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Tra Scilla e Cariddi:

 il “ritorno all’umano”!

  

Alberto B. Mariantoni

 

 

Nel mondo nel quale viviamo, la maggior parte di noi ha spesso l’impressione di essere costantemente sballottata ed irrimediabilmente presa in trappola, all’interno di due antitetiche e destabilizzanti sponde virtuali: quella, cioè, di un’impressionante e stimolante – ma irraggiungibile e frustrante – “Scilla sovrumana e quella di una sconcertante, deprimente ed avvilente “Cariddi” disumana.

 A mio giudizio, abbiamo quell’illudente e fuorviante percezione della nostra esistenza, in quanto continuiamo testardamente ed inconsapevolmente a volere assolutamente “leggere” o interpretare la realtà che ci contorna, attraverso le lenti deformanti e snaturanti della “visione ideologica” della vita e della storia.

 Quando parlo di “visione ideologica” della vita e della storia, mi riferisco, naturalmente, a quelle “ideologie” che fissano un qualunque “schema”, soggettivo ed arbitrario, assoluto ed indiscutibile, ed attendono che la realtà si adatti automaticamente e supinamente al loro disegno; oppure, a quelle che - dopo avere fissato il loro “schema” soggettivo ed arbitrario, assoluto ed indiscutibile - tentano di manipolare e/o di violentare la realtà, per cercare di poterla fare “combaciare” con i termini teorici ed astratti della loro preventiva e preconcetta costruzione intellettuale.

 Come il lettore l’avrà senz’altro intuito, sto parlando di “ideologie” in senso mazdeista-giudeo-buddhista-cristiano-musulmano-sikh-tamul-baha’i-ecc. ed intese – non esclusivamente come fede religiosa o preferenza spirituale, ma soprattutto – come prolungamento culturale per scopi politici, economici e sociali; come secolarizzazione dei medesimi meccanismi di sollecitazione, disorientamento, seduzione, adescamento e manipolazione; nonché come ispirazione e giustificazione dei diversi modelli di Simulata Societas.

 Se riflettiamo un attimo, ci accorgiamo che la vastità, l’importanza e la gravità dei disastri psicologici e sociologici, formali e sostanziali che quel genere di “ideologie” hanno provocato e continuano a provocare all’interno delle nostre società, sono incalcolabili.

 Sono talmente incomputabili, radicati e generalizzati che, oggi – per tentare semplicemente di attirare l’attenzione degli esseri umani del nostro tempo, sull’improrogabile necessità di un loro indispensabile e salutare “ritorno all’umano” – è praticamente diventato inevitabile, imperativo ed inderogabile incoraggiare e favorire una preventiva, energica e radicale rivoluzione culturale. Una rivoluzione, cioè, che – affrontando senza mezzi termini il problema dell’effettiva “percezione del reale” e promuovendo e realizzando una sistematica ri-appropriazione glottologica e semantica delle nostre lingue originarie – sia non solo in grado di denunciare e di smascherare l’impostura della “visione ideologica” della vita e della storia, ma – mettendo a nudo e scompaginando completamente l’insieme delle costruzioni intellettuali che giustificano l’artificiosa ed innaturale impalcatura dell’attuale assetto del mondo e rimettendo sostanzialmente in discussione la globalità degli artificiali ed astratti parametri di intendimento e di giudizio che ne hanno fino ad ora facilitato l’ordinamento e la successiva legittimazione – obblighi concretamente l’uomo della strada ad aprire finalmente gli occhi sulla sua effettiva natura e potenzialità, ed a prendere decisamente coscienza della sua annosa, quotidiana e subdolamente voluta impotenza, per potere di nuovo autonomamente riuscire a circoscrivere, individuare e comprendere (oppure, riscoprire) il significato ed il senso dell’umano.

 In altri termini, la principale difficoltà – nel corso di quest’immane, clamorosa, dirompente, sconvolgente ed incruenta rivoluzione – non sarà convincere un “cavallo” che non è (né tanto meno può essere o diventare) una “zebra”… ma, riuscire a persuaderlo a portarsi fisicamente davanti ad una banale vetrina o a rimirarsi distrattamente sulla superficie di uno specchio, per permettergli istantaneamente di constatare, attraverso i suoi stessi parametri di “intendimento” e di “giudizio”, le formali e sostanziali differenze che irrimediabilmente lo contraddistinguono dal suddetto ed apparentemente simile mammifero equide.

 Nel caso degli uomini del nostro tempo, la rivoluzione culturale in questione, consisterà principalmente nell’incitare i nostri tuttora accecati, smarriti e fuorviati contemporanei a confrontare liberamente – davanti alla “vetrina” della loro specifica storia, della loro particolare civiltà e della loro effettiva identità – l’idea che essi stessi si fanno della loro esistenza (quella, cioè, che essi immaginano di possedere, a partire dall’insieme delle “verità acquisite”, delle teorie e delle nozioni che sono state loro inculcate, nel corso dei secoli, dalla condizionante ed opprimente colonizzazione culturale che fino ad oggi li ha resi schiavi della loro stessa esistenza, attraverso l’insidioso ed interessato asservimento delle loro facoltà mentali), con le reali e concrete esteriorità ed interiorità che emanano o prorompono da loro stessi, a partire dal naturale e spontaneo riverbero della loro originaria ed ancestrale cultura. 

 Non dimentichiamo, infatti, che – da circa 1700 anni – la “colonizzazione culturale” di cui stiamo parlando, ha fortemente contribuito a fare ribaltare di 180º la percezione che l’uomo della strada aveva originariamente di sé stesso, dei suoi simili, della natura, della vita e dell’ordinamento generale delle società umane e del mondo. E che la medesima “colonizzazione”, ancora oggi – volens, nolens – continua inesorabilmente, da un lato, ad impedire alla maggior parte dei Popoli-Nazione del nostro pianeta di riscoprire il senso del reale e del vero, e di rimpossessarsi delle loro naturali ed innate capacità di discernimento e di giudizio; dall’altro, continua simultaneamente a precludere loro qualsiasi possibilità di potere ricominciare a vivere e ad operare, in perfetta armonia con l’ordine cosmico, di cui l’umanità e l’ordine terrestre fanno parte e sono parte integrante.

 Come suggerisce Democrito (-460/-370), “l’uomo non è realtà separata dal Cosmo, ma momento particolare di esso; e i principi che regolano la vita del Cosmo devono spiegare anche la realtà umana”.

 Impossibile, però, allo stato attuale della situazione mondiale, avere una qualunque chance di poterlo facilmente spiegare o comunemente fare intendere al suddetto “cavallo”… Il medesimo “equide” che, per secoli e secoli, i diversi propugnatori e divulgatori delle differenti “ideologie” (che ora conosciamo… e sappiamo bene riconoscere!) e l’insieme delle vittime inconsapevoli della medesima “colonizzazione”, hanno sottoposto ad inimmaginabili e costanti pressioni psicologiche e ad un vero e proprio “lavaggio del cervello” (sollecitazioni e insistenze, quasi sempre coadiuvate e sostenute dal “braccio secolare della legge” ed immancabilmente assortite dalla “spada di Damocle” del biasimo morale e/o della sanzione giuridica ed amministrativa), fino a fargli attivamente ed inconsapevolmente accettare di credere di essere semplicemente una “zebra”!

 Non potendo, dunque, per le ragioni che lascio facilmente immaginare, immediatamente e “magicamente” offrire, con l’esclusivo ausilio di questa sola frazione di riflessione, un’esaustiva e soddisfacente dimostrazione dell’effettiva realtà umana, né ristabilire di punto in bianco l’assetto naturale del mondo, né tanto meno annullare l’insieme degli annosi e catastrofici effetti della suddetta “colonizzazione”, mi vedrò costretto, nel contesto di questa pubblicazione, a ritornare frequentemente su questo genere di temi e di argomenti, per potere in qualche modo favorire o incoraggiare un qualsiasi accenno di “ritorno all’umano” dei nostri ottenebrati, asserviti e degradati contemporanei.

 Va da sé, quindi, che nel contesto di questo articolo, tenuto conto anche dello spazio limitato di cui posso disporre, mi limiterò esclusivamente a fornire un primo “assaggio”, anticipatore ed annunciatore, del capillare e sconfinato lavoro che bisognerà comunque tentare di realizzare per riportare l’uomo all’umano, cercando di attirare l’attenzione del lettore, su qualche banale e dimenticata etimologia che potrà senz’altro aiutarlo, sin da ora, ad individuare o scoprire le particolari finalità che sono perseguite da questo tipo di rivoluzione.

 E per cercare concretamente di farlo, mi permetto semplicemente de commencer par le commencement…

 

 

Parliamo dell’uomo

 

Che cos’è, dunque, l’uomo? Il soggetto del nostro presente argomentare? L’essere a cui l’insieme delle “ideologie” del nostro tempo alla stregua di quelle che lo hanno già depistato e largamente suggestionato, “incantato” ed abbindolato nel corso del nostro recente o remoto passato continuano incessantemente e minuziosamente a descrivere le fondamenta, i pilastri, le colonne, gli androni, i soffitti, i tetti, nonché l’altezza, la lunghezza e la larghezza degli spazi, ed ugualmente la struttura delle porte, delle finestre, dei balconi, delle balaustre, dei frontoni, senza dimenticare i colori, le vivacità, gli ornamenti, ecc. dell’ipotetico e mai realizzato (né accertato) “paradiso futuro” che giurano, ogni volta ed in ogni occasione, di volergli assolutamente ed immancabilmente “donare” o “riservare” (campa “cavallo”… che l’erba cresce!), senza avere per altro mai tentato di accertare, “misurare” o scoprire la reale natura e/o l’effettiva dimensione dell’uomo a cui si riferiscono?

 Per cercare, dunque, di identificare, focalizzare e capire il metodo che intendo seguire per “mettere a nudo” e svergognare qualcuna delle più macroscopiche assurdità che sono normalmente veicolate dalle suddette “ideologie”, incominciamo a porci alcune domande:

 1        L’uomo è (o potrebbe essere) un “individuo”?

 Dal latino individuus, a, um (cioè, che non si può dividere, indivisibile, inseparabile), la parola individuo – che ai nostri giorni utilizziamo, sia come aggettivo che come sostantivo – è, in origine, un semplice aggettivo.

 Se vogliamo, è l’aggettivo particolare che gli Illuministi, gli Individualisti, i vecchi Liberali e gli attuali Liberisti pongono normalmente al centro, sia delle loro costruzioni filosofiche, ideologiche, politiche, economiche, sociali e culturali che delle loro cosiddette “realizzazioni pratiche”.

 C’è da chiedersi, allora, il motivo per cui l’uomo degli attuali sistemi demo-plutocratico-mondialisti, non è mai in grado di diventare soggetto di sé stesso, né della società di cui fa parte?

 2        E’ (o potrebbe essere) una “persona“ ?

 Dal latino persona, ae, la parola persona – che i “moderni” preferiscono definire come “l’individuo umano in quanto oggetto di considerazione o di determinazione nell’ambito delle funzioni e dei rapporti della vita sociale” - è originariamente una semplice maschera.

Sempre in origine, poteva ugualmente significare ruolo, carattere, personaggio (nel contesto di un’opera teatrale); oppure, poteva parimenti voler dire: tenere un ruolo, giocare il ruolo di un personaggio, incaricarsi di un ruolo, imporre un ruolo a qualcuno, ecc.

 In altri termini, è  il ruolo che i sistemi demo-partitocratici-parlamentari preferiscono assegnare o riservare alla maggior parte dei cittadini delle nostre avvilite, atomizzate e denazionalizzate società : quello, per l’appunto, delle maschere, delle comparse e/o dei semplici figuranti!

 3        E’ (o potrebbe essere) un  “uguale“ ?

 Formalmente derivata dall’aggettivo latino aequalis, e, ma sostanzialmente scaturita, a mio giudizio, dal participio passato del verbo aequo  (cioè, aequatus, a, um), la parola uguale (riferita all’umano) – nel senso che oggi l’intendiamo ed abbiamo l’abitudine di considerare (ad esempio: “che si trova in condizioni di parità rispetto ad un criterio comparativo”)è semplicemente un’aberrazione filologica ed una volgare contraddizione in termini.

  E’, in ogni caso, “l’uomo” che è tanto a cuore ai Democratici assembleari, ai Comunisti e/o ai cripto-Comunisti di tutte risme e di tutte le “parrocchie”.

 Inutile, dunque, meravigliarsi se, anche in questo caso, l’aggettivo o il participio passato in questione, non sia mai in condizione di trasformarsi in un vero e proprio soggetto...

 Ma, allora, che cos’è l’uomo?

 Al contrario dei presenti e passati propugnatori e divulgatori della “visione ideologica” della vita e della storia, gli antichi Greci, nella loro infinita e notoria saggezza, preferivano definire l’uomo, semplicemente per quello che effettivamente è: un anthropos, un essere animato, cioè, che è diverso dagli altri animali; un anathrôn-ha-opôpé, un essere – se vogliamo – che ragiona ed è sensibile.

 Lo stesso dicasi dei Latini che – nel loro non certo inferiore discernimento e buonsenso – prediligevano similmente designarlo, per quello che è sempre stato e sempre sarà: homo, hominis (letteralmente: essere della scorza terrestre) - un essere, cioè, che nella sua specifica peculiarità è, e resta, unico, originale, irripetibile e complementare.

 

 

Cerchiamo di approfondire

 

Tanto per valutare le capacità dirompenti e sconvolgenti di questa rivoluzione, ora che conosciamo l’esatta definizione dell’uomo quale realmente è (e non come si continua “ideologicamente” ed assurdamente a pretendere che dovrebbe assolutamente essere!), se qualcuno tra i vostri amici o conoscenti vi proponesse di essere o di diventare il vostro particolare “modello ideologico” e vi consigliasse o vi imponesse di “imitarlo perfettamente” o, quanto meno, di “tendere ideologicamente a rassomigliargli”, per accettare di integrarvi nel suo particolare sodalizio o farvi partecipare o aderire alle attività della sua specifica organizzazione, come reagireste?

 Non sareste irrefrenabilmente tentati di rispondergli che – visto che ognuno di noi è, e resta, unico, originale ed irripetibile – non solo non è affatto concepibile ed attuabile che qualcuno tra di noi possa effettivamente ergersi a modello per altri suoi simili ma, anche accettando paradossalmente di sottometterci a quel genere di intimazioni, in definitiva non potremmo fare altro che fare semplicemente finta di rassomigliargli”, instaurando, con lui, un’ipocrita e psico-drammatica relazione di illusoria e menzognera collaborazione? Tanto più che – per riunire ed organizzare degli esseri unici, originali ed irripetibili e suscitare, tra di loro, i naturali presupposti di una genuina e spontanea aggregazione politica, economica, sociale e/o culturale – sarebbe molto più semplice ed efficace, focalizzare un problema da risolvere, proporre o suggerire una soluzione pratica per poterlo davvero districare e superare, indicare un metodo per potergli materialmente trovare una soluzione e – indipendentemente dalle “idee”, dalle “preferenze ideologiche”, dalle “predisposizioni politiche”, dalle “tendenze partitiche”, dalle “fisse personali” di ciascuno – chiamare a raccolta tutti coloro che, all’interno della medesima societas, potrebbero essere d’accordo con quel tipo di soluzione e quel metodo, per tentare, tutti insieme – ed ognuno con l’ausilio delle sue specifiche e distintive capacità, competenze e responsabilità – di risolvere quel problema?

 

Uno sguardo sull’economia

 

Sempre tenendo conto delle definizioni greca e latina dell’uomo, se qualcuno, nel sistema produttivo del vostro paese, vi proponesse – come avviene normalmente con il parametro “ideologico” dei tre famosi fattori della produzione (capitale+ manodopera+tecnologia: fattori incondizionatamente affermati ed accettati, sia dai liberali/liberisti che dai marxisti, sia dalla cosiddetta destra che dalla cosiddetta sinistra, passando per il centro) – di essere valutati e considerati alla stessa stregua di un “cassetto pieno di soldi” e/o di una “macchina da scrivere” o di un “tornio”, come reagireste?

 Non sareste, per caso, tentati di rispondere al vostro interlocutore che un tale paragone è essenzialmente osceno e particolarmente inumano, in quanto i soldi, il tornio o la macchina da scrivere, oltre a non essere assolutamente in grado di ragionare, né di essere sensibili – ed aggiungerei, oltre a non “piangere” né “ridere”, a non “vivere momenti di angoscia” né di “estrema esaltazione”, oltre a non subire o non risentire “dolore fisico” né “morale”, a non “avere fame” né “sete”, a non “amare” né “detestare”, ecc. – non sono nemmeno unici, originali ed irripetibili?

 

 

Concateniamo con il sociale

 

Nel campo sociale, vista la dimestichezza che incominciate ad avere con le succitate etimologie, sareste ancora disposti a farvi considerare “oggetti” dall’azienda nella quale svolgete la vostra attività, oppure reclamereste vivamente di essere o di rappresentare i soggetti del lavoro che esercitate e l’unica accettabile finalità dell’economia alla quale partecipate, esigendo, in particolare, che il vostro sacrificio (individuale e collettivo) sia – non solo remunerato, ma –  posto sullo stesso piano giuridico ed amministrativo, dello sforzo immaginativo, creativo, strategico e finanziario che è normalmente fornito o sopportato dal vostro datore di lavoro, sia per tentare di aumentare il suo capitale e/o il suo potere economico e finanziario che per permettervi di lavorare e, quindi, di guadagnare e di consumare, per potere assicurare altro lavoro e prosperità alla società nella quale vivete ed operate, ed ugualmente per continuare – voi ed il vostro “principale” – ad essere, esistere ed agire nel contesto di un’equilibrata ed efficace organizzazione produttiva e di una società civile umanamente decente e dignitosa?

 Sempre per restare su questo argomento, in caso di “crisi” del settore economico presso il quale normalmente lavorate (settore che, direttamente o indirettamente, avete comunque contribuito a costituire, consolidare e/o sviluppare), sareste ancora quietamente disposti ad accettare di essere sistematicamente ed ingiustamente penalizzati o puntualmente turlupinati e defraudati dalle cosiddette “leggi del mercato” (che, spesso e volentieri, vi suggeriscono unilateralmente la versatilità, la flessibilità, la mobilità e vi impongono arbitrariamente la precarietà, la disoccupazione, l’indigenza, la sofferenza; e, otto volte su dieci, vi fanno semplicemente ritrovare in mezzo ad una “strada”, con il rischio supplementare di diventare, malgrado voi, dei miserabili “marginali” o degli ordinari e permanenti “morti di fame”; il tutto – naturalmente – per permettere al vostro ex-datore di lavoro – che, come sapete, è già più benestante di voi – di diventare sempre più ricco o, al limite, di continuare a mantenere inalterata o invariata la sua già consistente e considerevole disponibilità economica o finanziaria!), oppure reclamereste fermamente l’immediata ed inderogabile applicazione dell’antica e tuttora mai sorpassata prassi giuridica romana del salus popoli suprema lex est? Tanto più che, fino ad oggi, nessuno è mai riuscito esaurientemente e convincentemente a spiegarvi le ragioni per cui, quando il vostro datore di lavoro guadagna, il suo diretto tornaconto finisce invariabilmente (meno le deduzioni relative ai costi fissicostanti e/o variabili…) solo nelle sue tasche, mentre quando inizia aperdere” (o, meglio, dichiara ufficialmente di “rimetterci”…), quella momentanea, ciclica o strutturale “recessione economica” della sua azienda, è sistematicamente accollata a voi (che venite licenziato o parzialmente decurtato nei vostri introiti, nonostante che, fino ad allora, abbiate comunque contribuito ad arricchire il vostro datore di lavoro) ed alla società tutta intera che – senza mai essere stata implicata in quel genere di attività –  si ritrova a dovere paradossalmente assumere, in prima persona, l’obbligo e l’onere della vostra minimale sopravvivenza e la “nota” globale della vostra “cassa integrazione” o della vostra eventuale indennità di disoccupazione?

 

Concludiamo con il culturale

 

Nel campo dell’apprendimento o della formazione culturale o professionale in generale – sempre tenendo bene in mente le definizioni greca e latina dell’uomo – quando al mattino vi recate presso la vostra scuola o la vostra università, sareste ancora disposti a farvi esaminare o valutare, dai vostri professori, sulla totalità delle materie che vi vengono ordinariamente imposte da un monolitico e dogmatico programma scolastico che – non solo non tiene conto delle vostre qualità, né dei vostri difetti come esseri umani unici, originali ed irripetibili, ma – essendo stato soggettivamente ed arbitrariamente elaborato da qualche “emerito cervellone” dei “piani alti” della struttura didattica, sulla base delle sue specifiche predisposizioni culturali ed intellettive, tende inevitabilmente a considerarvi uguali, sia a chi ha personalmente redatto il suddetto piano di studi che all’insieme dei vostri colleghi di classe o di corso? Tanto più che chi non si sottomette incondizionatamente al succitato programma, è – come minimo – considerato infondatamente un “asino” e, quindi, drasticamente bocciato?

 Per tentare di “de-ideologizzare” la cultura e cercare, in qualche modo, di ristabilire il significato ed il senso dell’umano anche all’interno dei diversi ordini e gradi di studio delle nostre società, non sareste immediatamente tentati di reclamare una differenziata ed organica presa in esame delle vostre effettive predisposizioni culturali ed intellettive, e l’adozione nell’ambito della scuola o dell’università, di un più consono verbo di riferimento, per potere definire, organizzare e realizzare la vostra educazione – ad esempio, il verbo latino educo, is, eduxi, eductum, educere che vuole principalmente dire: trarre, tirar fuori, condur fuori, estrarre, nel senso di fare emergere o di fare uscire allo scoperto o di mettere in luce le innate qualità e capacità dell’allievo, per poterle pedagogicamente affinare, ingentilire e valorizzare nel contesto di un’istruzione mirata e personalizzata che corrisponda ad un valido ed efficace insegnamento, esclusivamente destinato a degli esseri umani – piuttosto che continuare ad essere vittime impotenti e “mazziate” di un genere di “istruzione” (univoca, dogmatica e totalitaria) che, in definitiva, prende direttamente origine e giustificazione da ben altro verbo latino: educo, as, educavi, educatum, educare che significa essenzialmente, educare, allevare, istruire, nel senso di addestrare, allenare o ammaestrare dei semplici animali?

 

Histoire à suivre…

 

Appuntamento, dunque, se lo desidererete o lo vorrete, alla prossima “incursione” culturale tra i meandri sconosciuti o dimenticati della nostra storia, della nostra civiltà e della nostra effettiva identità, per potere sperare, un giorno, di ritornare all’umano.

 

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