause. Al contrario, da parte delle mille realtà genericamente
etichettate come “antiglobal” (portatrici peraltro di interessi ed
esigenze le più disparate, sconnesse e persino conflittuali tra loro),
non si propone altro che una “globalizzazione dal basso”, che
tenga conto tutt’al più del miglioramento del tenore di vita della
maggioranza povera del pianeta, preservando contemporaneamente
l’habitat, che salvi le culture che fanno la ricchezza del mondo
abbattendo contemporaneamente i confini e portando a compimento il
processo di eliminazione delle differenze nazionali !
Tutto ed il contrario di tutto: cioè il Niente.
IL VOLTO DISUMANO
DELLA GLOBALIZZAZIONE
Una
“globalizzazione dal volto umano” è un’assurdità che si contraddice
nella sua stessa formulazione di base; l’ennesima riformulazione di un
riformismo interno al Sistema Globale che ne perpetua le ingiustizie,
cercando di convogliare l’istintiva rivolta autodifensiva dei popoli in
un vicolo cieco. Banche e istituzioni finanziarie, lobbies industriali e
supergoverno mondiale si dimostrano “umani” solo quando ciò coincide con
i loro interessi. Un solo esempio: l’annullamento del debito è
certamente una causa giustissima, un minimo atto riparatore per paesi
depredati da decenni delle proprie ricchezze. Il debito totale delle
nazioni in via di…”sottosviluppo” ha largamente superato l’astronomica
cifra di 2.500 miliardi di dollari ma.. non è un “dono umanitario”
dei governi bensì una necessità vitale delle Banche Mondiali che ne
determinano la politica interna ed estera. Il credito vantato sarebbe
comunque inesigibile, anche solo negli interessi maturati, date le
condizioni disastrose delle economie del Sud del mondo.
Una
generale dichiarazione di insolvibilità della maggioranza dei paesi
della Terra getterebbe nel panico i mercati e potrebbe persino
determinare il crollo di tutto il sistema finanziario, accelerando
l’inarrestabile declino del capitalismo, che è sempre più fragile quanto
più è globale. L’”umanitario” azzeramento del debito oltre ad evitare
scenari apocalittici per l’Alta Finanza Mondiale, ha poi come
contropartita l’accettazione da parte degli stati debitori di ulteriori
vincoli, anche politici, e l’abbattimento di ogni difesa contro la
liberalizzazione dei mercati che è proprio la cau-sa prima che ha
determinato la miseria e l’indebitamento. Ricordiamo come Ceausescu fu
rovesciato ed ucciso in Romania una settimana dopo aver saldato fino
all’ultimo centesimo del debito estero rumeno. Fondo Monetario
Internazionale, Banca Mondiale, Stati Uniti e paesi ricchi non
permettono a nessun stato di uscire dalla dipendenza finanziaria, la
nuova forma schiavistica del capitalismo nel XX e XXI secolo. L’utopia
dell’eguaglianza mondiale nel benessere e nell’abbondanza, propria
di chi auspica una globalizzazione dal basso, non solo è in sintonia con
gli interessi delle multinazionali ad espandere il mercato in verticale,
in profondità, ma determinerebbe un livellamento culturale e politico
totale, nonché la distruzione dell’ecosistema. Dev’essere ben chiaro al
Nord del mondo che una più equa redistribuzione di beni e servizi nel
mondo, passa soltanto attraverso un processo rivoluzionario, locale e
generale, che rovesci i parametri culturali ed economici di riferimento
anche nei paesi ricchi; rivoluzione che li renderebbe meno “ricchi” in
termini di Pil e di consumi pro capite, certo più “spartani” nel vivere,
ma anche più liberi dai potentati mondiali, in un ritrovato rapporto
armonioso con la natura e la propria comunità d’appartenenza. Quello
invece auspicato da tutti i cultori della globalizzazione, comunque
intesa, sarebbe alla fine un rimedio peggiore del male. La “cura”
proposta, se avrà successo…ucciderà il paziente. Non prima però di
averlo depredato di tutto. L’astuzia di un sistema globale che proclama
di migliorare le condizioni di vita delle classi e dei popoli subalterni
è infatti anche quella di renderli tutti comunque produttori-consumatori
del sistema capitalista globale, per allargare il mercato unico dei
prodotti standardizzati: non solo in senso orizzontale e geografico, ma
verticale interclassista, aumentando nei minimi accettabili al Sistema
stesso il credito e la disponibilità monetaria per l’acquisto di nuovi
beni o servizi. In termini marxiani diminuire la “pauperizzazione
assoluta”, per aumentare il profitto espandendo il mercato, e quindi
allargare la forbice della “pauperizzazione relativa”. In termini
informatici il “Digital Divide”, il gap tecnologico-informatico
che allontana strati sociali e popoli che accedono alla realtà virtuale
o no. Gli antiglobalizzatori della “sinistra” moderata, (per quanto
ancora contino certe definizioni ottocentesche oramai superate),
riciclatisi dall’internazionalismo proletario a quello liberista di
mercato, sono d’accordo nel volere e/o accettare (cosa che all’atto
pratico è la stessa), la globalizzazione. Quella che auspicano costoro è
solo una globalizzazione di segno contrario e non il contrario
della globalizzazione.
In
termini politici sono dei riformisti interni al Sistema Globale e non
dei rivoluzionari ad esso opposti.
MONDIALISMO E GLOBALIZZAZIONE
La
prima battaglia da combattere è quindi quella terminologica, perché essa
assume valore sostanziale nelle scelte di una realistica
contrapposizione antagonista al Nuovo Ordine Mondiale. La
globalizzazione, lungi dall’essere una “fatale necessità”, una tappa
irreversibile ed anzi auspicabile sulla “via del progresso”, non è che
l’effetto di una causa o, se si vuol essere meno genericamente
deterministi, lo strumento di una strategia mondiale condotta,
coscientemente e volutamente per decenni se non per secoli. E
se di determinismo si deve parlare, è su un piano metapolitico e persino
metafisico che si deve spostare l’attenzione, come diremo in seguito
trattando della concezione Ciclica della Storia.
La
globalizzazione dei mercati non avrebbe potuto realizzarsi senza una
preventiva opera preparatoria politica e culturale spesso imposta con
l’uso delle armi e l’invasione militare: solo nel secolo scorso ci sono
volute due guerre “mondiali” (appunto) e decine e decine di guerre
locali, colpi di stato, stragi e genocidi, per realizzare l’One World
americanocentrico. Noi definimmo, e non da ora, questo progetto a
respiro planetario mondialismo. Una delle più complete
esplicazioni di questo termine ce la offre Giuseppe Santoro nel suo
“Dominio globale. Liberoscambismo e globalizzazione”, un volumetto
di cento pagine che dovrebbe rappresentare il “libretto rosso” di
ogni vero rivoluzionario antimondialista. Scrive Santoro: “Il
Mondialismo, in sintesi, è un’ideologia (e una prassi culturale, sociale
e politica) universalista promossa da istituzioni internazionali
politico-militari (ONU, NATO) ed economico finanziarie (Banca Mondiale,
Fondo Monetario, WTO, Nafta, ecc…), da associazioni private (Council on
Foreign Relations, Trilateral, Bilderberg, massoneria ecc..)
[aggiungeremo noi anche religiose: Vaticano con la sua “pupilla”, l’Opus
Dei, Consiglio Mondiale ebraico, sette varie protestanti e non] e da una
fitta rete di lobbies e di organizzazioni internazionali di “consulenza”
politico-sociale-culturale e massmediale (agenzie d’informazione,
industria cinematografica ecc…), la cui principale base tattica è
costituita dagli Stati Uniti.” Ed ancora: “L’obiettivo del
mondialismo è la creazione di un unico governo o amministrazione (il
Nuovo Ordine Mondiale), di un unico assetto politico, istituzionale e
sociale (il liberalismo), di un unico sistema di valori (l’individualismo-egalitarismo-dottrina
dei “Diritti dell’Uomo”), e quindi di un unico insieme di costumi e di
stile di vita (il consumismo) estesi a tutta la Terra e funzionali al
dominio assoluto da parte delle forze politiche, economiche e culturali
che lo incarnano: le élites della finanza mondiale”.
Santoro è anche autore di “Il mito del libero mercato”,
approfondito studio sugli “economisti classici”.
E’
evidente da quanto scritto finora che il Mondialismo non è un meccanismo
anonimo, senza volto, senza capo né coda, metastaticamente
autoriproducentesi; un dato oggettivo scisso dall’intervento di idee, di
pochi uomini e ben identificate istituzioni, che in tal caso sarebbero
esse stesse oggetto e non soggetto del processo. Chi la pensa così
ragiona in termini di un fuorviante determinismo meccanicista che la
dice lunga sui devastanti effetti della falsificazione
storico-ideologica condotta per secoli: dall’Illuminismo, al liberismo e
al marxismo, passando per l’hegelismo di “destra” o di “sinistra”.
RAZZA PADRONA
Del
resto, per fare un solo esempio, anche in termini di credito, pochi
supercapitalisti posseggono fortune ben superiori a molti stati: gli
americani Bill Gates, Larry Hallison, Warren Buffett e Paul Allen sono
proprietari di fortune che corrispondono a quelle delle 42 nazioni più
povere messe insieme, cioè 600 milioni di uomini, un sesto degli
abitanti del pianeta! I “decision makers” della politica
mondiale, possessori di tutte le banche, di interi settori industriali
e commerciali, delle fonti energetiche e strategiche, i suggeritori più
o meno palesi della politica dei governi e delle istituzioni
internazionali, appartengono a 13 clan familiari. In ordine alfabetico:
Astor, Bundy, Collins, Dupont,, Freeman, Kennedy, Li, Onassis,
Rockfeller, Rothschild, Russell, Van Duyn, Windsor.
La
“razza padrona mondialista” vive in posti esclusivi, frequenta solo i
propri simili, salvo quando deve concedersi a folle osannanti; essa si
incrocia tra sé e decide per tutti.
La
razza padrona non ha patria, solo passaporti , spesso più d’uno. Sua
patria è appunto il mondo. Sono apolidi di lusso, cosmopoliti per
vocazione ed interesse, pària che, nell’epoca del rovesciamento delle
caste, si trovano ai vertici della piramide politica e sociale. Sono
loro i ” padroni di casa” nelle riunioni del Bilderberg, della
Trilateral, del CFR. Talvolta guidano direttamente stati e governi, come
i Kennedy ed i Windsor. A loro tutto è permesso: dalle guerre alle crisi
economiche e finanziarie guidate, fino ai più prosaici omicidi per
motivi di corna (chi ricorda il caso Palme?).
Per
costoro riservatezza, menzogna e segreto sono strumenti assolutamente
indispensabili di dominio. Parlare dell’ineluttabilità “oggettiva” e
amorfa del processo di globalizzazione in atto è il loro strumento per
nascondere la causa, manifestando l’effetto. Nella più generosa delle
ipotesi imporre al mondo i propri parametri di riferimento, la propria
visione cosmopolita delle relazioni internazionali. Cattolici,
protestanti o ebrei, ma anche mussulmani o confuciani o semplicemente
agnostici o atei, sono tutti portatori di una unica visione e stile di
vita, che è esattamente quello del “Mondo Moderno” contro il quale
Evola scrisse la sua “Rivolta…”. Il semiologo ebreo americano Noam
Chomsky, teorico antiglobal pur usufruendo della cattedra al MIT (Massachussets
Institute of Technology) è da sempre uno dei critici più feroci
del capitalismo e imperialismo e definisce i padroni della finanza
mondiale un “Senato virtuale”, cui i governanti del mondo devono
rendere conto, alla faccia dei cittadini che li hanno eletti: “Il
senato virtuale è un gruppo di investitori capaci di governare nazioni
tramite i flussi di capitale, le oscillazioni di borsa e la regolazione
dei tassi di interesse. Appena uno stato ipotizza scelte nell’interesse
collettivo come il welfare o l’autodeterminazione, loro minacciano di
portare all’estero i capitali. Gli USA e tutti i governi più potenti
sono fantocci manipolati da questi senatori mascherati. Un tempo
c’erano i dittatori, adesso ci sono i tiranni privati. Fanno gli
stessi danni, ma non hanno responsabilità pubbliche”. Eccoci
finalmente in buona compagnia con un uomo che certo non sarà accusato di
“cospirazionismo complottista”, tipo “Savi Anziani…” ecc. Semmai
aggiungeremo che il “Senato Virtuale” ha ben altre armi che quelle
finanziarie, per piegare governi e popoli al suo volere: dai media
all’informatica, dai moti di piazza ai golpe militari, fino alla guerra
dichiarata, con tanto di “armi intelligenti”. In Serbia recentemente è
stato usato di tutto: rivolte etniche, guerriglia, guerra dichiarata
(anzi..” intervento umanitario”), anche se alla fine l’ha vinta il
denaro. E si sono letteralmente venduto il capo!
Ma è
ancora una volta il Santoro a offrirci il giudizio più netto sulla
pretesa ineluttabilità ed impersonalità del processo storico che
stiamo vivendo: “Infatti la cosidetta globalizzazione – economica,
politica, culturale e dei costumi di tutti i popoli della Terra – non è
in alcun modo un fenomeno ‘naturale’ o necessario o ineluttabile
determinato dalle leggi interne di un qualche inarrestabile ‘sviluppo’
del mondo (da un punto di partenza ad uno di arrivo: Nuovo Ordine
Mondiale, Fine della Storia, Regno di Dio, Comunismo mondiale o chissà
che altro delirio apocalittico); essa non è ‘nella logica delle cose’
(quale logica e quali cose ?); essa non è la condizione oggettiva ed
autonoma cui occorre adeguarsi come ad una irrevocabile volontà divina
(di quale dio ?); la globalizzazione è solo l’obiettivo pratico e
deliberato che uomini concreti, tramite organizzazioni con tanto di nomi
e di sede legale, sistemi informativi, massmediali ed editoriali – non
forze oscure e imperscrutabili dell’universo – vogliono raggiungere per
il proprio tornaconto personale e di gruppo (anche se ciò non esclude,
anzi, la presenza di conflitti interni o di resistenze esterne). Tutto
qui”. [Giuseppe Santoro, “Banchieri e camerieri. Sovranità monetaria
e sovranità politica”]. Semplice, no?…
“DESTRA” e “SINISTRA”
NEL MONDO GLOBALIZZATO
Sul
piano pratico, dell’azione, la pretesa impersonalità e ineluttabilità
del processo di globalizzazione determinano volutamente nelle masse un
fatalismo impotente, camuffato negli intellettuali compatibili col
Sistema sotto le spoglie accattivanti dell’impegno metapolitico ed
intellettualistico fine a se stesso. L’ennesima riproposizione, ma molto
meno nobile, dell’apolitìa degli sconfitti e dei falliti che si
cercò, falsamente, di attribuire allo stesso Evola di “Cavalcare la
tigre” o “L’arco e la clava”. Se una volta militanti di
destra e di sinistra puntavano a conquistare il Potere per affermare le
loro speranze in un Mondo Nuovo, oggi molto più borghesemente si
accontenterebbero del …“podere”! Minimalismo e localizzazione sono
diventati l’alibi del disimpegno e del riflusso nel privato, facendolo
passare per il massimo dell’impegno possibile contro i poteri forti;
quasi che nel mondo moderno fosse possibile ritagliare oasi, isole di un
vivere alternativo, alieno alla società circostante ed anzi alternativo
ad essa. Chi ricorda le “comuni” dei sessantottini ? Con l’aggravante
che questa ennesima esaltazione incapacitante della sconfitta e della
fuga dal mondo non più in una “torre d’avorio” ma direttamente in una
stalla, viene spacciata per il massimo del “comunitarismo” e
dell’impegno: insomma un Comunitarismo senza comunità. Per pochi
eletti che hanno capito tutto (?) e fatto niente (!). La sinistra,
ma anche buona parte della destra, che pur contestano la globalizzazione
dall’alto, ne hanno accettato aprioristicamente la filosofia di fondo,
l’ineluttabilità delle tesi, i principi filosofici e le utopie
livellatrici; sono all’interno del fenomeno Globalizzazione, seppur
criticandone errori ed orrori, e non lo sanno. L’internazionalismo
proletario di ieri si chiama oggi “antiglobal”, ma è certo più globale
che “anti”. La destra, che aveva avuto ben altri strumenti concettuali
di comprensione e opposizione, partendo dagli studi sul Mondialismo,
sulla Geopolitica, sulle tradizioni e su tutta l’opera di maestri di
pensiero come Evola, Guénon, Nietzsche, Spengler, Sorokin, Lorenz,
Sombart, Weber e via elencando, come al solito non ha capito
niente ed è rimasta al palo. Anzi spesso è persino regredita
politicamente ed ideologicamente rispetto alle analisi ed all’azione
politica anticipatrici degli anni ‘70 ed ‘80. Questa serie di
considerazioni ci porta ad esprimere un giudizio definitivo e senza
appello su tutto un ambiente sub-politico, definito genericamente
“area”, forse perché fatto d’aria e di vuote parole al vento, della
destra, neo/post/ultra “fascista”.
CONTRO TUTTI I NOSTALGISMI
Il
Fascismo, come fenomeno storico e politico europeo è definitivamente
defunto nel maggio del 1945. Una sconfitta peraltro orgogliosa, con
le armi in pugno, a differenza del comunismo marxista europeo crollato
meno di mezzo secolo dopo con l’implosione dell’URSS e dei suoi
satelliti. E’ comunque un dato di fatto irreversibile che le due forme
di modernizzazione e mobilitazione di massa sono uscite sconfitte dallo
scontro con l’America. E’ il modello americano che ha trionfato nel XX
secolo, dando l’impronta appunto al Mondialismo globalizzatore su tutta
la Terra. Geopoliticamente è l’Eurasia (+ Africa ed America Latina) ad
uscire, per ora, sconfitta dal confronto-scontro con il “Nuovo mondo”,
per un Nuovo Ordine Mondiale. Il cosidetto “neofascismo” o “neonazismo”
del secondo dopoguerra è stato tutto un grande equivoco, talvolta
tragico, molto spesso comico e farsesco. Alimentato anche dai suoi
nemici interessati.
Quella che impropriamente viene definita “estrema destra” non si è mai
ripresa dal trauma della sconfitta bellica, dei suoi capi morti e/o
massacrati, abbandonati da tutti al ludibrio della feccia, della
plebaglia osannante fino al giorno prima. L’immagine di Mussolini e dei
gerarchi con i piedi al cielo pesa come un macigno su più di una
generazione politica , che non l’ha mai rimossa. Così come l’8 settembre
ha rappresentato una svolta epocale, la fine dell’Italia come Nazione
per tornare ad essere l’espressione geografica contenente qualche decina
di milioni di persone parlanti più o meno la stessa lingua.
La
propaganda martellante dei vincitori ha additato i fascismi come il Male
personificato; tanto da identificarsi spesso gli stessi seguaci in
questo ruolo invertito, come estrema forma di contestazione ed
autoriproduzione. Il nostalgismo, la formalità esteriore, la castrante
esaltazione della sconfitta, il culto quasi necrofilo del passato, il
“ducismo” senza Duce unito ad uno spontaneismo anarcoide (armato o
disarmato), sono stati altrettanti fattori di impotenza politica e
sociale, mentre il mondo cambiava vorticosamente emarginando sempre più
la destra nel ghetto costruito con le proprie mani. Ovviamente il
nostalgismo neofascista, comunque riciclato, è la negazione stessa
del fascismo storico, che fu un movimento di mobilitazione
rivoluzionaria delle masse, un movimento di giovani rivoluzionari in
tutta Europa, basato sullo slancio vitale, sulla giovinezza, indirizzato
al futuro, intenzionato a vincere e dominare; proprio come il Comunismo
rivoluzionario dei Lenin, dei Trotskij, degli Stalin. Certamente
entrambi rapportati al mondo della prima metà del secolo passato. E si
consideri che stiamo parlando della parte migliore della destra, di
quella minoritaria che non ha accettato tout court di allinearsi
al Sistema, di divenire il cane da guardia dell’ordine costituito.
Quest’altra destra, che invece ha capito benissimo in che direzione va
il mondo, si è semplicemente sbarazzata di ogni bagaglio storico e
culturale per passare armi e bagagli nel campo dell’avversario, del
liberal-capitalismo, dell’America, del Sionismo, del Mondialismo.
Questi arrivisti di vera destra rappresentano non certo il nemico
principale, eppure il più prossimo, essendo la loro massima ambizione di
neofiti mercenari quella di dimostrare al nuovo padrone la piena
affidabilità del servo da poco acquistato. vesi, l’esaltazione della più
bestiale repressione poliziesca (senza neanche più il coraggio di
scendere in piazza per un confronto diretto), l’anticomunismo senza più
comunisti, l’allinearsi ad ogni iniziativa antipopolare e la perfetta
identificazione nella politica estera americana e sionista sono fatti
così noti ed evidenti da non dover spendere troppe parole in merito. Nei
casi più estremi(sti) si fa pura opera di provocazione nostalgica e
integralista da sagrestia, sempre ben nascosti dietro la rassicurante
divisa e manganello della polizia di Regime, per rilanciare uno scontro
destra-sinistra, rosso contro nero, che sarebbe quanto di più funzionale
al Sistema mondialista in ambito nazionale, se non fosse tanto
anacronistica da essere inutilizzabile persino per i “servizi” che la
gestiscono, dentro e fuori i confini nazionali. Non c’è bisogno di
aggiungere che l’antifascismo di certa sinistra di sistema, altrettanto
ridicolo e nostalgico, serve da pendant all’anticomunismo becero
della destra più o meno estrema. Post-fascismo e neo-comunismo marxista
continuano così a combattersi ed elidersi a vicenda, a maggior gloria
della razza padrona che traccia i destini dell’Italia,
dell’Europa, del mondo intero.
Per
i nostalgici dalla “dura cervice” e dal collo torto all’indietro,
bianchi, rossi o neri che siano, è quindi evidente e comprovata
l’impossibilità di confrontarsi con la realtà del presente e tantomeno
con le sfide del futuro. E non è soltanto l’assoluta mancanza di
prospettiva storica a renderli impermeabili di fronte alle novità. E’ la
concezione stessa del tempo, dello spazio e dell’Eternità che non
permette agli uomini del mondo moderno di essere …moderni perché
antichi, o più semplicemente Uomini eternamente rinnovantisi nelle
vicissitudini della storia. Va da sé che esiste un iato insormontabile
tra la “destra” ed il pensiero tradizionale di Evola.

ATTUALITA’ DI JULIUS EVOLA
Abbiamo già ricordato che Julius Evola scrisse “Rivolta contro il
mondo moderno” negli anni Trenta. Quando vergava quelle pagine
ancora attuali il mondo era ben differente dal nostro all’inizio del
nuovo millennio: non esisteva l’energia nucleare prodotta dall’uomo e si
iniziavano gli studi per produrre l’arma più devastante, non c’era
ancora la TV, il computer e tantomeno internet. L’avventura nello spazio
esterno, l’allunaggio, le missioni esplorative su Marte e nel sistema
solare erano soltanto frutto della fervida fantasia degli scrittori di
fantascienza. Non era stata identificata la mappa del genoma umano, non
c’erano biotecnologie e clonazione e ben pochi sapevano cosa fossero
etologia ed ecologia. L’era dell’industrializzazione avanzava con passi
da gigante solo in America e nell’Europa occidentale, peraltro ancora in
gran parte con popolazione agricola e città a misura d’uomo. E sul piano
politico era ancora l’Europa il centro del mondo, con i suoi imperi
coloniali, la sua cultura, la sua borghesia. La globalizzazione era agli
inizi, tenuta a freno proprio dall’esistenza di più poli politici ed
economici ancora vitali. L’America era ancora lontana dal realizzare il
suo progetto di dominazione mondiale le cui linee erano state tracciate
da ideologi e geopolitici già nel XIX secolo. Persino la chiesa, già
avviata sulla via di un’inarrestabile decadenza, faceva ancora una certa
presa sugli animi e i comportamenti del popolo minuto, mentre la
Politica dominava ancora l’economia negli stati “totalitari” più
importanti, dalla Germania alla Russia, dall’Impero Nipponico all’Italia
di Mussolini. Un mondo lontano da noi 60/70 anni in termini temporali,
secoli e secoli per mentalità, organizzazione sociale, tecnologia,
rapporto tra economia e politica.
Ciò
nonostante se rileggiamo oggi le pagine di Evola rimaniamo colpiti
dall’attualità dell’analisi, specie nella seconda parte su “Genesi e
volto del mondo moderno”. Le sue conclusioni sul “tramonto
dell’Occidente”, come quelle di Spengler, i suoi giudizi sferzanti su
Russia ed America e in generale sul ciclo che si chiude, sono tanto
esatte da apparire profetiche; tenendo conto che le sue “profezie” non
hanno niente di magico in senso banale, ma sono il frutto di una
saggezza e Conoscenza che affonda salde radici nella Tradizione, nella
concezione ciclica della storia. Per essa il nostro futuro è già
scritto nel più remoto passato, il quale non è alle nostre spalle ma
davanti a noi, in un a-venire ben più prossimo alla fine che
all’inizio del ciclo corrente e la cui conclusione determinerà un nuovo
e radicale Inizio. Come sappiamo la Tradizione è “tràdere”, trasmettere
dei Valori che sono eterni calandoli ed attualizzandoli nella storia, in
forme e manifestazioni diverse ma facilmente identificabili in ogni
epoca e in ogni luogo.
TRADIZIONE E RIVOLUZIONE
La tradizione e’ rivoluzione, etimologica e reale.
Essa “re-volve” e ritorna alle Origini, ma non prima di aver completato
il suo Ciclo, la sua rotazione, la sua astronomica “ri-voluzione”
appunto! La vera Tradizione non ha niente da conservare, ma tutto da
distruggere, puntando al compimento “rivoluzionario” del ciclo, per
arrivare ad un Nuovo inizio, alla nuova “Età dell’Oro”. La
Conservazione è il contrario della Tradizione/Rivoluzione, se
è intesa non nel senso dei Valori ma in quello del mantenimento, della
difesa delle strutture del passato, delle forme oramai superate, ridotte
a vacue parvenze, a vuote formule e forme, a scheletri anneriti dal
tempo che celano il nulla. E questo vale per le forme politiche e
sociali come per le religioni e le culture, oramai residuali e inutili
se non al perpetuare vani simulacri e i loro custodi. Ripetiamolo: nel
mondo moderno non c’è nulla da conservare, tutto da distruggere.
A
cominciare da quanto è rimasto fossilizzato in istituzioni di un passato
appena più distante, che non era se non il frutto del modernismo del suo
tempo: si pensi al nazionalismo frutto della “Rivoluzione” Francese e
degli “Immortali Principi” dell’89, termini presi a prestito dal
pensiero tradizionale e rovesciato nel loro opposto. Se la conservazione
è il contrario della Tradizione che è rivoluzionaria, la Sovversione,
come tutti i fenomeni di ribellismo del mondo moderno, è una rivoluzione
di segno contrario, una Contro-rivoluzione, sempre nel senso
tradizionale del termine. Essa infatti, nel momento stesso in cui
pretende di distruggere le forme del presente (e questo è il suo aspetto
più positivo) lo fa nel nome e nel segno della “modernità”, come
categoria mentale e spirituale. Il che si traduce non in
un’accelerazione verso la fine della decadenza presente e quindi
nel raggiungimento del punto catartico che segna il passaggio
rivoluzionario ciclico, bensì nel perpetuarsi sotto nuove forme
della decadenza stessa, che tende naturalmente a cristallizzarsi
in ennesima conservazione, all’avvento
di un’ulteriore ondata sovvertitrice. La sovversione tende a ribaltare
le forme del passate per conservare l’essenza del presente, cioè il
modernismo antitradizionale, cercando così di arrestare il vero processo
rivoluzionario che chiuda un ciclo e ne apra uno nuovo. E’ insomma
un’altra forma della conservazione. Un serpente che continua a mordersi
la coda. Conservazione e Sovversione sono quindi funzionali l’un l’altra
nell’attuale fase del ciclo; anche se, da un più elevato punto di vista
metastorico, il compimento rivoluzionario dell’ultima fase ciclica è
scritto nel Destino: Come sempre “fata volentes ducunt, nolentes
trahunt”. Le conseguenze dei due atteggiamenti mentali sono comunque
diverse, per chi non vuol essere semplice spettatore passivo degli
eventi, ma ha nella sua stessa natura il marchio di un’impersonalità
attiva, la fierezza del guerriero della Tradizione che oggi non può che
manifestarsi nel combattente politico rivoluzionario. Valori a parte,
ripetiamolo per la terza volta: nel mondo moderno non c’è nulla da
salvare e tutto da distruggere. Nel mondo moderno, alla fine di un
ciclo, ogni distruzione del passato e del presente è propedeutica al
compiersi del ciclo storico medesimo.
DUE FRONTI, MOLTE TRINCEE
Sotto questo punto di vista è consequenziale che un vero rivoluzionario
veda in ogni giovane contestatore dell’attuale assetto mondiale e
nazionale un alleato tattico nell’opera di distruzione delle
istituzioni mondialiste, nell’attacco contro i governanti
collaborazionisti dell’occupante americano, di “destra” o di “sinistra”
poco importa, nella contestazione di ogni loro incontro, nello
smascheramento dei loro inganni sulla pelle dei popoli, di tutti
i popoli. Motivazioni e fini possono essere divergenti, ma il Nemico è
unico e supera ogni barriera ideologica o politica; solo chi ragiona
così è un vero rivoluzionario, a prescindere dalla rivoluzione che ha in
mente. Senza infingimenti, senza commistioni, senza salti di campo per
ingraziarsi chi considererà sempre un estraneo anche il neofita
convertito. E’ la teorizzazione dei due fronti e molte trincee.
Che ognuno combatta il Mondialismo, la globalizzazione o anche, se ha
una visione limitata dei problemi globali, soltanto alcuni aspetti di
essa, dal proprio punto di vista ideologico, ideale o esistenziale:
dalla propria trincea. Ma avendo almeno ben chiara l’identificazione del
Nemico stesso, che è il nemico globale. Sarà certo chi ha più chiari i
termini politici e metapolitici dello scontro planetario in atto, quello
che avrà anche una più vasta panoramica del campo di battaglia e saprà
condurre una lotta più radicale e determinata. Ed il primo passo
consiste nel dare un nome ed un volto ad un fenomeno che non è affatto
anonimo e figlio di NN come vorrebbero farci credere i soliti
teorizzatori del disimpegno politico, della ritirata nel “privato”, tra
input metapolitici e più prosaiche vite da piccoli borghesi.

IL NOME DELLA
MONDIALIZZAZIONE: AMERIKA
Il
Mondialismo moderno è la fase estrema dell’imperialismo capitalista
americanocentrico nella sua manifestazione più degenerativa,
antitradizionale, conservatrice e sovversiva al tempo stesso. Gli Imperi
tradizionali d’Europa, nonostante avessero mitridatizzato il veleno di
una religione aliena allo spirito indoeuropeo in forme politico-sociali
d’impostazione tradizionale, si trasformarono alla fine del loro ciclo
vitale in imperialismi e nazionalismi coloniali, invadendo ed infettando
il mondo. Ancora una volta la legge del contrappasso ha voluto che
l’Europa sia stata vinta e sottomessa da un frutto venefico del suo
seno: l’America ha affrontato e vinto l’Europa (tutta l’Europa, anche
quella degli alleati di ieri), l’ha privata del suo potere e delle sue
colonie, sostituendovi un neo-imperialismo politico, economico,
mediatico. In termini geopolitici il “Mare” ha vinto la “Terra”, e
continua ad avanzare al suo interno. L’America infatti si è oggi imposta
anche sulla rivale Russia e i confini della NATO si spostano sempre più
verso il cuore d’Eurasia, l’Heartland logistico della ex potenza
antagonista. Il Mondialismo e la sua manifestazione economica e mentale,
la globalizzazione, non potrebbero esistere senza il dominio di una ed
una sola superpotenza che ha imposto al mondo il suo predominio militare
sulla terra, sopra e sotto i mari, nei cieli e nello spazio esterno. Non
esisterebbero senza una moneta unica valida ovunque per i pagamenti
internazionali, senza una lingua comune di comunicazione, dalla
diplomazia ai computer, senza una pseudocultura accettata o subita da
tutti, senza la tv, il cinema, la stampa, Internet ecc., tutto facente
capo alle lobbies ed alle multinazionali con base negli Stati Uniti
d’America; fortezza continentale irraggiungibile, braccio armato
mondiale del SIM, il super Stato Imperialista delle Multinazionali.
“Gli Stati Uniti sono grandi difensori della globalizzazione e dove essa
è stata messa in pratica, come nelle relazioni col Messico, ha portato
un gran bene. [agli Stati Uniti- nostra nota]… Penso che gli
Stati Uniti siano stati finora i primi a beneficiare della
globalizzazione e che si trovino, dal punto di vista della concorrenza,
nella posizione più forte rispetto a chiunque altro”; parola di
Henry Kissinger, “l’ebreo volante” delle Amministrazioni repubblicane,
premio Nobel per la pace (dopo aver favorito la guerra Iran-Iraq con
oltre un milione di morti), autore del recente libro “L’America ha
bisogno di una politica estera?” e sponsor dell’attuale ministro
degli esteri italiano nel governo Berlusconi.
Gli
fa eco il confratello, George Soros, ebreo di origine ungherese,
speculatore internazionale capace di affondare in una sola operazione
borsistica l’economia di interi paesi (nel’92 costò all’Italia una
perdita di quarantamila miliardi di lire!) ed attuale co-presidente del
World Economic Forum di Salisburgo (“fratello minore estivo di quello di
Davos”): “Io penso che la globalizzazione porti grandi benefici ad un
gran numero di uomini e donne…La liberalizzazione dei mercati e del
movimento dei capitali produce soprattutto benefici privati e ai
privati. Ma non si preoccupa né può farlo di per sé, dei benefici
collettivi” (da: “La globalizzazione è un bene, i governi imparino a
usarla” -“Repubblica”, 3.07.2001).Viva la sincerità! Certo per il
sig. Soros e affini la globalizzazione è stata una vera “manna dal
cielo”, tipo quella elargita da Javhé ai suoi correligionari. Ma ora ha
deciso di lasciare la finanza e dedicarsi ai “problemi della democrazia
nell’Europa dell’Est”. Tremate slavi! Del resto è noto che uno degli
strumenti che l’America ha per imporre la sua politica economica al
mondo, oltre il dollaro, è quello della cosiddetta globalizzazione
asimmetrica, che mentre impone alle economie più deboli, comprese
quelle dei partners ricchi del Nord del mondo, il liberismo quasi
assoluto negli scambi internazionali, applica al contrario altissime
tariffe doganali alle merci straniere più competitive sul mercato
interno statunitense, a difesa degli interessi lobbistici dei produttori
americani. Una politica economica che applicata ai prodotti del Terzo e
Quarto Mondo risulta devastante per le economie più deboli, costrette
poi ad indebitarsi per importare prodotti americani sui quali gli USA
pretendono di non pagare dazio.
COME L’AMERICA
PREPARA LA III GUERRA MONDIALE
Ma
c’è anche un nuovo pericolo, accentuatosi con l’avvento dell’attuale
Amministrazione repubblicana di Bush Jr.: il rilancio della corsa agli
armamenti per creare un gigantesco apparato militar-industriale,
inattaccabile da qualsiasi eventuale nemico (scudo stellare) e capace di
colpire ovunque in tempi brevissimi (bombardiere spaziale, utilizzo
militare del sistema satellitare civile attuale). Questo soprattutto per
favorire le lobbies belliche ed il Pentagono, che hanno portato
all’elezione di un nuovo Bush con il vecchio staff repubblicano del
padre o anche precedente. A prescindere dai rischi evidenti di una tale
politica per la pace e la stabilità internazionali, essa rischia di far
collassare un’economia
già oggi in piena crisi, con la creazione di un arsenale costosissimo e
ipertrofico, per di più completamente inutile in un sistema
internazionale che vede gli USA già al giorno d’oggi quale unica
superpotenza mondiale. E’ questa la tesi di Chalmers Johnson ne “Gli
ultimi giorni dell’impero americano”. In questo libro si prospetta
infatti una fine degli Stati Uniti molto simile al collasso implosivo
dell’ex URSS nel momento in cui fu palese che il suo sforzo militare non
era stato compatibile con la tenuta delle strutture economiche interne e
si era per di più dimostrato inadatto alla geostrategia contemporanea
(sconfitta in Afghanistan, Polonia, Medio Oriente ecc…) Il crollo
dell’impero americano non sarebbe certo una perdita per il resto del
mondo, ma al contrario l’inizio della rinascita di popoli e nazioni, se
non fosse per il fatto che la globalizzazione americanocentrica ha
vincolato tutti all’economia e alla politica statunitense. Tanto che la
crisi generale del capitalismo USA rappresenterebbe contemporaneamente
la Crisi Mondiale per antonomasia, di fronte alla quale
quella del ’29 sarebbe stata una tempesta in un bicchier d’acqua.
Inoltre è sicuro che l’America, di fronte alla prospettiva del disastro
economico interno (che, in quel tipo di società, rappresenterebbe
semplicemente la fine degli Stati Uniti come entità politica unitaria)
sarebbero pronti a scatenare un conflitto mondiale sul quale scaricare
le tensioni interne e nel quale gettare gli armamenti la cui costruzione
avrebbe determinato la crisi stessa. Il libro di Johnson aveva
anticipato la crisi con la Cina proprio nell’area del Mare Cinese
Meridionale e per la questione cruciale di Taiwan. Ancora una volta
l’imperialismo militarista ed interventista è la fase suprema e la
valvola di scarico del capitalismo nella sua fase estrema. Con la
variante che stavolta è l’Alta Finanza a condurre il gioco ed il teatro
è più che mai l’intero pianeta, il quale rischia di essere trascinato
nell’olocausto nucleare totale, seguendo il crollo dell’Impero
Americano. Se il Mondialismo è dunque frutto degenerato del
nazionalismo, dell’imperialismo coloniale rovesciatosi nel suo apparente
opposto, ma in realtà tutto interno alla logica mercantilistica
anti-tradizionale che presiedette alla nascita ed affermazione degli
imperi coloniali europei, la soluzione al problema non può che trovarsi
alla radice di partenza: l’Europa.
EUROPA, IMPERO E GEOPOLITICA
Cioè in un impero europeo autocratico, autarchico, armato.
Una concezione imperiale, tradizionale, rivoluzionaria e geopolitica
come risposta all’imperialismo del mondo unipolare, “modernista”,
conservatore dell’assetto globale attuale. Riecheggiano le parole di
Evola: “Dopo, gli imperi saranno soppiantati dagli “imperialismi” e
non si saprà più nulla dello Stato se non come di una organizzazione
temporale particolare, nazionale e poi sociale e plebea”. Un’Europa
Unita che ritrovi quindi proprio nelle sue radici più profonde, nelle
sue origini polari, nella sua Tradizione la forza per sollevare la
bandiera della liberazione continentale e planetaria contro il
Mondialismo. E che abbia nella geopolitica, cioè nella coscienza
storica e geografica delle sue élites e dei suoi mille popoli, l’arma
con cui combattere le utopie del mondo moderno e le minacce dei
potentati mondiali. Una simile Europa certamente non ha niente a che
spartire con l’attuale UE, propaggine atlantica della talassocrazia
americana; la geopolitica, la storia, l’ideologia dei nostri attuali
occupanti sono necessariamente conflittuali ed antagonisti con
quelli dell’Europa. In termini geografici, storici e culturali poi
l’unità del continente Europa si compenetra con la sua parte orientale,
in specie con la Russia, tutta la Federazione Russa attuale, che ne
rappresenta il proseguimento nella prospettiva geopolitica, la garanzia
in termini militari, la complementarietà nell’aspetto economico e la
potenzialità per lo spazio vitale. L’Europa da Rejkiavik a
Vladivostok, dall’Atlantico al Pacifico, da Thule in Groenlandia a
Bering, nell’estrema punta orientale della Siberia, con eventuali basi
strategiche avanzate oltre lo stretto non è una Utopia, è semplicemente
una necessità per l’esistenza stessa. Che poi ci siano ancora popoli
europei capaci di una reazione vitale, è tutto da verificare. Certo non
a occidente, ma forse è da oriente e dalla Russia stessa che può venire
qualche speranza. E d’altra parte la Russia non può fare a meno
dell’Europa, pena seguirne la stessa sorte. Se, come dicemmo il
Mondialismo oggi s’identifica totalmente con l’imperialismo americano,
Mondialismo= Americanismo, la risposta possibile non può che
essere l’Europa Unita e indipendente, sovrana e autarchica nelle
necessità primarie. L’One World che ci si prospetta come il migliore dei
mondi possibili ha un centro: l’ombelico del mondo unificato è negli
USA, in particolare quello finanziario e politico tra New York ed
Washington, quello “culturale” tra Los Angeles e San Francisco, mentre
il retroterra economico industriale occupa la fascia centrale da Chicago
al Texas. Se la minaccia distruttiva della superpotenza USA, quale
strumento del piano mondialista di dominio, è globale, altrettanto
globale dovrà essere la lotta dei popoli liberi, riuniti in aree
geopolitiche e culturali affini.
LA NUOVA TRICONTINENTALE
L’Europa per essere libera dovrà quindi porsi all’avanguardia
delle lotte di liberazione del Sud del mondo: dell’America Latina oggi
ridotta a “cortile di casa” dell’imperialismo yankee del nord,
dell’Africa “nera” sub-sahariana come dell’Asia “gialla” con in testa la
Cina, degli aborigeni dell’Oceania, del sub-continente indiano, del
mondo iranico nostro naturale alleato come di quello turcofono
confinante in Europa ed Asia.
Ed
ancora sarà nostra la lotta del popolo Palestinese, arabo e islamico
contro la presenza sionista in Palestina e nel Medio Oriente. Israele è
il baluardo armato dell’imperialismo talassocratico USA nel cuore della
massa continentale eurasiatico-africana, alla confluenza degli stretti
dei mari interni e sulle rotte dell’oro nero dell’energia
mondiale. La sua stessa presenza rappresenterà sempre un pericolo
mortale per l’unità europea, come per quella araba, iranica o africana.
L’eliminazione del bastione sionista nel Mediterraneo è e sarà una
priorità strategica per ogni governo e stato che voglia combattere
contro il Mondialismo, per le unità continentali geopolitiche. Nel mondo
globale non si possono ignorare situazione geostrategiche anche agli
antipodi del pianeta. Ma le piccole nazioni sette-ottocentesche non
possono certo competere con grandi potenze a respiro continentale. Mario
Vargas Llosa, peraltro un esegeta della globalizzazione, ha recentemente
affermato: “La realtà del nostro tempo è quella di un mondo nel quale
le antiche frontiere nazionali si sono gradualmente assottigliate fino a
sparire in certi settori – l’economia, la scienza, l’informazione, la
cultura, anche se non nel politico e in altre sfere -, stabilendo sempre
di più, tra i paesi dei cinque continenti, una interdipendenza che si
scontra frontalmente con la vecchia idea dello Stato-nazione e le sue
prerogative tradizionali”. (“Quello che resterà del nuovo
Sessantotto” – Repubblica, 7/8/2001). Il politicante scrittore
peruviano non manca di notare che il sistema democratico (cioè gli USA)
hanno sconfitto i grandi regimi totalitari del XX secolo, Fascismo e
Comunismo, indicati quindi come gli unici seri tentativi antimondialisti,
rispetto alle velleitarie utopie del “popolo di Seattle”, destinato ad
essere riassorbito nel Sistema come i contestatori del ’68. Un Sistema
del quale si riconoscono già componente interna seppur nel dissenso dei
mezzi. Potremmo solo aggiungere che gli stessi “fascismi” e “comunismi”
dovettero in parte la loro sconfitta proprio al fatto di non aver
compreso a piena la globalità della lotta, le intenzioni della potenza
americana nel mondo; finendo per scontrarsi tra loro, permettendo
all’imperialismo USA di batterli, in tempi separati, e con diversi
strumenti, ma sempre con l’unico obiettivo storico di dominare la Terra.
Che le unità geopolitiche e culturali nel futuro della politica mondiale
non siano una mera ipotesi di studio, vuoto accademismo politologico o
peggio utopia incapacitante, sono gli stessi teorici della supremazia
americana a dircelo. Il trilateralista Samuel P. Huntington è il
portavoce di varie associazioni americane che tracciano le linee
strategiche per il XXI secolo a stelle e striscie. Nell’oramai
celeberrimo “Lo scontro delle Civiltà e il Nuovo Ordine Mondiale”,
l’autore disegna il quadro di un mondo futuro diviso per grandi aree
geografico-culturali, nell’ambito delle quali dovrebbe valere il
principio di “non ingerenza” da parte di una potenza esterna. Scrive
Huntington: “Sotto la spinta della modernizzazione, la politica
planetaria si sta ristrutturando secondo linee culturali. I
popoli e i paesi con culture simili si avvicinano. Le alleanze
determinate da motivi ideologici o dai rapporti tra le superpotenze
lasciano il campo ad alleanze definite dalle culture e dalle civiltà.
I confini politici vengono ridisegnati affinchè coincidano con quelli
culturali…Le comunità culturali stanno sostituendo i blocchi della
Guerra Fredda e le linee di faglia tra civiltà stanno diventando le
linee dei conflitti nella politica globale”. Certamente l’Huntington
scrive da americano ed il suo concetto di civiltà poco ha a che vedere
con quello della tradizione europea o sino-nipponica o arabo-islamica
ecc.. E infatti nella logica geopolitica atlantica dei suoi sponsor
l’Europa sarebbe unita agli USA e separata dal suo naturale
proseguimento orientale nel mondo slavo-ortodosso. Del resto la scuola
geopolitica di un Haushofer aveva già previsto un mondo di unità
continentali (nel senso che la geopolitica dà al termine continente, non
necessariamente coincidente con la suddivisione scolastica cui siamo
stati indottrinati a scuola); ma Huntington, ovviamente, non ne fa
parola.
GEOPOLITICA
E LOTTA DI LIBERAZIONE
Eppure le unità geopolitiche e culturali di tipo imperiale sono nella
realtà della suddivisione planetaria del futuro e rispondono ad una
esigenza reale dettata dalla Storia e dalla Geografia. Anche la
Geopolitica, criminalizzata per anni come “pseudoscienza nazista” è
tornata in auge dopo la fine del bipolarismo USA-URSS e la nascita di
nuove nazioni e nuove realtà supernazionali, come l’Islam
Rivoluzionario, il risveglio della Cina o la nuova vitalità
dell’Induismo. Al momento attuale invece l’Europa, inglobata nella NATO,
non è altro che terra di occupazione, “terza sponda” d’oltre oceano
della potenza aereo-marittima dominante, fronte avanzato
dell’imperialismo nordamericano/atlantico verso il cuore continentale,
l’Heartland russo-siberiano. In tale contesto tutti gli eserciti
e le polizie, i servizi e le strutture politiche delle nazioni europee
sono al servizio di Washington, strutturati ed armati in funzione degli
interessi strategici d’intervento rapido dell’imperialismo americano in
ogni angolo del mondo. Come tali essi devono essere considerati come
collaborazionisti del nemico occupante, da parte di ogni vero
rivoluzionario e patriota europeo: e trattati come tali. In fondo la
guerra contro l’Europa non si è mai conclusa, dal secolo scorso ad oggi.
E la stessa NATO, lungi da essere una difesa e una garanzia per i
sedicenti alleati europei, ha sempre rappresentato lo strumento
di dominio americano sull’ Europa; in particolare oggi che non ha
neanche più il velo giustificativo del baluardo anticomunista ed
antisovietico. L’esperienza delle guerre balcaniche e l’attacco alla
Serbia sono solo gli ultimi tragici fatti sotto gli occhi di tutti. E la
vergogna del Tribunale Internazionale dell’Aja, che processa i vinti e/o
gli alleati scomodi per conto dei veri criminali mondiali, non
rappresenta che l’istituzionalizzazione dell’altra vergogna storica, i
tribunali di Norimberga e di Tokio. Con la teorizzazione degli
“interventi umanitari” gli Stati Uniti si sono autoproclamati poliziotti
mondiali, oltre che carcerieri e boia, contro il “criminale”
internazionale di turno, scelto sulla base degli interessi correnti
della strategia militare e politica del Pentagono: ieri Hitler,
Mussolini, Stalin e il Giappone, oggi l’Iran komeinista, la Libia di
Gheddafi, la Corea, o più semplicemente Saddam Hussein, Milosevic o Bin
Laden!
LA “GLOCALIZZAZIONE”
Per
tornare alla proposizione delle unità geopolitiche autocentrate,
noteremo come queste rappresenterebbero anche la risposta al falso
problema della dicotomia tra globalizzazione e localizzazione. Il
mondo moderno sembra tendere verso l’abbattimento di ogni barriera
nazionale (internazionalismo, governo unico mondiale), culturale (uniformismo
dei costumi, delle mode, della musica, del cibo, internet ecc..)
economica (globalizzazione dei mercati, liberismo assoluto), religiosa
(sincretismo, fratellanza universale, modello monoteista unico),
ecc…; e comunque è in tal senso che spinge il progetto mondialista di
una cultura unipolare, modellata sull’american way of life.
D’altra parte la naturale resistenza di uomini sani e popoli ancora
vitali va nel senso apparentemente opposto: il Localismo, il ritorno ai
valori della terra, quando non anche del sangue. Si riscoprono usi e
costumi, tradizioni locali o ricette, si riabilita il rapporto armonico
con la natura che fu precristiano. Fino alla rivendicazione di autonomia
o indipendenza per le “piccole patrie”, con la rinascita delle lingue
perdute, la riscoperta della storia occultata e di simboli e bandiere
dimenticati.
Un
fenomeno certo positivo che però rischia anch’esso di essere
strumentalizzato dalle lobbies mondialiste, per essere utilizzato come
semplice folklore, come ulteriore indebolimento interno della politica
nazionale, quando questa non si pieghi subito e completamente ai voleri
e ai valori degli apolidi padroni del mondo. Il teorico più noto di
questa tendenza “localista”, insieme ai vari I. Illich, V. Shiva e Bové,
è l’ecologista inglese Edward Goldsmith, autore di “Glocalismo”,
cioè appunto la tendenza globale al localismo nel mondo. In una recente
intervista (“La Stampa”, 15/7/2001) il teorizzatore di comunità
stabili, territoriali, tradizionaliste, autoregolate e a crescita zero,
afferma: “Si vuole creare un paradiso per le multinazionali,
rimuovendo le regole che proteggono i poveri e le comunità locali. Il G8
lo fa sistematicamente… Credo nei doveri verso la famiglia e la
comunità, nell’idea di religione e di tradizione. Orribile è la società
individualistica, atomizzata, di massa. Non c’è libertà ma solo
Coca-Cola, organismi geneticamente modificati, MacDonald’s.” Ed
ancora: “La globalizzazione è un fenomeno temporaneo, che non può
durare: Pensi alle crisi finanziarie che costellano questi nostri anni.
..La politica di Bush porta verso l’estinzione dell’umanità: ma in tal
caso non ci sarà più economia, non ci sarà più nulla. Credo che le cose
stiano cambiando. Bisogna preparare il collasso di questo
sistema, che arriverà comunque”. Parole che condividiamo in toto e
che riproponiamo a chi ci lanciasse accuse di catastrofismo
apocalittico. Ci sarebbe semmai da chiedersi come conciliare le idee di
Goldsmith con quelle dei globalizzatori dal basso, post-marxisti,
internazionalisti e cristiani di base, cioè le ideologie
internazionaliste e mondialiste per eccellenza. E anche con quelle di
Bové o del subcomandante Marcos, arrivato come rivoluzionario marxista
nella foresta Lacandona del Chiapas con “il Capitale” sotto il braccio,
e convertitosi alla visione del “Popol-Vuh”, il testo sacro dei Maya!
Del
resto è noto che, oltre ai succitati, tra i padri nobili dell’Antiglobal
sono stati inseriti, a ragione o a torto, nomi vecchi e nuovi di tutti i
tipi: da Marx a Keynes, dal solito J.J. Rousseau a Russell e Marcuse, da
Morel a Tolstoj, fino ai più attuali Mac Luhan e Jeremy Rifkin, che ha
lanciato il termine “Ecocidio”, titolo di un suo libro (autore anche di:
“Il secolo biotec”), Vandana Shiva, Luther Blisset e ovviamente
gli ebrei americani Noam Chomsky e Naomi Klein, la fortunata autrice di
“No Logo”.
Né
potevano mancare religiosi e teologi da Madre Teresa di Calcutta
(immancabile, appunto, in tutte le salse), ad Hans Küng e Leonardo Boff.
Stranamente…non si parla di Hakim Bey (alias Peter Lamborn Wilson),
teorizzatore delle “TAZ”, “Zone Temporaneamente Autonome” che sembra sia
fra le letture preferite delle frange dure anarco-insurrezionaliste del
movimento antagonista. Un Sufi che propone una lettura anarco-nihilista
della rivoluzione antimondialista, sotto il segno non del
materialismo-marxiano ma …della Dea Kalì, cioè sotto il segno della
distruzione totale in quello che appunto i tradizionalisti definiscono
il Kali-Yuga, l’Era di Kalì, la sposa di Shiva , distruttore ma anche
restauratore. [notizie, tratte da forum telematico, di Luigi Leonini,
che riporta le critiche del sinistro Blisset ad Hakim Bey,
considerato quasi un nazifascista!].
Resta il fatto che il “differenzialismo identitario”, la
Localizzazione, il particolarismo etno-geografico non potrebbero
comunque contrastare la Globalizzazione imposta, il progetto Mondialista
solo rinchiudendosi nel particolare; opponendo in particolare piccole
comunità ed economie da villaggio allo strapotere economico e politico,
per non dire militare, del mondialismo e dei suoi manutengoli. Tantomeno
prospettando solo un’opera di distruzione totale (assolutamente
necessaria, e prioritariamente indispensabile) delle strutture del mondo
moderno, senza proporre e preparare l’alternativa alla globalizzazione e
non una globalizzazione alternativa.
COMUNITA’, NAZIONE, IMPERO
Né,
al contrario, si può restare in attesa di una crisi strutturale del
Sistema mondialista, che certamente E’ nel destino del
Capitalismo Finanziario Internazionale, ma di cui bisogna favorire il
collasso, come giustamente dice il Goldsmith. Persino le nazioni nate
dalla Rivoluzione Francese e dalla decolonizzazione del dopoguerra sono
diventati strumenti politici inadeguati ad affrontare il fenomeno;
tantomeno potrebbero esserlo microcomunità d’ogni genere, se non
inserite organicamente in un’unità più grande, più complessa, garante
delle specificità locali e della difesa comune. Sul problema del
rapporto tra “nazionalità”, “nazionalismo” e “impero” rimandiamo ancora
una volta all’ Evola di “Rivolta contro il mondo moderno”, che
anche in questo campo anticipava di decenni le critiche al nazionalismo
che, tra isterismi di massa e guerre civili europee, già si scavava la
fossa nel secolo trascorso. Su di essa il Mondialismo ha posto la sua
pietra tombale. La soluzione del problema di superare la Globalizzazione
mondialista difendendo dall’omologazione planetaria del capitalismo
finale le specificità locali, non può che essere l’Europa Unita
dall’Atlantico al Pacifico, dal Polo al Mediterraneo-Mar
Nero-Caucaso-Siberia: l’Europa di cento bandiere, di mille piccole
comunità sempre più particolari e specifiche nella loro cultura. Ma
un’Europa che sia comunque omogenea, unitaria nelle sue radici etniche e
spirituali più antiche, in un vasto spazio geopoliticamente delineato ed
economicamente autarchico. Del resto è proprio questa l’essenza dell’Imperium
tradizionale , descritto da Evola e conosciuto da tutte le Civiltà
autentiche. Perché l’unità dell’Impero è data dalle élites spirituali,
politiche e militari tratte dai popoli componenti l’Impero stesso
portatore di una visione anagogica, spirituale, metapolitica e
metafisica, che compenetra ma supera idealmente gli interessi e le
tradizioni dei popoli compresi nei confini imperiali, ciascuno dotato
del suo spazio geografico particolare. Ancora una volta la soluzione più
realistica e avveniristica del dramma del nostro tempo risiede nella
saggezza della Tradizione che, in quanto tale, non è né antica né
moderna perché eterna.
RITORNO ALLA GRANDE POLITICA
Si
parla molto del ritorno della Politica, del suo riprendere il posto che
le compete sopra l’economia. Ma solo se si comprenderà la vera natura
del Mondialismo, che non è soltanto (e neanche soprattutto) un
fenomeno di natura economica, si potrà opporre una valida
alternativa e politica e socio-economica al progetto di dominio di una
ristretta, “eletta”, oligarchia plutocratica, ma anche portatrice di una
ben specifica “contro-tradizione” religiosa e culturale: una “visione
del mondo” globale e globalmente antagonista a quella dei popoli.
Circa il tipo di lotta da intraprendere ci permettiamo di rimandare il
lettore ai precedenti scritti, ed in particolare alla “Dottrina delle
Tre Liberazioni” (Liberazione Nazionale/ Liberazione Sociale /
Liberazione Culturale, nel quadro geopolitico europeo e in una
prospettiva di guerra totale mondiale dei popoli contro l’imperialismo
americano).
Ma
prima di ogni azione nel campo pratico sarà necessario chiarire
inequivocabilmente i termini del problema, gli attori reali sulla
scena nazionale e mondiale e quelli fittizi, gli uomini e le
istituzioni, i partiti e i movimenti che sono al servizio del progetto
mondialista. Per queste analisi le vecchie abusate terminologie non
hanno più senso, non servono allo scopo se mai servirono: “destra”,
“sinistra”, fascismo/antifascismo, comunismo/anticomunismo, democrazia
e/o totalitarismo, nazionalismo-internazionalismo, tutte parole che
appartengono ad un’epoca della politica oramai vecchia di un secolo. E
che se vengono ancora utilizzate a fine polemico e/o apologetico, è solo
perché servono agli imbonitori di turno a deviare l’attenzione dalle
realtà dell’oggi, dalle prospettive di aggregazione e di lotta del
domani.
IL QUADRO DELLO
SCONTRO E I SUOI PROTAGONISTI
Evola perlomeno ci ha insegnato come, al contrario, anche i termini
esatti appartenenti alla Tradizione Una, in quanto svincolati dalle
contingenze del temporale, del passeggero, del provvisorio,
dell’inessenziale, possano tramutarsi di epoca in epoca in “parole
d’ordine” per la lotta, in “Miti di riferimento capacitanti”, in
prospettive reali e realistiche di lotta, per chi voglia essere
protagonista nel proprio tempo, anche nell’epoca della
dissoluzione e della fine ciclica; la cui durata peraltro non possiamo
determinare. Siamo del resto sempre stati convinti che non esistano i
“miti incapacitanti”, bensì solo uomini incapaci di attualizzare una
Realtà per sua natura a-temporale, metapolitica. Attardarsi a cercare di
recuperare giovani o meno giovani, a qualunque ideologia appartengano,
il cui limitato orizzonte mentale e spirituale li destina per natura o
per scelta a battaglie di retroguardia, a sterile nostalgismo,
all’impotenza politica, quando non addirittura alla difesa delle vuote
istituzioni del passato, è oltre che vano, controproducente. Sarà semmai
questa limatura di ferro che seguirà la calamita, se questa saprà
esercitare la sua forza naturale attrattiva. Ma assolutamente da evitare
è ogni commistione, ideologica, ideale, politica o pratica, o persino
dettata dal sentimentalismo su un passato in comune, verso tutti quegli
elementi che militano in formazioni legate alle istituzioni attualmente
al potere. Che lo facciano per arrivismo, per furbizia, per avidità, per
malafede o per buonafede e/o convinti di scegliere il “meno peggio”,
tutti costoro sono oggettivamente al servizio del progetto
mondialista, dei suoi esecutori nazionali ed in ultima istanza
dell’occupante imperialista e dei padroni del nostro e degli altrui
destini. Camerieri dei banchieri, per usare il felice titolo del
Santoro. sono agenti del nemico, e come tali vanno trattati e
combattuti. La pretesa “buonafede” dopo anni di riprove al contrario è
solo stupidità allo stato puro, quando non peggio. Le “destre” di Regime
e di Sistema non hanno scusanti. Anzi , al contrario, sono assai più
responsabili e quindi colpevoli, in quanto avendo da sempre a portata di
mano gli strumenti ideali, culturali e politici, i punti di riferimento
fissi e veritieri per un’analisi della società nazionale ed
internazionale, non ne hanno mai fatto uso, preda ogni volta degli
istinti più animaleschi e delle reazioni più incontrollate, come gli
sbavanti cani di Pavlov davanti ad un osso. E nel momento stesso in cui
esaltano un passato lontano del quale sono indegni, lo negano nei fatti
portando acqua ed energie al mulino di un nemico secolare, lo stesso di
ieri, di oggi e del prossimo domani.
Né
si pone all’opposto il problema di rincorrere una contestazione
umanitarista, riformista, cristiano o laico progressista, che già dai
suoi esordi manifesta chiaramente i germi e le patologie del male che
vorrebbe combattere. Ad essa sarebbe quasi da preferire quella radicale
e semplicemente distruttiva dei casseurs, degli anarchici e
nihilisti d’ogni specie, il cui vero limite non è tanto nelle modalità
d’azione (cosa saranno mai quattro vetrine rotte di banche o agenzie
finanziarie in confronto al crimine della fondazione di banche e
finanziarie?), bensì nella mancanza di prospettiva rivoluzionaria e
nella fisiologica negazione di un’alternativa possibile. Anche se, in
questo caso, le convergenze tattiche, sono possibili e persino
auspicabili; ferma restando però la propria identità politica e
Culturale in senso lato. Se le destre di sistema fanno parte del fronte
nemico, quello del Mondialismo al potere, gli antiglobalizzatori,
variegati quanto i colori dell’arcobaleno, rappresentano una
contestazione interna al Sistema globalista, eppur tuttavia una
contestazione…
Nello schema ideale dei “due Fronti e molte trincee”, mentre la destra
reazionaria è palesemente schierata nel fronte opposto, tanti giovani
contestatori sono su trincee vicine, anche se non hanno un quadro chiaro
e generale delle forze in campo e delle strategie. Questo anche perché
spesso sono proprio i loro dirigenti ad appartenere al nemico
mondialista e quindi a deviarne le positive energie rivoluzionarie verso
falsi obiettivi. Da parte chi è cosciente di tutto ciò si tratterà
allora di assumere una posizione quanto mai ferma e radicale
contro tutte le espressioni, politiche, sociali, scientifiche,
spirituali ecc…del moderno mondo globalizzato. Un tradizionalista
rivoluzionario, lo ripeteremo fino alla nausea, non ha niente da salvare
del mondo moderno, ma tutto da distruggere: a cominciare dai rimasugli,
dai rottami, dai resti di un passato che non apparteneva già al suo
esordio al mondo della Tradizione, ma ad una fase precedente e
oramai superata della decadenza. Forti di una retta Dottrina e di una
razionale analisi storica e geopolitica, coscienti della consapevolezza
di battersi per la giusta causa dei popoli, in una visione globale del
mondo e della storia offerta dall’insegnamento tradizionale di maestri
come Evola, Guénon, Béla Hamvas (l’autore di “Scientia Sacra”), e
tanti altri, i giovani rivoluzionari antimondialisti del domani si
devono porre all’avanguardia e non nelle retrovie della guerra
contro la globalizzazione in tutte le sue forme e manifestazioni;
che ovviamente non sono soltanto economiche e politiche, bensì
esistenziali, spirituali, naturali. Abbiamo risposte e proposte in ogni
campo: dalla salute all’ambiente, dal lavoro all’immigrazione e al
debito mondiale, dal cibo al commercio, dalla genetica alle nuove
tecnologie; ecologia, etologia, animalismo e via elencando hanno sempre
fatto parte del nostro bagaglio culturale, a differenza di tanti
parvenues dell’ultim’ora. Senza seguire nessun capopolo isterico,
ducetto da strapazzo o farabutto politicante, le nuove leve che verranno
devono prima di tutto selezionarsi, contarsi, organizzarsi.
Comunque lo si voglia poi chiamare deve nascere un coordinamento
antagonista rivoluzionario fra tutti coloro che condividano una
visione tradizionale, anagogica della vita e del mondo ed abbiano la
volontà di applicarla nella lotta quotidiana; una quotidianità che sia
vissuta sotto il segno dell’Assoluto. Non l’impegno di un giorno o di un
anno, ma la determinazione di tutta una vita!
Chi saprà trovare in se stesso questa
determinazione assoluta può star certo che sarà seguito da un numero
sempre crescente di giovani e meno giovani, i quali attendono solo un
segno, un impulso, una bandiera per lanciarsi nella pugna.
EVOLA COME MAESTRO
DI LOTTA E VITTORIA
Evola non è mai stato l’ideologo della ritirata, della sconfitta, della
resa, del gesto disperato seppur coraggioso fine a se stesso. Tutta la
sua vita e le sue opere, prima e dopo le Guerre Mondiali, sono una
testimonianza di impegno, senza esaltazioni improvvise o scoramenti.
Evola fu un vero rivoluzionario, anche quando era immobile, paralizzato
sulla sua sedia, al tavolo di lavoro. E ce lo dimostra il fatto che
seppe vedere lontano e pre-vedere la realtà nella quale siamo oggi
immersi. Prevedere e provvedere, offrendoci gli strumenti teoretici per
combattere il mond(ialism)o moderno, i suoi inganni, le sue sirene
ammaliatrici. Il Sistema mondiale è molto più fragile di quanto ci facc ia
credere. Il suo crollo non si protrarrà nel tempo, non sarà una lunga
decadenza, ma un crollo netto, quasi immediato; più veloce del crollo di
un colosso dai piedi d’argilla, come fu l’URSS alla fine del millennio
trascorso. Si tratterà allora, dove possibile, di sfruttare le
contraddizioni interne al Sistema, che sempre si presentano in ogni
fenomeno storico di mutamento. Fare esplodere le contraddizioni,
portare la contrapposizione NEL Sistema a contrapposizione AL Sistema.
Mostrare ai popoli tutta la fragilità della costruzione e strappare la
maschera ai burattinai che la muovono. Primo imperativo: mutare di segno
la mobilitazione Antiglobal; dal “—“ di una globalizzazione al negativo,
dal basso, a quello “+” , positivo, di una lotta senza quartiere al
Mondialismo comunque inteso PER la Liberazione Nazionale,
Sociale, Culturale, europea e mondiale. Non prima di aver fatto piazza
pulita di tutto il passato e il presente. Questo è vero “nihilismo
attivo”. Sempre Evola, a conclusione di “Rivolta contro il mondo
moderno”, affermava: “Si tratterebbe di assumere, presso ad uno
speciale orientamento interiore, i processi più distruttivi dell’età
moderna per usarli ai fini di una liberazione. Come in un ritorcere il
veleno contro sé stesso o in un ‘cavalcare la tigre’ ”. E chi può
essere più radicale e totale nella lotta al mondialismo moderno di chi
ha un punto fermo di riferimento, ben oltre le contingenze storiche del
momento? Chi sa guardare ben oltre i confini dello spazio e quelli del
tempo, riallacciandosi con un altro anello alla catena ininterrotta di
una concezione circolare della Storia : costui saprà essere
l’avanguardia delle nuove generazioni che, proprio nel momento più
buio dell’omologazione e dell’annichilimento, sentono ancora il fremito
della “Rivolta…”, la necessità etica dell’impegno nella difesa
dei più deboli, degli oppressi, dei perseguitati, la necessità fisica di
vivere per lottare e lottare per vivere. Ezra Pound definì il comunismo
un’etica e il fascismo un’estetica, il capitalismo una pratica. Si
tratta ora di fondere etica ed estetica nella lotta al capitalismo che
si è rivelato una “pratica” folle e suicida per tutti, anche per quelli
che lo difendono, coscienti o meno che ne siano. Come ebbe modo di dire
un vero rivoluzionario del ventesimo secolo, Ernesto “Che” Guevara,
“bisogna sentire come se fosse ricevuto sul proprio viso lo schiaffo
dato ad ogni uomo”; ed agire di conseguenza. Del resto, anche
volendo, la generalità dei problemi e il pericolo sono oramai così
globali appunto che rinchiudersi nel proprio egoismo, ideologico o
sociale che sia, sarebbe un suicidio. Uomini come Julius Evola, come
Nietzsche e tanti altri ci hanno lasciato strumenti di studio, di
analisi del mondo attuale che, nelle mani giuste, possono trasformarsi
in valide armi di lotta e vittoria. Chi saprà impugnarle con
impersonalità, con animo nobile e volontà ferrea, unendosi a tanti
altri uomini e popoli che in ogni angolo del pianeta stanno sollevando
la testa, ritrovando la voce, alzando i pugni al cielo?
La
possibilità, anzi la necessità di un nuovo calarsi nel Politico,
nell’impegno militante totale, nella guerra al mondialismo moderno,
oltre ogni limite geografico e mentale, rappresenterà anche la riprova
sul campo della tenuta interiore di ciascuno, della fermezza e del
coraggio, della capacità di vincere il borghese che si annida in
ciascuno e che si cerca di esorcizzare rimandando l’impegno ad un
ipotetico futuro fatto di pose retoriche, di eroismi da operetta, di
fantastici scenari da war games, il tutto per rinviare sine die le
proprie responsabilità e camuffare la resa al quotidiano, da piccoli
borghesi frustrati.
“Propiziare – scriveva Evola- esperienze di una vita superiore, una
superiore libertà… E’ una prova. E, a che essa sia completa, risolutiva,
si dica pure: i ponti sono tagliati, non vi sono appoggi, non vi sono ‘ritorni’,
non v’è che da andare avanti. E’ proprio di una vocazione eroica
l’affrontare l’onda più vorticosa sapendo che due destini sono ad eguale
distanza: quello di coloro che finiranno con la dissoluzione del mondo
moderno, e quello di coloro che si ritroveranno nel filone centrale e
regale della nuova corrente”. Ed ora, la parola ai fatti. °°°
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