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EDITORIALE
Utopia
Lo sviluppo delle comunità umane ha
raggiunto dimensioni continentali:
l’Europa è in ritardo.
L’Europa non è ancora una realtà politica, ma è un’unità culturale e
storica che duemila anni di guerre civili non sono riusciti a spezzare,
una civiltà che ha saputo mantenersi vitale attraverso i millenni. Di
essa partecipano tutti i popoli che sentano di farne parte: per questo
l’Europa non può essere esattamente delimitata da confini geografici. É
un valore universale.
Le comunità umane componenti il “corpo” del popolo europeo, guardano
ancora con troppa distrazione all’Europa, con una sorta di timore, di
inconfessato pudore. L’uomo europeo è permeato da un senso di colpa che
solo può servire a mantenere divisa l’Europa. Il colonialismo pare
essere una macchia indelebile sulla sua coscienza, come il nazifascismo.
Sono fenomeni che ormai appartengono alla storia, e l’Europa deve
guardare al futuro.
Oggi l’Europa offre, ai Paesi del Terzo Mondo, il patrimonio
inestimabile della sua cultura, della sua scienza, della sua tecnologia,
della sua civiltà, su un piano di non sospetta collaborazione, nel
rispetto delle prerogative delle diverse realtà nazionali.
Se a qualcuno può dar fastidio l’orgoglio di sentirsi europei, possiamo
affermare che quest’orgoglio può essere sostituito dalla necessità di
sentirsi europei, dalla realtà di essere accomunati in un medesimo
destino.
Sotto la superficie di atteggiamenti esistenziali apparentemente vacui,
le nuove generazioni europee vivono esperienze colme di fermenti, di
ansie, di volontà di superamento dell’attuale fase critica.
Il settarismo ideologico ha frenato la realizzazione dell’unità europea:
si continua a volere non l’Europa (che può anche mutare nella sua
rappresentazione politica) ma un determinato tipo d’Europa, ponendole
dei limiti, mutilandola non solo geograficamente, ma sotto tutti gli
aspetti.
L’Europa deve essere unita a prescindere dalle forme di governo che ogni
singola regione si potrà dare: almeno fino a quando non si pervenga ad
una forma di governo europeo.
Importa la vocazione all’Europa.
Non l’Europa dei mercanti, della finanza e delle multinazionali, bensì
l’Europa della cultura, delle arti, delle lettere, della scienza, della
tecnologia, della civiltà.
Schiacciata dal colosso americano, l’Europa deve trovare la sua via: le
conseguenze di una guerra perduta da Italia, Germania e Giappone oltre
60 anni or sono, non possono e non devono continuare a ricadere su tutta
l’Europa, su tutto il mondo.
Il popolo europeo sarà tale quando sarà disposto a sostenere lotte e
sacrifici per la sua unità, per la sua libertà, per la sua autonomia e
indipendenza politica. Senza il cemento della sofferenza non esisterà
mai un’effettiva realtà politica europea, nessun europeo vi
s’individuerà.
In altri tempi qualcuno affermò che la libertà non si acquista, ma si
conquista.
In Europa appaiono i segni di tentazioni autoritarie, sia pure di segno
“democratico”, che altro non sono se non le conseguenze della stanchezza
e della corruzione del potere politico.
In un’Europa che si vorrebbe democratica non c’è spazio per i giovani
movimenti politici che pretendano agire fuori dagli schemi e dalle
strutture precostituite. Questi movimenti sono emarginati, distrutti da
una persecuzione capillare e spietata: per poi chiedersi il perché della
devianza di alcune frange giovanili che a volte si è scatenata in alcune
regioni europee. La violenza di questi movimenti è la reazione di
sopravvivenza alla violenza di taluni governi, è una reazione alla
mancanza di libertà.
Una democrazia che non abbia il coraggio e la forza di ammettere nel
proprio seno tutte le tendenze politiche, non può considerarsi una
democrazia legittimata dal consenso popolare, ma una tragica farsa. Una
democrazia che, per tenersi in vita, debba fare ricorso, mantenga in
vita e pensi di formulare ed applicare leggi speciali e discriminatorie,
in Europa, finisce per rinnegare se stessa e le radici sulle quali
pretende di fondarsi.
La classe politica europea pare sclerotizzata e mal si adatta all’idea
di un’alternativa di potere, specialmente se quest’esigenza è espressa
dalle giovani generazioni.
I giovani devono prendere o lasciare ciò che si offre loro...e sono
sempre più quelli che “lasciano”!
Il dilagante astensionismo elettorale ed il diffuso disinteresse per
l’impegno politico ne sono la dimostrazione.
Le organizzazioni politiche preesistenti si sono trasformate in
giganteschi “trusts” capaci di manipolare a loro piacimento opinione
pubblica e imperi finanziari. Spesso, alle strutture amministrative
dello Stato si sono sostituite le strutture dei partiti, spartendosi il
potere come se lo Stato fosse una società per azioni.
Imprese industriali, commerciali, agricole, bancarie, finanziarie,
devono soggiacere al ricatto dei partiti politici per poter
sopravvivere: occorrono sempre più capitali per mantenere in vita i
colossi organizzativi e propagandistici che vivono nell’area del potere.
Crescono corruzione e clientele. L’economia accentua le sue note di
crisi.
Questa non è, non può essere, la via dell’Europa!
Occorre dare maggiore impulso, maggiore forza a tutte le iniziative che
portino il nome
D’Europa.
Intensificare l’interscambio d’iniziative culturali, informative e
politiche anche e specialmente a livello di minoranze.
Creare programmi radiotelevisivi e giornali a carattere europeo, con
carattere permanente.
Questi mass-media devono essere aperti, disponibili a tutte le realtà
politiche e culturali.
Ogni europeo deve sentire come propri i problemi d’ogni altra regione,
dibatterli, suggerire soluzioni e metodologie.
Alcuni studiosi già stanno mettendo a punto, con anticipo sui tempi
previsti, un tipo di “economia modulare” che consenta la rapida
integrazione economica europea, non solo a livello di programmi ma anche
di strutture. Economia modulare che può risolvere non solo problemi di
struttura, ma anche il problema di una più ampia e giusta distribuzione
della ricchezza. In altri termini una via europea a realizzare i termini
di un sistema economico di ampia socialità, che prescinda dalla logica
della contrapposizione, ma che dia impulso alla consapevolezza, nel
mondo del lavoro e delle imprese, di essere legati ad un comune destino.
L’Europa deve diventare un simbolo, motivo di slanci generosi, deve
diventare un’unità, una realtà che ogni europeo senta viva dentro di sé.
Un punto di riferimento per tutti i popoli alla ricerca di un nuovo
modello di sviluppo che possa assicurare il progresso senza che ne abbia
discapito la civiltà, che non implichi la rinuncia alle proprie
tradizioni, alla propria cultura, al proprio modo di essere, alla
propria identità individuale e collettiva.

Salvatore Francia |