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David Irving, Galileo Galilei e quell'inquisizione che non doveva esserci più

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L'idéologie americaine

F.P. Yockey, Imperium


Il Cipresso tagliato: la questione libanese

Stefano Alamari

 
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Il patto di Monaco


"Direttive per l'attività futura"


Le mithe du loup

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Ipazia - Martire de fanatismo cristiano
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Paolo Possenti

 

 

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IDENTITA' SALINARA

 

 

- I dannati della terra

- Da Borgo a Comune: Linee di evoluzione economica e sociale di MARGHERITA DI SAVOIA

 

 

 

 

A Margherita di Savoia, già nel 1928. sorgeva, nei pressi di Porto Canale, il primo stabilimento balneare in muratura, costruito da Nicola Clemente e gestito da sua moglie Grazia Loffredo. Chiamato "La Salute", forniva ai clienti ampi spogliatoi e servizio di cucina.

 

 

 

 

 

I DANNATI DELLA TERRA

 

Quando, nei secoli, alcuni insediamenti si stabilirono dove ora sorge la cittadina di Margherita di Savoia, gli uomini e le donne che ne furono inconsapevoli protagonisti, molto probabilmente forzati dalla sventura e dal destino, non si resero conto di entrare a far parte del novero dei dannati della terra. Zona malsana e paludosa, assicurava loro, in cambio, una certa sicurezza, difendendoli da quanti li perseguitavano. Il loro territorio confinava con un'altra zona, dove la conformazione del terreno e le condizioni climatiche producevano sedimentazioni di un prodotto naturale che, nei secoli ha rappresentato moneta di scambio fra le genti, essendo essenziale per la sopravvivenza di esseri umani e animali : il sale, in questo caso sale marino, trovandosi la zona di sedimentazione in prossimità del mare. Il sale era ed è oro bianco, ed anche per esso si sono scatenate guerre, anche se meno appariscenti e più silenziose, ma non per questo meno pericolose e violente. Il sale ha attratto gente senza scrupoli che, per lo sfruttamento dei giacimenti di sale, ha sempre usato il lavoro dei « dannati » che in quelle zone avevano trovato rifugio. Lavoro duro, massacrante, eseguito in condizioni ambientali malsane, malpagato, uomini malnutriti e al limite della sopravvivenza. Per secoli le genti, chiamate « salinare » per il lavoro che veniva loro imposto, si sono portate nel corpo e nell’anima questa sofferenza, fino ad impregnarne l’aria, il suolo, il mare, fino a farne un luogo di quasi delirante poundiana espiazione per alcuni e di definitiva dannazione per altri, attratti dall’illusione che, anche ad essi, l’oro bianco potesse portare la liberazione dalla dannazione. Oggi quelle terre non sono più malsane, le genti che ci vivono le hanno risanate e le hanno rese fertili.

Ma su di esse pesa ancora la maledizione dell’oro bianco che attrae sciacalli sempre più avidi, continuando ad imporre la loro volontà, il loro potere, il loro sfruttamento, sui « salinari » che non riescono a trovare la volontà, la forza e la capacità di ribellarsi, di uscire definitivamente dalla logica degli interessi di parte per capire che l’interesse di ogni cittadino si ritrova nel perseguire tutti, insieme, uniti nella stessa volontà, un unico comune scopo. L’interesse di tutta la città, di Margherita di Savoia.

 Salvatore Francia

 

 

Da Borgo a Comune:

Linee di evoluzione economica e sociale di

 

MARGHERITA DI SAVOIA

 

 

1. L'insediamento originario

 

Non e possibile costruire un quadro dell'evoluzione economica, sociale, civile di Margherita di Savoia indipendentemente dalle omonime saline che, di tempo in tempo, l'hanno rappresentata, favorita, ostacolata, in ogni caso condizionata, in tale processo di crescita. Ma c'e di più. La stessa nascita del primo nucleo abitato nell'agro margheritano e da porre in relazione all'avvio di attività delle saline.

A questo proposito due tesi sembrano fronteggiarsi. La prima è quella di quanti danno per accettato che verso il III secolo a.C. nuclei di genti illiriche provenienti dall’opposta sponda dell'Adriatico si stabilirono nel tratto di costa compresa tra il Gargano e la foce dell’Ofan­to. Questi «immigrati» esercitarono, oltre l'agricoltura, la caccia e la pesca, anche l'attività salinara, favorita dalla presenza di stagni co­stieri, ampi e poco profondi. Nelle vicinanze di questi stagni vi erano centri gia fiorenti. Innanzitutto Salapia. (la Salapia vetus o «greca»), fra il lago Salpi ed il mare, nel tratto compreso tra I'attuale Zapponeta e Torre delle Pietre; inoltre Canusium, L'odierna Canosa, con il suo porto (Emporium Canusinorum) alla foce dell'Ofanto, presso il luogo dove in seguito sarebbe sorta Barletta; più a nord di quest'ultimo sor­geva L'Agripensium Navale, cui mettevano capo i commerci della più fiorente città della Daunia, Arpi (Argyrippa).

Il nucleo più consistente di tali genti si sarebbe fermato a Salapia, che sarebbe stata in tal modo la prima vera città dei salinari, dal mo­mento che la sua economia appare legata, fra l'altro, al traffico del sale. Si e propensi a ritenere, però, che nelle immediate vicinanze delle saline fosse stato costituito, per ragioni di praticità ed opportunità, un insediamento. Di questo, ipotizzato nella zona compresa tra la foce dell'Ofanto e Torre Pietra, nella località che in seguito sarebbe stata denominala Salinis, non si è trovata pero traccia archeologi­ca, ragion per cui bisognerebbe ritenere che si trattasse di un inse­diamento temporaneo.

In questa tesi - che collega l’avvio dell'attività salinara nell'area in questione all'arrivo di gruppi illirici nel III secolo a.C. - resta un punto oscuro: come mai un centro fiorente, qual’era Salapia, avrebbe avviato o dato forte impulso solo a partire da un certo periodo all'attività salinara. I reperti archeologici più recenti, infatti, permettono di collocare almeno all'VIII secolo la nascita (Japigia) di Salapia. Una risposta a tale interrogativo potrebbe essere data dal fatto che i soprav­venuti del III secolo fossero in possesso di tecniche di produzione del sale più evolute, tali da imprimere un forte slancio a tale attività ed al relativo commercio, monopolizzato da Salapia. Risulterebbe, infatti, che proprio le frequenti lotte per alcune saline - e ciò denota dimestichezza con l'attività salinara - sarebbero state la causa del trasferimento dei summenzionati gruppi illirici dall'una all'altra sponda dell'Adriatico.

In sostanza, accettando questa tesi, la nascita di Margherita di Savoia, in quanto centro che ha avuto le sue origini legate alle saline, si potrebbe collegare idealmente alla Salapia vetus e «de facto» ad un insediamento ad immediato ridosso delle saline, emanazione di­retta della stessa Salapia.

L'altra tesi, che a questa si contrappone, individua in Carmosína (o Carmisina) il nucleo originario dell'odierna Margherita di Savoia. Questa località, situata tra la foce dell'Ofanto e il Porto Canale risalirebbe a molti secoli prima dell'avvio della colonizzazione greca, iniziata attorno all'VIlI secolo a.C. allorché gli Japigi, genti illiriche, giunsero in Puglia (all'incirca nel 1200 a.C.) trovarono già in attività il centro di Carmosina che nella produzione del sale aveva una delle prin­cipati fonti di reddito. Da Carmosina sarebbe scaturita, in epoca successiva, attorno all'VIII secolo a.C., Salapia (vetus o « greca», la quale avrebbe avocato a sé, col passar del tempo, la redditizia attività della produzione del vetus non sarebbe stata ubicata tra Zapponeta e Torre Pietra, ma a sud di Torre Pietra ed a sud della stessa Carmosina, sulla costa, che allora non era arretrata come si presenta oggi. Nel raggio di 500 metri da Carmosina, sul mare, sorgeva il porto di Salapia vetus.

Come appare evidente, in questo secondo caso le origini di Marghe­rita di Savoia sono riportate molto più indietro nel tempo. La città di Salapia - grosso centro japigio e poi greco - sarebbe successiva al nucleo originario del centro salinaro. Ambedue le tesi in ogni caso am­mettono l'esistenza di un centro, diverso da Salapia, a cui si ricollegano più strettamente le attività salinare della zona. Salapia però, accen­trando progressivamente le attività commerciali legate al sale, diventa la città simbolo della produzione e del traffico di tale prodotto, cui dovette la propria fioridezza.

La prosperità di Salapia ricevette però un duro colpo dall'occupa­zione annibalica del 214 a.C. Successivamente, a causa della malaria do­vuta all'impaludamento del retrostante lago Salpi, privo di un suffi­ciente sfogo verso il mare, la città iniziò a decadere. Alla fine del­l'età repubblicana gli abitanti l'abbandonarono definitivamente per fon­dare una nuova Salapia (<<romana») presso l'angolo sud-occidentale dello stesso lago Salpi, lungo l'asse Zapponeta-S.Ferdinando, in loca­lita Monte di Salpi. Un porto canale individuabile in località Torre Pietra - la collegava attraverso il lago con il mare.

La vicinanza della nuova Salapia con la vecchia, ma soprattutto con le saline, mostra il legame che univa anche questa nuova città con l'attività salinara. La Salapia romana però dopo alcuni decenni di prosperità cominciò a decadere per lo stato di progressivo inquinamento della campagna, che andava riducendosi ad acquitrini per lo straripamen­to dei fiumi prima di giungere al lago o al mare. Già nel I secolo d.C. quanti di Salapia erano direttamente interessati all'attività salinara dettero luogo ad un borgo stabile - Salinis a sud del porto di Petra (Torre Pietra), in localita Omo/Quarto. A mano a mano che la zona circostante Salapia veniva abbandonata dagli agricoltori, diventando sempre più sterile, si ingrandiva il borgo di Sali­nis, che veniva pertanto e configurarsi sempre più come un'altra Salapia, la terza. È a quest’abitato che le origini di Margherita di Savoia possono essere più direttamente collegate, non solo idealmente, come con Carmosina o la Salapia vetus, o presuntivamente, come con un ipotiz­zato precedente insediamento in località Omo/Quarto.

2. Il borgo di Salinis nel Medioevo

La costruzione, nel 115 d.C., di un ponte in muratura sull'Ofanto per unire Salinis a Barletta è un sicuro indice del crescente peso che il borgo salinaro andava assu­mendo nell'economia locale. D'altra parte la malaria cominciava ad im­perversare nell'agro della Salapia romana. Nel 455 una serie di terre­moti ed i Vandali di Genserico ne sconvolsero la residua attività economica: la città, benché eretta a sede vescovile nel IV secolo e come tale rimasta sino al 1547, era ormai condannata all’abbandono. La tradizione salinara, già trasferita in Salinis, vi sarebbe rimasta masta nei secoli successivi.

La menzione, per la prima volta in documenti del 1105, di Salinis come Casale di S. Maria de Salinis è una attestazione della crescita del vecchio borgo salinaro: in tale anno esso fu aggregato, con le sue per­tinenze, alla diocesi di Canne. Le stesse lotte tra i Templari, che avevano una loro casa a Barletta, ed iI vescovo di Canne per il possesso del Casale ed annesse saline - conclusesi con la vittoria del potente ordine nel 1158 - mostrano l'importanza crescente dell'antico borgo salinaro. Il periodo normanno-svevo, in efIetti, segnò un momento di prosperità per l'operoso Casale, che divenne, tra l'altro, un grosso approvvigionatore di sale di una grande potenza mercantile come Ve­nezia.

Nel 1192 Canne e S. Maria de Salinis furono aggregate alla diocesi di Trani. Confiscati i beni dei Templari da Federico II, le saline in parte passavano al fisco, mentre il borgo, come risulta da un atto del 1294, veniva unito alla diocesi di Barletta, avviando un vincolo formale con I'importante città di Terra di Bari destinato a durare a lungo. AI­lorché, tra la fine del XII secolo e l'inizio del XIV, l'infierire della mala­ria costrinse gli abitanti del Casale ad abbandonare le loro case fu a Barletta che essi preferirono stabilirsi. Qui, attorno alla chiesa di S. Agostino, i salinari dettero vita ad una comunità autonoma, come atte­stano statuti del 1466 e del 1473, unita dal vincolo della comune attività. Dell'antico Casale non rimase che «qualche isolato pagliaio», una torre di difesa e alcune case della Regia Corte. La stessa de­nominazione della località si contrasse, con l'andar del tempo, in Saline (poi, dal XV secolo, Saline di Barletta, essendo state annesse le saline al demanio barlettano).

Questa fu la denominazione che alla fine del XVI secolo ritrovarono i salinari allorché tornarono ad insediarsi nell'area del vecchio Casale, attorno alla cinquecentesca Torre, detta anch'essa Torre delle Saline.

Resta da spiegare come mai, dopo circa tre secoli, la vecchia comu­nità di salinari riprese ad abitare l'area di Salinis, dal momento che, pare accettato, le condizioni ambientali risultavano ancora ostili all'in­sediamento umano. A nostro avviso solo la necessità di un cospicuo au­mento della produzione di sale - possibile mediante una più duratura presenza «in loco» dei salinari ed un più diretto controllo degli appa­rati produttivi - può spiegare tale ritorno. A sua volta l'esigenza di un considerevole aumento della produzione di un simile prodotto affondava le radici da un lato nella recente ristrutturazione della Dogana di Fog­gia  - che prevedeva, tra l'altro, la distribuzione di sale ai pastori che pagavano la « fida» -, dall'altro nel sensibile aumento del numero dei « fuochi:. del Regno nel corso del XVI secolo, «fuochi» ai quali era versato un tomolo di sale per anno, purché fossero in regola con il pagamento delle imposizioni dirette.

3. Saline (di Barletta) in età moderna

A partire dal '600 l'in­sediamento dei salinari in localita Saline - territorio demaniale - co­mincia a crescere, arrestato, è da ritenere, solo dalla peste del 1656, che colpi drasticamente tutto il Regno. I dati relativi alla popolazione, per quanto riguarda il XVII secolo e la prima meta del XVIII in verità man­cano, ma vi sono altri parametri che permettono di confermare una tale tendenza.

La produzione di sale, infatti, tra '600 e '700 aumenta progressi­vamente, come pure la quota di tale prodotto destinata all'espor­tazione. Negli anni 1740-60 si esportarono da Saline 24.000 q., passati a 50.000 negli anni 1775-81, con un incremento di oltre il 100 per cento. È da ritenere, però, che a tale sensibile aumento delle esportazioni non fosse estraneo, nel 1753, il ritorno della gestione delle saline dalla mano privata (con il sistema dell'appalto o arrendamento) a quella pubblica.  È da sottolineare, inoltre, che nel terzo decennio del '700 ben 400 operai lavoravano nelle saline, che pertanto venivano a configurarsi come uno dei più grossi concentramenti di mano d'opera salariata del Mezzogiorno preindustriale ed a dare al borgo che forniva tale mano d'opera aspetti e problemi tipici delle fasi di prima industria­lizzazione.

A partire dalla meta del '700 cominciamo ad essere informati sul­l'evoluzione demografica di Saline. Nel 1767, ad esempio, essa contava 1.127 anime): le accresciute esigenze della popolazione stavano portando anche all'edificazione di una chiesa (inaugurata poi nel 1794), risultando ormai insufficiente la vecchia cappella del 1606.

La crescita demografica, comunque, non si arrestò con la fine del secolo ma, anzi, non diversamente da quanto stava avvenendo in quel periodo in Capitanata e nell'intero Mezzogiomo, assunse un ritmo più sostenuto, che doveva portare al raddoppio della popolazione ai primi del nuovo secolo.

Conseguenza di questo sensibile irrobustimento demografico fu il decreto di Gioacchino Murat del 15 aprile 1813, che sancì la separa­zione dell'agglomerato di Saline (di Barletta) dal Casale della Trinità - a cui sino allora era stato unito - e la sua erezione in Comune autonomo. Inoltre il direttore delle saline veniva ad essere il sindaco nato in questo Comune. Questo atto rappresentò al tempo stesso l'avvio alla residenza stabile in Saline e, quindi, la premessa per il suo successivo ingrandimento, oltre che un forte stimolo allo sviluppo del­l'agricoltura e della pesca.

Non meno importante fu il decreto di Ferdinando I di Borbone del settembre 1828, che fissò i criteri per l'amministrazione del neonato Comune e delle relative saline, subordinando, in linea di massima, gli interessi della popolazione a quelli delle saline.

Ciò nonostante la popolazione di Saline nel 1843, con 3.352 ani­me, risultava triplicata rispetto a quella di 70 anni prima. Ancora una volta essa rifletteva un movimento di carattere più generale, assai evidente proprio in Capitanata e nell'area del Tavoliere in particolare. Qui, però, l'aumento di popolazione, tramutandosi in aumento di do­manda, in primo luogo di derrate agricole, premeva contro le aree de­stinate sino ad allora a pascolo, a vantaggio del seminativo. Si trattava di un fenomeno non nuovo nell'area della vecchia Dogana di Foggia (e del Tavoliere poi), ma che a fine Settecenti-primi dell'Ottocento aveva assunto proporzioni mai raggiunte in passato proprio per l'accresciuto carico demografico gravante su tale area. Questa pressione demogra­fica, com'e noto, poco dopo l'Unità d'Italia (nel 1865) sarebbe riuscita, mediante la censuazione, a far prevalere il seminativo sulla pastorizia nell'area del Tavoliere.


 

Nel caso invece del nostro Comune, la crescita demografica, non assorbita da un adeguato aumento della produzione delle saline, ché anzi proprio in questi anni si trova vano a cambattere con l'ingigantirsi del fenomeno del contrabbando, né dalla possibilità di un consono sbocco in agricoltura, essendo limitatissima l'area di pertinenza del Comune, non poté avere altro sbocco che l'emigrazione. Si trattò, però, di una emigrazione «controlIata», se cosi si può dire: nel settembre del 1747, 232 famiglie, pari a 1.542 unità, furono trasferite ad aIcune mi­glia nelI'entroterra per dar vita alla colonia di S. Cassano, eretta in comune nel luglio deIl'anno successivo con la denominazione di S. Ferdinando di Puglia.

Dopo tale esodo la popolazione di Saline era tornata pressappoco pari a quella dell'inizio del secolo: nel 1849 risultava di 2.271 abitan­ti. Era stato ripristinato un equilibrio demografico e sociale tra Comune e saline, vale a dire tra domanda ed offerta di lavoro, ma non era stata intaccata la posizione di soggezione amministrativa del primo nei confronti di queste ultime.

Si può comprendere così perché, al momento della costituzione del Regno d'Italia, la popolazione civile si staccò dal governo del diret­tore-sindaco - che si era mostrato sempre più solIecito degli interessi delIe saline che non di quelli legati alI'evoluzione civie del Comune ­dandosi un'amministrazione propria, senza curarsi che a tale atto facesse seguito un riconoscimento « de jure» da parte delle autorita cen­trali del distacco tra Comune e saline, né tanto meno curandosi della presenza di mezzi idonei alla sopravvivenza del Comune.

 Il Comune veniva cosi a trovarsi senza un proprio adeguato terri­torio, e solo dopo molte istanze ebbe a1cune terre bonificate del Salpi, alcune opere delle saline e dei contributi, mentre ancora per del tempo una parte delle spese comunali fu addossata all’amministrazione delle saline. Non è da meravigliarsi, quindi, se tale ridotta base di sussistenza portò ad incomprensioni e ad attriti tra il Comune e le annesse saline, contrasti che si acuirono a mano a mano che la popolazione di Saline aumentava, come rivelava gia il I° censimento del Regno (1861), che registrava per il nostro Comune 3.264 unita.


 

 


 

Di lì a poco, il 9 gennaio 1879, quasi a testimoniare la propria fiducia nello Stato unitario, nella sua capacita di riconoscere anche i problemi delle aree periferiche e di avviarli a soluzione, il comune di Saline cambiava denominazione, intitolandosi a Margherita di Savoia.

 

4. Dall'intitolazione del comune a Margherita di Savoia (1879) ad oggi. - Da questo momento in poi 1'evoluzione del Comune sarebbe dipesa più che mai dal rapporto popolazione-territorio, discendendo dai termini di questa relazione la soluzione di problemi fondamentali del vivere sociale, quali la casa, il lavoro, i servizi sociali.

Nel 1881 Margherita di Savoia contava poco più di 4.000 abitan­ti, concentrati sullo stretto cordone situato tra le vecchie saline (1'at­tuale bacino orientale) ed il mare. Il lago Salpi in gran parte non era stato ancora bonificato ed erano diffuse le aree paludose. Gran parte del territorio, soprattutto lungo la costa ed attorno al lago ed alle saline, era incolto o adibito a pascolo, mentre il seminativo dominava all'inter­no, dove, tra l'altro, si cominciavano a diffondere le colture legnose.

Il principale problema del Comune continuava ad essere la com­pleta mancanza di suoli edificabili di fronte all'accentuato sviluppo demografico, che toccava le 6.000 unita nel 1901 e le 7.500 circa nel 1911.

 Ciò aveva spinto ad ampliare mediante colmata l'area bonificata del Salpi, permettendo cosi un’estensione delle saline, ma anche del vigneto, sia pure a danno del seminativo, nonché delle case sparse in campagna.

La forte pressione demografica - oltre 10.000 abitanti nel 1931, che sarebbero giunti ad oltre 13.000 nel 1951 - doveva spingere nei decenni successivi al completamento dei lavori di bonifica del Salpi e ad un ulteriore ampliamento delle saline mediante il bacino centrale (Salpi vecchio) e quello occidentale (Salpi nuovo).


 

 

 

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