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I
DANNATI DELLA TERRA
Quando, nei secoli,
alcuni insediamenti si stabilirono dove ora sorge la
cittadina di Margherita di Savoia, gli uomini e le donne che ne furono
inconsapevoli protagonisti, molto probabilmente forzati dalla sventura e
dal destino, non si resero conto di entrare a far parte del novero dei
dannati della terra. Zona malsana e paludosa, assicurava loro, in
cambio, una certa sicurezza, difendendoli da quanti li perseguitavano.
Il loro territorio confinava con un'altra zona, dove la conformazione
del terreno e le condizioni climatiche producevano sedimentazioni di un
prodotto naturale che, nei secoli ha rappresentato moneta di scambio fra
le genti, essendo essenziale per la sopravvivenza di esseri umani e
animali : il sale, in questo caso sale marino, trovandosi la zona di
sedimentazione in prossimità del mare. Il sale era ed è oro bianco, ed
anche per esso si sono scatenate guerre, anche se meno appariscenti e
più silenziose, ma non per questo meno pericolose e violente. Il sale ha
attratto gente senza scrupoli che, per lo sfruttamento dei giacimenti di
sale, ha sempre usato il lavoro dei « dannati » che in quelle zone
avevano trovato rifugio. Lavoro duro, massacrante, eseguito in
condizioni ambientali malsane, malpagato, uomini malnutriti e al limite
della sopravvivenza. Per secoli le genti, chiamate « salinare » per il
lavoro che veniva loro imposto, si sono portate nel corpo e nell’anima
questa sofferenza, fino ad impregnarne l’aria, il suolo, il mare, fino a
farne un luogo di quasi delirante poundiana espiazione per alcuni e di
definitiva dannazione per altri, attratti dall’illusione che, anche ad
essi, l’oro bianco potesse portare la liberazione dalla dannazione. Oggi
quelle terre non sono più malsane, le genti che ci vivono le hanno
risanate e le hanno rese fertili.
Ma su
di esse pesa ancora la maledizione dell’oro bianco che attrae sciacalli
sempre più avidi, continuando ad imporre la loro volontà, il loro
potere, il loro sfruttamento, sui « salinari » che non riescono a
trovare la volontà, la forza e la capacità di ribellarsi, di uscire
definitivamente dalla logica degli interessi di parte per capire che
l’interesse di ogni cittadino si ritrova nel perseguire tutti, insieme,
uniti nella stessa volontà, un unico comune scopo. L’interesse di tutta
la città, di Margherita di Savoia.
Salvatore Francia
Da Borgo a Comune:
Linee di evoluzione economica e sociale di
MARGHERITA DI SAVOIA
1.
L'insediamento originario
Non e possibile costruire un quadro dell'evoluzione
economica, sociale, civile di Margherita di Savoia indipendentemente
dalle omonime saline che, di tempo in tempo, l'hanno rappresentata,
favorita, ostacolata, in ogni caso condizionata, in tale processo di
crescita. Ma c'e di più. La stessa nascita del primo nucleo abitato
nell'agro margheritano e da porre in relazione all'avvio di attività
delle saline.
A questo proposito due tesi sembrano fronteggiarsi.
La prima è quella di quanti danno per accettato che verso il III
secolo a.C. nuclei di genti illiriche provenienti dall’opposta
sponda dell'Adriatico si stabilirono nel tratto di costa compresa
tra il Gargano e la foce dell’Ofanto. Questi «immigrati»
esercitarono, oltre l'agricoltura, la caccia e la pesca, anche
l'attività salinara, favorita dalla presenza di stagni costieri,
ampi e poco profondi. Nelle vicinanze di questi stagni vi erano
centri gia fiorenti. Innanzitutto Salapia. (la Salapia
vetus o «greca»), fra il lago Salpi ed il mare, nel tratto
compreso tra I'attuale Zapponeta e Torre delle Pietre; inoltre
Canusium, L'odierna Canosa, con il suo porto (Emporium
Canusinorum) alla foce dell'Ofanto, presso il luogo dove in
seguito sarebbe sorta Barletta; più a nord di quest'ultimo sorgeva
L'Agripensium Navale, cui mettevano capo i commerci
della più fiorente città della Daunia, Arpi (Argyrippa).
Il nucleo più consistente di tali genti si sarebbe
fermato a Salapia, che sarebbe stata in tal modo la prima vera città
dei salinari, dal momento che la sua economia appare legata, fra
l'altro, al traffico del sale. Si e propensi a ritenere, però, che
nelle immediate vicinanze delle saline fosse stato costituito, per
ragioni di praticità ed opportunità, un insediamento. Di questo,
ipotizzato nella zona compresa tra la foce dell'Ofanto e Torre
Pietra, nella località che in seguito sarebbe stata denominala
Salinis, non si è trovata pero traccia archeologica, ragion per
cui bisognerebbe ritenere che si trattasse di un insediamento
temporaneo.
In questa tesi - che collega l’avvio dell'attività
salinara nell'area in questione all'arrivo di gruppi illirici nel
III secolo a.C. - resta un punto oscuro: come mai un centro
fiorente, qual’era Salapia, avrebbe avviato o dato forte impulso
solo a partire da un certo periodo all'attività salinara. I reperti
archeologici più recenti, infatti, permettono di collocare almeno
all'VIII secolo la nascita (Japigia) di Salapia. Una risposta a tale
interrogativo potrebbe essere data dal fatto che i sopravvenuti del
III secolo fossero in possesso di tecniche di produzione del sale
più evolute, tali da imprimere un forte slancio a tale attività ed
al relativo commercio, monopolizzato da Salapia. Risulterebbe,
infatti, che proprio le frequenti lotte per alcune saline - e ciò
denota dimestichezza con l'attività salinara - sarebbero state la
causa del trasferimento dei summenzionati gruppi illirici dall'una
all'altra sponda dell'Adriatico.
In sostanza, accettando questa tesi, la nascita di
Margherita di Savoia, in quanto centro che ha avuto le sue origini
legate alle saline, si potrebbe collegare idealmente alla Salapia
vetus e «de facto» ad un insediamento ad immediato ridosso delle
saline, emanazione diretta della stessa Salapia.
L'altra tesi, che a questa si contrappone, individua
in Carmosína (o Carmisina) il nucleo originario dell'odierna
Margherita di Savoia. Questa località, situata tra la foce
dell'Ofanto e il Porto Canale risalirebbe a molti secoli prima
dell'avvio della colonizzazione greca, iniziata attorno all'VIlI
secolo a.C. allorché gli Japigi, genti illiriche, giunsero in Puglia
(all'incirca nel 1200 a.C.) trovarono già in attività il centro di
Carmosina che nella produzione del sale aveva una delle principati
fonti di reddito. Da Carmosina sarebbe scaturita, in epoca
successiva, attorno all'VIII secolo a.C., Salapia (vetus o «
greca», la quale avrebbe avocato a sé, col passar del tempo, la
redditizia attività della produzione del vetus non sarebbe
stata ubicata tra Zapponeta e Torre Pietra, ma a sud di Torre Pietra
ed a sud della stessa Carmosina, sulla costa, che allora non era
arretrata come si presenta oggi. Nel raggio di 500 metri da
Carmosina, sul mare, sorgeva il porto di Salapia
vetus.
Come appare evidente, in questo secondo caso le
origini di Margherita di Savoia sono riportate molto più indietro
nel tempo. La città di Salapia - grosso centro japigio e poi greco -
sarebbe successiva al nucleo originario del centro salinaro. Ambedue
le tesi in ogni caso ammettono l'esistenza di un centro, diverso da
Salapia, a cui si ricollegano più strettamente le attività salinare
della zona. Salapia però, accentrando progressivamente le attività
commerciali legate al sale, diventa la città simbolo della
produzione e del traffico di tale prodotto, cui dovette la propria
fioridezza.
La prosperità di Salapia ricevette però un duro colpo
dall'occupazione annibalica del 214 a.C. Successivamente, a causa
della malaria dovuta all'impaludamento del retrostante lago Salpi,
privo di un sufficiente sfogo verso il mare, la città iniziò a
decadere. Alla fine dell'età repubblicana gli abitanti
l'abbandonarono definitivamente per fondare una nuova Salapia
(<<romana») presso l'angolo sud-occidentale dello stesso lago Salpi,
lungo l'asse Zapponeta-S.Ferdinando, in localita Monte di Salpi. Un
porto canale individuabile in località Torre Pietra - la collegava
attraverso il lago con il mare.
La vicinanza della nuova Salapia con la vecchia, ma
soprattutto con le saline, mostra il legame che univa anche questa
nuova città con l'attività salinara. La Salapia romana però dopo
alcuni decenni di prosperità cominciò a decadere per lo stato di
progressivo inquinamento della campagna, che andava riducendosi ad
acquitrini per lo straripamento dei fiumi prima di giungere al lago
o al mare. Già nel I secolo d.C. quanti di Salapia erano
direttamente interessati all'attività salinara dettero luogo ad un
borgo stabile - Salinis a sud del porto di Petra (Torre Pietra), in
localita Omo/Quarto. A mano a mano che la zona circostante Salapia
veniva abbandonata dagli agricoltori, diventando sempre più sterile,
si ingrandiva il borgo di Salinis, che veniva pertanto e
configurarsi sempre più come un'altra Salapia, la terza. È a quest’abitato
che le origini di Margherita di Savoia possono essere più
direttamente collegate, non solo idealmente, come con Carmosina o la
Salapia vetus, o presuntivamente, come con un ipotizzato
precedente insediamento in località Omo/Quarto.
2.
Il borgo di Salinis nel Medioevo
La costruzione, nel 115 d.C., di un ponte in muratura
sull'Ofanto per unire Salinis a Barletta è un sicuro indice del
crescente peso che il borgo salinaro andava assumendo nell'economia
locale. D'altra parte la malaria cominciava ad imperversare
nell'agro della Salapia romana. Nel 455 una serie di terremoti ed i
Vandali di Genserico ne sconvolsero la residua attività economica:
la città, benché eretta a sede vescovile nel IV secolo e come tale
rimasta sino al 1547, era ormai condannata all’abbandono. La
tradizione salinara, già trasferita in Salinis, vi sarebbe rimasta
masta nei secoli successivi.
La menzione, per la prima volta in documenti del
1105, di Salinis come Casale di S. Maria de Salinis è una
attestazione della crescita del vecchio borgo salinaro: in tale anno
esso fu aggregato, con le sue pertinenze, alla diocesi di Canne. Le
stesse lotte tra i Templari, che avevano una loro casa a Barletta,
ed iI vescovo di Canne per il possesso del Casale ed annesse saline
- conclusesi con la vittoria del potente ordine nel 1158 - mostrano
l'importanza crescente dell'antico borgo salinaro. Il periodo
normanno-svevo, in efIetti, segnò un momento di prosperità per
l'operoso Casale, che divenne, tra l'altro, un grosso
approvvigionatore di sale di una grande potenza mercantile come
Venezia.
Nel 1192 Canne e S. Maria de Salinis furono aggregate
alla diocesi di Trani. Confiscati i beni dei Templari da Federico
II, le saline in parte passavano al fisco, mentre il borgo, come
risulta da un atto del 1294, veniva unito alla diocesi di Barletta,
avviando un vincolo formale con I'importante città di Terra di Bari
destinato a durare a lungo. AIlorché, tra la fine del XII secolo e
l'inizio del XIV, l'infierire della malaria costrinse gli abitanti
del Casale ad abbandonare le loro case fu a Barletta che essi
preferirono stabilirsi. Qui, attorno alla chiesa di S. Agostino, i
salinari dettero vita ad una comunità autonoma, come attestano
statuti del 1466 e del 1473, unita dal vincolo della comune
attività. Dell'antico Casale non rimase che «qualche isolato
pagliaio», una torre di difesa e alcune case della Regia Corte. La
stessa denominazione della località si contrasse, con l'andar del
tempo, in Saline (poi, dal XV secolo, Saline di Barletta, essendo
state annesse le saline al demanio barlettano).
Questa fu la denominazione che alla fine del XVI
secolo ritrovarono i salinari allorché tornarono ad insediarsi
nell'area del vecchio Casale, attorno alla cinquecentesca Torre,
detta anch'essa Torre delle Saline.
Resta da spiegare come mai, dopo circa tre secoli, la
vecchia comunità di salinari riprese ad abitare l'area di Salinis,
dal momento che, pare accettato, le condizioni ambientali
risultavano ancora ostili all'insediamento umano. A nostro avviso
solo la necessità di un cospicuo aumento della produzione di sale -
possibile mediante una più duratura presenza «in loco» dei salinari
ed un più diretto controllo degli apparati produttivi - può
spiegare tale ritorno. A sua volta l'esigenza di un considerevole
aumento della produzione di un simile prodotto affondava le radici
da un lato nella recente ristrutturazione della Dogana di Foggia -
che prevedeva, tra l'altro, la distribuzione di sale ai pastori che
pagavano la « fida» -, dall'altro nel sensibile aumento del numero
dei « fuochi:. del Regno nel corso del XVI secolo, «fuochi» ai quali
era versato un tomolo di sale per anno, purché fossero in regola con
il pagamento delle imposizioni dirette.
3.
Saline (di Barletta) in età moderna
A partire dal '600 l'insediamento dei salinari in
localita Saline - territorio demaniale - comincia a crescere,
arrestato, è da ritenere, solo dalla peste del 1656, che colpi
drasticamente tutto il Regno. I dati relativi alla popolazione, per
quanto riguarda il XVII secolo e la prima meta del XVIII in verità
mancano, ma vi sono altri parametri che permettono di confermare
una tale tendenza.
La produzione di sale, infatti, tra '600 e '700
aumenta progressivamente, come pure la quota di tale prodotto
destinata all'esportazione. Negli anni 1740-60 si esportarono da
Saline 24.000 q., passati a 50.000 negli anni 1775-81, con un
incremento di oltre il 100 per cento. È da ritenere, però, che a
tale sensibile aumento delle esportazioni non fosse estraneo, nel
1753, il ritorno della gestione delle saline dalla mano privata (con
il sistema dell'appalto o arrendamento) a quella pubblica. È
da sottolineare, inoltre, che nel terzo decennio del '700 ben 400
operai lavoravano nelle saline, che pertanto venivano a configurarsi
come uno dei più grossi concentramenti di mano d'opera salariata del
Mezzogiorno preindustriale ed a dare al borgo che forniva tale mano
d'opera aspetti e problemi tipici delle fasi di prima
industrializzazione.
A partire dalla meta del '700 cominciamo ad essere
informati sull'evoluzione demografica di Saline. Nel 1767, ad
esempio, essa contava 1.127 anime): le accresciute esigenze della
popolazione stavano portando anche all'edificazione di una chiesa
(inaugurata poi nel 1794), risultando ormai insufficiente la vecchia
cappella del 1606.
La crescita demografica, comunque, non si arrestò con
la fine del secolo ma, anzi, non diversamente da quanto stava
avvenendo in quel periodo in Capitanata e nell'intero Mezzogiomo,
assunse un ritmo più sostenuto, che doveva portare al raddoppio
della popolazione ai primi del nuovo secolo.
Conseguenza di questo sensibile irrobustimento
demografico fu il decreto di Gioacchino Murat del 15 aprile 1813,
che sancì la separazione dell'agglomerato di Saline (di Barletta)
dal Casale della Trinità - a cui sino allora era stato unito - e la
sua erezione in Comune autonomo. Inoltre il direttore delle saline
veniva ad essere il sindaco nato in questo Comune. Questo atto
rappresentò al tempo stesso l'avvio alla residenza stabile in Saline
e, quindi, la premessa per il suo successivo ingrandimento, oltre
che un forte stimolo allo sviluppo dell'agricoltura e della pesca.
Non meno importante fu il decreto di Ferdinando I di
Borbone del settembre 1828, che fissò i criteri per
l'amministrazione del neonato Comune e delle relative saline,
subordinando, in linea di massima, gli interessi della popolazione a
quelli delle saline.
Ciò nonostante la popolazione di Saline nel 1843, con
3.352 anime, risultava triplicata rispetto a quella di 70 anni
prima. Ancora una volta essa rifletteva un movimento di carattere
più generale, assai evidente proprio in Capitanata e nell'area del
Tavoliere in particolare. Qui, però, l'aumento di popolazione,
tramutandosi in aumento di domanda, in primo luogo di derrate
agricole, premeva contro le aree destinate sino ad allora a
pascolo, a vantaggio del seminativo. Si trattava di un fenomeno non
nuovo nell'area della vecchia Dogana di Foggia (e del Tavoliere
poi), ma che a fine Settecenti-primi dell'Ottocento aveva assunto
proporzioni mai raggiunte in passato proprio per l'accresciuto
carico demografico gravante su tale area. Questa pressione
demografica, com'e noto, poco dopo l'Unità d'Italia (nel 1865)
sarebbe riuscita, mediante la censuazione, a far prevalere il
seminativo sulla pastorizia nell'area del Tavoliere.
Nel caso invece del
nostro Comune, la crescita demografica, non assorbita da un adeguato
aumento della produzione delle saline, ché anzi proprio in questi
anni si trova vano a cambattere con l'ingigantirsi del fenomeno del
contrabbando, né dalla possibilità di un consono sbocco in
agricoltura, essendo limitatissima l'area di pertinenza del Comune,
non poté avere altro sbocco che l'emigrazione. Si trattò, però, di
una emigrazione «controlIata», se cosi si può dire: nel settembre
del 1747, 232 famiglie, pari a 1.542 unità, furono trasferite ad
aIcune miglia nelI'entroterra per dar vita alla colonia di S.
Cassano, eretta in comune nel luglio deIl'anno successivo con la
denominazione di S. Ferdinando di Puglia.
Dopo tale esodo la
popolazione di Saline era tornata pressappoco pari a quella
dell'inizio del secolo: nel 1849 risultava di 2.271 abitanti. Era
stato ripristinato un equilibrio demografico e sociale tra Comune e
saline, vale a dire tra domanda ed offerta di lavoro, ma non era
stata intaccata la posizione di soggezione amministrativa del primo
nei confronti di queste ultime.
Si può comprendere
così perché, al momento della costituzione del Regno d'Italia, la
popolazione civile si staccò dal governo del direttore-sindaco -
che si era mostrato sempre più solIecito degli interessi delIe
saline che non di quelli legati alI'evoluzione civie del Comune
dandosi un'amministrazione propria, senza curarsi che a tale atto
facesse seguito un riconoscimento « de jure» da parte delle autorita
centrali del distacco tra Comune e saline, né tanto meno curandosi
della presenza di mezzi idonei alla sopravvivenza del Comune.
Il Comune veniva
cosi a trovarsi senza un proprio adeguato territorio, e solo dopo
molte istanze ebbe a1cune terre bonificate del Salpi, alcune opere
delle saline e dei contributi, mentre ancora per del tempo una parte
delle spese comunali fu addossata all’amministrazione delle saline.
Non è da meravigliarsi, quindi, se tale ridotta base di sussistenza
portò ad incomprensioni e ad attriti tra il Comune e le annesse
saline, contrasti che si acuirono a mano a mano che la popolazione
di Saline aumentava, come rivelava gia il I° censimento del Regno
(1861), che registrava per il nostro Comune 3.264 unita.
Di lì a poco, il 9
gennaio 1879, quasi a testimoniare la propria fiducia nello Stato
unitario, nella sua capacita di riconoscere anche i problemi delle
aree periferiche e di avviarli a soluzione, il comune di Saline
cambiava denominazione, intitolandosi a Margherita di Savoia.
4.
Dall'intitolazione del comune a Margherita di Savoia (1879) ad oggi.
-
Da questo momento in poi 1'evoluzione del Comune sarebbe dipesa più
che mai dal rapporto popolazione-territorio, discendendo dai termini
di questa relazione la soluzione di problemi fondamentali del vivere
sociale, quali la casa, il lavoro, i servizi sociali.
Nel 1881 Margherita
di Savoia contava poco più di 4.000 abitanti, concentrati sullo
stretto cordone situato tra le vecchie saline (1'attuale bacino
orientale) ed il mare. Il lago Salpi in gran parte non era stato
ancora bonificato ed erano diffuse le aree paludose. Gran parte del
territorio, soprattutto lungo la costa ed attorno al lago ed alle
saline, era incolto o adibito a pascolo, mentre il seminativo
dominava all'interno, dove, tra l'altro, si cominciavano a
diffondere le colture legnose.
Il principale
problema del Comune continuava ad essere la completa mancanza di
suoli edificabili di fronte all'accentuato sviluppo demografico, che
toccava le 6.000 unita nel 1901 e le 7.500 circa nel 1911.
Ciò aveva spinto
ad ampliare mediante colmata l'area bonificata del Salpi,
permettendo cosi un’estensione delle saline, ma anche del vigneto,
sia pure a danno del seminativo, nonché delle case sparse in
campagna.
La forte pressione
demografica - oltre 10.000 abitanti nel 1931, che sarebbero giunti
ad oltre 13.000 nel 1951 - doveva spingere nei decenni successivi al
completamento dei lavori di bonifica del Salpi e ad un ulteriore
ampliamento delle saline mediante il bacino centrale (Salpi vecchio)
e quello occidentale (Salpi nuovo).
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